Un racconto di Loredana Panariti.
Sono di nuovo qui. Cammino in fretta per le strade di Sarajevo, con la pioggia che punge la faccia e il vento che solleva le falde del cappotto. È maggio, primavera inoltrata, eppure il freddo entra nelle ossa e mi fa rabbrividire.
Ho vagabondato lungo la Miljacka sperando di ritrovare il profumo di lillà della mia infanzia, ma non c’è traccia di fiori: solo gelo e l’odore di carne grigliata che si fa denso man mano che mi avvicino alla Baščaršija.
Amo i caffè piccoli, quelli con pochi posti all’interno e i tavolini fuori che oggi la pioggia tiene deserti. Entro, e la sensazione di calore mi investe come un abbraccio. Poco lontano, resiste ancora la bottega di Adnan: vende i suoi mattarelli affusolati per tirare la pasta fillo, fusi e manufatti che conservano un’abilità antica, quasi d’altri tempi. Tanto vale che ci vada adesso, penso, mi scuso con il cameriere già pronto a servirmi e lascio l’intimità del caffè per ritrovarmi nella strada fredda.
«Sei tu?».
Adnan mi abbraccia, mi bacia. Mi indica una sedia traballante e appoggia subito la džezva sul fuoco. Tira fuori i fildžani e una scatola di latta piena di rahat lokum all’arancia. Niente roba industriale: li fa lui, seguendo la ricetta di quella zia che si era trasferita a Istanbul tra le due guerre.
«Dimmi, Emir, quanti palazzi hai progettato?», mi chiede. «Mi ricordo tua madre, buonanima… era così orgogliosa dei tuoi successi».
Non rispondo. Da noi, non tutte le domande hanno bisogno di una risposta. Sorrido e basta, sentendomi finalmente al posto giusto su quella sedia instabile, con un vecchio cuscino che ha visto tempi migliori.
Beviamo il caffè in silenzio. È un silenzio leggero, un modo per accordare di nuovo i nostri pensieri dopo tanto tempo. Solo quando sto per andarmene, Adnan trova le parole.
«La libreria è chiusa», dice. «Dal 2016».
Lo dice senza guardarmi, rovesciando i fildžani sul vassoio per leggere nei fondi di caffè una storia a cui lui stesso stenta a credere.
Mi fermo sulla soglia, col cappotto già abbottonato fin sotto il mento. Fuori, il cielo grigio di Sarajevo è squarciato da sprazzi di luce pomeridiana, finestre luminose tra le nuvole.
«Lo so», rispondo finalmente. «Ma i libri sono come semi, Adnan. Il mondo sembra averlo dimenticato, ma non muoiono solo perché chiudi una porta. Restano nelle case, passano di mano in mano nelle borse dei ragazzi, finiscono sulle bancarelle dell’usato…».
«O al macero», sentenzia lui, cercandomi stavolta negli occhi. «Quella libreria era un porto. Se il porto chiude, le barche vagano senza meta finché non dimenticano come si naviga. È quello che è successo a noi, Emir. Galleggiamo, ma non andiamo da nessuna parte».
Esco in strada. La pioggia è diventata un velo pungente. Passo davanti alla vecchia libreria: le tre vetrine sono ancora al loro posto. In quella centrale restano in bella mostra i libri di preghiere e di storia dell’Islam e della Bosnia; nelle due laterali, piccoli souvenir sbiaditi raccontano la storia di una città scomparsa o forse, penso, di un me diverso.
Mi accorgo che l’anta della vetrina centrale è rotta e sbatte a ogni alito di vento; eppure i libri, gonfi di umidità, resistono a testimoniare un sincero interesse per le parole, i pensieri e le storie degli altri. Sbircio dentro: il tempo sembra essersi fermato tra scope, pattumiere ed espositori di cartoline — chi ne scrive più? — e carte geografiche ormai scolorite. È come se il posto fosse stato abbandonato all’improvviso, da un giorno all’altro.
Appoggio la mano sul metallo freddo della maniglia. Mi chiedo se i fantasmi della mia storia e gli echi delle discussioni che facevamo nel salottino sul retro siano rimasti chiusi lì dentro, prigionieri di quello spazio senza tempo.
Mi allontano. Non ho progettato palazzi, Adnan, avrei voluto dirtelo. Ho passato gli ultimi dieci anni a riparare le crepe di quelli che esistevano già, cercando di tenere insieme i pezzi di storie che si sgretolano ogni volta che un luogo come questo chiude i battenti.
Mentre i miei passi si allontanano sul selciato bagnato, il cigolio di quella vetrina rotta diventa un richiamo. Chiudo gli occhi e, per un istante, quel rumore si trasforma in suono di risate soffocate e felici. Vedo noi. Due ombre magre che si rincorrevano tra gli scaffali alti fino al soffitto. Io ero il figlio dell’architetto, quello con i quaderni pieni di schizzi di archi e minareti; lei era Lana, la figlia che il libraio non aveva generato ma aveva trovato sulla sua strada una sera di novembre, sulle spalle una coperta troppo leggera per il freddo che faceva.
Lana era una ragazzina rom dai capelli ricci e scuri, sempre spettinati nonostante il buon Izmet e sua sorella cercassero di tenerglieli in ordine. Nessuno sapeva bene per quale motivo l’avesse presa e lui non ne parlava volentieri. Una volta, dopo numerose rakje bevute di nascosto a casa nostra, perché un buon mussulmano non beve, mormorò qualcosa sul destino e l’amore, ma mio padre non seppe e non volle dirmi di più. A Lana Izmet aveva offerto una casa e, soprattutto, un vocabolario. «Le parole costruiscono mondi, attraversano confini e sono l’unico passaporto che non possono annullarti», le diceva sempre, mentre lei imparava a leggere i versi di Mak Dizdar con la stessa intensità con cui un tempo guardava il cielo e contava le nuvole per sapere se sarebbe arrivata la pioggia.
Eravamo amici, io e lei. Non ho mai creduto alla favola degli opposti che si attraggono ma, mentre io cercavo di capire come dare stabilità e leggerezza agli edifici e riempivo quadernetti con disegni e calcoli, lei viveva in un tempo che sentiva transitorio, sempre in bilico tra la tenerezza per Izmet e Suada che l’avevano accolta e la sua vita in movimento di prima. Ogni tanto fissava, silenziosa, un punto davanti a sé e mi pareva di capire che pensasse alla sua vita di prima. Una sola volta avevo provato a chiederle, come per caso, se ricordava qualcosa – in fin dei conti aveva 8 anni quando arrivò – del prima. Non rispose, non mi guardò neppure e continuò a fissare davanti a sé. Io rosso e vergognoso rimasi in silenzio e mai più affrontai l’argomento.
Passavamo i pomeriggi nel salottino sul retro, quello che ora intravedo oltre il vetro sporco. Lei sedeva a gambe incrociate sul tappeto logoro, parlandomi dei libri che leggeva, delle vite che raccontavano. Nel suo presente che, anche se io non me ne rendevo conto, era molto precario, la cultura dava stabilità e sicurezza. Erano uno spazio tutto suo in cui decideva se potevi entrare o no. E niente la inorgogliva come lo sguardo soddisfatto di Izmet quando la sentiva leggere o raccontare. Poi, un pomeriggio di sole e nuvole, in quelle dolci giornate pre estive in cui sai che l’estate arriverà da un momento all’altro, il passato di Lana tornò per reclamare il suo credito. Un uomo dal volto scavato apparve sulla porta della libreria. Fumava in silenzio. Non disse nulla, ma il suo sguardo parlava chiaro: certe faccende di famiglia non si cancellano con la gentilezza. Lana lo guardò, non era spaventata, aveva solo l’aria di chi sa che da certi legami non si scappa.
«Devo andare, Emir», mi aveva sussurrato quella sera stessa, mentre l’odore dei libri che mi era sempre piaciuto sembrava improvvisamente soffocante. « Certi patti vanno rispettati. Non li ho scelti io, ma esistono lo stesso».
Se n’era andata con una piccola valigia con più libri che vestiti, portando con sé un piccolo fildžan antico ricevuto in regalo da Adnan. Ha più di 200 anni, è un oggetto di valore. Vendilo se ti serviranno soldi.
Izmet, da quel giorno, aveva iniziato a tossire e a perdere interesse per i libri. Continuava a vendere le nuove pubblicazioni, ma i volumi del salottino, antichi, rari, con illustrazioni bellissime, non li guardava più.
Io partii poco dopo per la Slovenia. Avevo vinto una borsa di studio per l’Università di Architettura di Lubiana e a Lana non pensai più. Cancellai dai ricordi la mia adolescenza.
Ora fisso la maniglia fredda e capisco che la mia ossessione per le crepe, per il restauro di palazzi che cadono, è nata lì. Cerco di riparare muri perché non sono stato capace di riparare quel destino. Cerco di tenere insieme le pietre perché non ho saputo tenere lei.
Mi volto un’ultima volta. La pioggia continua a cadere, sottile e fastidiosa. Le cose non cambiano. Dobbiamo farcene carico.
