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Il nuovo Medio Oriente di Trump

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di Cosimo Risi.

Il nuovo Medio Oriente s’intitolava il libro che Shimon Peres pubblicò nel 1994 sull’onda degli Accordi di Oslo. Da trenta anni il libro è nell’archivio delle buone intenzioni. Il Medio Oriente mostra tutt’altro che un profilo nuovo, sembra invece che le vecchie Scritture ne governino i destini con azioni e reazioni sempre più cruente.

Ci pensa Donald Trump a rinnovare il quadro. Le sue iniziative mediorientali paiono decisamente più fortunate delle europee. In Europa c’è da scontare la resistenza di Vladimir Putin, in fatto di novità vintage, un ossimoro, nessuno lo batte. In Arabia Saudita, il giovane erede al Trono, un quarantenne dalla barba rigorosamente nera ed il facile sorriso, è destinato a regnare. È l’augurio di Trump, probabilmente ignaro che così affretta la dipartita del Re in carica.

Mohammed bin Salman è ricevuto a Washington con gli onori dovuti ad un Capo di Stato. Con qualche ridondanza, a certificare che egli è amico dell’America e personale del Presidente. Non come il sonnacchioso Joe Biden, l’elegante riferimento al predecessore è di Trump, che rifiutò di stringergli la mano nel 2022. MbS era accusato dalla CIA di essere a conoscenza del complotto ai danni di Jamal Khashoggi. Oggi la vedova del giornalista chiede al Principe di dare seguito al rammarico per “il tragico errore” con un congruo risarcimento e le pubbliche scuse. Sul risarcimento, conoscendo le finanze saudite, la transazione sarebbe fattibile, sulle scuse qualche dubbio è lecito.

L’Arabia Saudita parte svantaggiata nella corsa alla sicurezza rispetto al Qatar. L’Emirato, fino a qualche anno fa oggetto di sanzioni da parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo per la vicinanza all’Iran ed ai jihadisti, sua è la rete TV Al-Jazeera, ha un accordo con gli Stati Uniti che lo configura come partner non NATO ma dalle analoghe garanzie. Con l’Arabia Saudita è solo il richiamo alla disponibilità americana a rinnovare il patto Roosevelt – Saud bin Abdulaziz del 1945. Ottanta anni fa i due paesi scambiarono “oil for security”, oggi fanno all’incirca lo stesso.

Il petrolio è la chiave di volta della crescita diplomatica saudita nella regione e potenzialmente nel mondo. Il Principe ne è l’interprete. Trump decide di riconoscergli il ruolo di partner importante. Quanto Israele?

E qui il quadro si complica. Israele ha, ed intende mantenere, il primato strategico: la disponibilità in prima battuta delle armi americane più sofisticate. Trump promette a MbS la vendita degli F35, si dice in versione depotenziata rispetto a Israele. Ci vorranno comunque anni perché gli aerei siano pienamene operativi, di mezzo c’è l’addestramento dei piloti a cura dell’aviazione turca. La Turchia, il grande rivale in seno all’Islàm sunnita, diventa il socio strategico dell’Arabia Saudita. Un’altra contorsione della diplomazia trumpiana, che mira a scompaginare le carte in cerca di una stabilità regionale da costruire.

Il Presidente merita l’applauso dei presenti al banchetto quando ricorda il bombardamento ai siti nucleari iraniani. L’Iran resta l’avversario delle potenze sunnite, malgrado il riavvicinamento promosso dalla Cina. Teheran deve entrare nella logica della normalizzazione, altrimenti rischia di restare fuori dai giuochi con le conseguenze del caso.

Il punto controverso è la creazione dello Stato di Palestina. MbS ribadisce che la decisione di principio di accedere agli Accordi di Abramo è presa. Resta la condizione che normalizzare i rapporti con Israele implica l’avvio del processo verso lo Stato di Palestina. Benjamin Netanyahu non fa attendere la replica: Israele resta contrario alla formula. Non accenna però ad una formula alternativa.

La risoluzione ONU su Gaza, Cina e Russia astenute, è vaga sul punto, è invece precisa nell’affidare la gestione di Gaza ad una Forza Internazionale di Stabilizzazione (FIS). Nella Forza dovrebbero militare i paesi arabi e musulmani e togliere quindi alle IDF il monopolio della sicurezza su quel fronte.

Che poi il modello FIS si riproduca in Cisgiordania, in attesa che l’Autorità Palestinese si riformi, è un’ipotesi non solo di scuola. E questo priverebbe il Governo di Gerusalemme della velleità di annettere la Cisgiordania e costruire il Grande Israele dal Mare al Fiume.

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