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Il federalismo pragmatico di Draghi e i cerchi concentrici di Delors

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di Cosimo Risi

Da quando non occupa più ruoli istituzionali, Mario Draghi è divenuto il cantore e il fustigatore dell’unità europea. Nel suo discorso in Spagna, all’assegnazione dell’ennesimo premio alla carriera, introduce il concetto del federalismo pragmatico. In apparenza un ossimoro. Egli cerca di scioglierlo con la sapienza linguistica del banchiere centrale: il federalismo europeo resta il traguardo finale, non lo si può raggiungere tutto e subito, occorre costruirlo a piccoli passi. Con il pragmatismo, appunto.

            I valori europei sono sotto l’attacco del protezionismo commerciale e dei nazionalismi, anche dentro l’Europa. La difficoltà colpisce non solo l’Unione europea in quanto organizzazione internazionale su scala regionale, ma il mondo del multilateralismo in generale, a cominciare dall’ONU per finire alle organizzazioni “minori” quali OMS, OMC, UNESCO, UNICEF. I rapporti di forze fra le potenze ignorano il diritto internazionale vigente per forgiarne un altro a loro convenienza. Il diritto del vincitore detta le condizioni al vinto. Nel marasma attuale è difficile distinguere fra chi vince e chi perde, l’amara impressione è che stiamo perdendo tutti.

            In un mondo di lupi la pecora europea è destinata a soccombere, a meno che non tiri fuori gli artigli, e cioè si doti di una forza di deterrenza militare e tecnologica all’altezza delle nuove sfide. Non tutti gli stati membri concordano sulla diagnosi e dunque sulla terapia. La divergenza è a tratti così profonda da essere insuperabile con i mezzi della mediazione diplomatica.

 L’unanimità in seno al Consiglio, che si chiami così presso i Ministri e consenso presso i Capi di Stato o di Governo poco importa, blocca la capacità decisionale dell’Unione. Si pensi al caso dell’Ucraina. La riserva dell’Ungheria è scontata riguardo a qualsiasi gesto antirusso. Si aggiunge il Belgio con le sue preoccupazioni per dirottare a favore dell’Ucraina i capitali confiscati alla Russia. Il deposito principale per miliardi di euro è presso un’istituzione finanziaria brussellese, il Regno non desidera aprire un contenzioso legale con la Russia, nel timore che questo dilaghi nella finanza globale.

            L’unanimità è richiesta anche per modificare i Trattati che dovrebbero limitarne l’uso. Un vicolo cieco procedurale. Draghi pensa di superarlo “pragmaticamente”: a diritto costante. In seno ai Trattati vigenti occorre trovare le formule di flessibilità che consentano agli stati membri volenterosi di fare di più e meglio in certi settori: difesa, energia, tecnologia. La flessibilità andrebbe esercitata all’interno del quadro istituzionale comune, non al di fuori di esso.

            Sulla stessa linea di pensiero, con le dovute sfumature, si colloca il Rapporto Gozi al Parlamento europeo. Non toccare il quadro del diritto primario, agire al suo interno per quei margini di flessibilità che consentano di aggirare i veti. Il Rapporto invoca la flessibilità persino nei negoziati di adesione dei nuovi membri, dove l’unanimità è regola generale.

            La nota comune è sullo scetticismo circa la volontà europea di superare lo stallo con uno scatto di immaginazione politica. Alcuni stati membri, specie quelli di nuova adesione, sembrano acconciarsi alla situazione di fatto. Questa garantisce loro i vantaggi delle politiche di coesione e della copertura politica generale, ma senza imporre nuove limitazioni alla sovranità. Quella sovranità nazionale che hanno recuperato dopo gli anni dell’influenza sovietica e del governo comunista. Il dato storico pesa sui paesi dell’Europa centrorientale più di quanto si pensasse all’epoca del Big Bang: il 2004-07 quando l’Unione moltiplicò i membri.

            Jacques Delors (1925 – 2023) era fautore di vari disegni di riorientamento dell’Unione, dalla federazione fra stati sovrani ai cerchi concentrici. Pure la federazione degli stati sovrani esibiva l’ossimoro delle intenzioni. Ma è sulla teoria dei cerchi concentrici che si trova qualche affinità con il pensiero di Draghi.

            La costruzione europea, secondo Delors, avrebbe dovuto articolarsi in cerchi: il più stretto riservato agli stati membri che oggi chiamiamo i volenterosi; il più largo agli stati membri meno volenterosi; l’esterno ai paesi terzi europei legati all’Unione da un sistema pattizio di accordi. Il cerchio stretto era per i sei stati membri fondatori, una sorta di sinedrio dei Saggi? Il cerchio più largo ai nuovi aderenti? Il cerchio esterno ai paesi già comunisti dell’epoca ed ora a Balcani occidentali, Georgia, Moldova, Ucraina?         Di sicuro, nella visione di Delors, sarebbe stato difficile se non impossibile tenere sotto lo stesso tetto istituzionale presenze politicamente ed economicamente così diverse, per di più con l’anatema dell’unanimità nel decidere.

            Il dibattito sul futuro dell’Unione, l’apertura del cantiere europeo per dirla con una vecchia espressione, riparte sulle linee del realismo dottrinario. Il favore va alla costruzione a geometrie variabili, mentre si abbandona quella del convoglio per cui si viaggia tutti assieme alla velocità del più lento. Ha da essere breve ed efficace: per non arrivare stremati alla meta e con il bersaglio sfocato.

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