Di Franco Belci.
Il problema immigrazione ha una dimensione regionale, soprattutto a Monfalcone e Trieste. Nella città dei cantieri ho proposto pubblicamente, su Il Piccolo e il Messaggero Veneto, un patto territoriale tra tutti i soggetti che hanno responsabilità nella vicenda: da Fincantieri, che ha importato senza troppe cautele sociali manodopera a basso costo per ricavarne competitività, al governo che ne è azionista di maggioranza, al Comune, alla Regione, ai sindacati. Il presidente di Confindustria Alto Adriatico ha bacchettato (giustamente) il PD locale, per l’idea bizzarra della mozione che imponeva all’azienda di cambiare modello produttivo, ma al momento buono si è tirato indietro. Per il Comune e la Regione il problema deve restare tale: è un’inesauribile fonte di consenso. A Trieste l’emergenza è permanente e diversa. Non riguarda famiglie che, come nella città della Rocca, costituiscono una cittadinanza stabile: la città costituisce il terminale della Rotta Balcanica e contemporaneamente un paradigma della gestione del centro destra, uniforme da Roma a Trieste. Un assessore regionale del FVG ha del resto dichiarato recentemente che se non si riuscisse a limitare i flussi di migranti dalla Rotta balcanica, «chi arriva deve sapere che non troverà quell’Occidente scintillante visto sullo smartphone e dovrà affrontare un inverno senza documenti, senza lavoro, senza un tetto». Dove “senza documenti” segnala un’inaccettabile ingerenza in un campo istituzionale altrui, come se la politica potesse dare ordini alla questura.

Oggi, quella dichiarazione suona terribilmente sinistra: ancora una volta, infatti, i magazzini vuoti e fatiscenti di Porto Vecchio a Trieste sono stati silenziosi testimoni di un dramma umano. Un richiedente asilo di nazionalità nepalese è stato ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale di Cattinara dopo essere rimasto vittima di un arresto cardiaco ed è successivamente deceduto.
Credo che la città non possa e non voglia più passare alla cronaca per il cinismo della propria amministrazione comunale e di quella regionale. Occorre dire la verità ai cittadini:
1) Trieste continuerà ad essere la porta per la Rotta balcanica, salvo sconvolgimenti geopolitici oggi inimmaginabili. Le fughe dalle guerre, dalle violenze, dalle carestie sono impossibili da contenere. Chi rischia la vita a casa sua non verrà fermato da un muro nella sua rincorsa alla salvezza.
2) Secondo le stime delle associazioni che operano quotidianamente sul territorio, nel corso del 2025 sono arrivate a Trieste circa 12-13 mila persone: non proprio “interi continenti” come afferma lo stesso assessore di cui sopra. Però la maggior parte di queste persone non intende fermarsi a Trieste né in Italia, ma è semplicemente in transito. Si tratterebbe quindi di una permanenza brevissima, con una rotazione di 24-48 ore, che renderebbe possibile l’organizzazione di una prima accoglienza istituzionale. Sempre secondo i dati delle associazioni, circa 3.000 persone hanno espresso l’intenzione di chiedere asilo in Italia e a Trieste. Tuttavia, le domande effettivamente registrate dalla Questura nel corso del 2025 sono state poco meno di 1.100. Un numero che, diviso per i giorni lavorativi dell’anno, equivale a circa 4-5 persone al giorno che si fermano per lavorare.
3) Occorre dunque innanzitutto procedere al riconoscimento delle persone e sveltire le pratiche per i permessi per accelerare il trasferimento di chi se ne vuole andare ed è costretto invece a passare al freddo un mese o più. So benissimo che il personale della questura è poco e ciò non dipende dalla cattiva volontà degli operatori, né di questore e prefetto, che hanno uomini e donne contate. Questo rende tanto più inaccettabile la destinazione ai confini di 50 uomini destinati a Trieste.
Il maggior sindacato di polizia, il SIULP, ha vivacemente protestato contro le accuse di un’associazione che ha attaccato duramente gli operatori di polizia: “la gestione della questione migratoria non può essere affidata in modo pressoché esclusivo alla polizia di Stato né può tradursi in un danno reputazionale per gli operatori operanti sul territorio”. Certamente non me la sento di dare loro torto. Del resto gli stessi sindacati hanno organizzato poco tempo fa una manifestazione nazionale per chiedere nuove assunzioni e il rinnovo del contratto. In pochi ne hanno parlato.
4) La maggioranza che governa il Comune e la Regione è sorda a qualsiasi appello. Nei giorni scorsi l’assessore all’assistenza ha spiegato come il comune abbia sistemato un paio di centinaia di clochard. Quale differenza esiste tra i clochard e i migranti? Per caso il colore della pelle? Contemporaneamente, un partito della maggioranza triestina ha proclamato una grande vittoria: è stato definitivamente messo da parte il progetto sostenuto dal questore precedente che puntava all’ampliamento della Caserma di via Mascagni, sempre a Trieste, per trasferivi l’ufficio preposto alle richieste di asilo e accogliere al coperto le file dei migranti che oggi sono costretti a farle all’aperto.
La richiesta – ha affermato una parlamentare di FdI – “avrebbe rischiato di trasferire le criticità dal centro alla periferia”. Dunque, si ammette che ci sono delle criticità, ma non si vuole risolvere il problema. Si tengano pure in centro, dove magari sono più visibili.e danno più “fastidio”. Perché, dice la parlamentare, occorre “valorizzare le periferie”. Che sono lasciate in realtà nell’abbandono..
5) Quale strada trovare per risolvere il problema? Intanto manifestare il proprio sdegno nelle strade e nelle piazze a rappresentare la parte “civile e solidale” della città: cioè chi considera una vergogna che degli esseri umani siano lasciati, con cinica determinazione, al gelo.
Poi però occorre fare un passo in più. In assenza di qualsiasi interlocuzione col sindaco di Trieste, troppo impegnato a raffigurare la leader del PD a cavallo di una scopa, a insultare ora Tizio ora Caio e a continuare la crociata contro “i sinistri”, occorrerebbe trovare una sede di confronto con prefetto e questore per individuare i colli di bottiglia del sistema, pensare a possibili soluzioni, coordinando i terreni di intervento delle istituzioni con quelli accessibili al volontariato che ha tantissime facce qualche volta anche ignote le une alle altre.
6) In realtà dovrebbe essere il primo punto: trovare un riparo dignitoso a chi è costretto a fermarsi contro la sua volontà per i motivi che abbiamo indicato sopra.

Se il Comune non lo vuole fare è certamente possibile effettuare una ricognizione tra Enti pubblici e privati, con banche e assicurazioni, con privati cittadini, e magari organizzare una sottoscrizione per affittare un capannone almeno fino all’inizio dell’estate. Si chiamerebbe “sussidiarietà” e fino a qualche tempo fa andava molto di moda.
Il “decoro” (il cui primo significato è, secondo lo Zanichelli “sentimento, coscienza della propria dignità”) di Trieste non è infatti abbandonarli a vagare alla ricerca di un riparo, che trovano dove possono, lasciare intere zone senza controllo (sempre per le carenze di organico della Polizia, che non può essere dappertutto), tenere i migranti in ostaggio (mentre se ne vorrebbero andare) per lucrare consenso alle elezioni.
Occorre il coraggio del dissenso, ma anche quello dell’iniziativa concreta e della mediazione. Che, contrariamente a quanto pensano i politici di oggi (e non solo i politici) è un’arte tra le più nobili, perché punta a ricondurre a sintesi il pluralismo, che è una straordinaria ricchezza se non diventa settarismo.
Trieste è una città che ha una storia multiculturale e multietnica. Come disse l’italianissimo Scipio Slataper, nativo di Gorizia, nel 1912:
“Vorrei dirvi: sono nato in Croazia, nella grande foresta di roveri […] Vorrei dirvi, sono nato nella pianura moldava e correvo come una lepre per i lunghi solchi, levando le cornacchie gracidanti. […] Poi sono venuto qui, ho tentato di addomesticarmi, ho imparato l’italiano […] ma presto devo tornare in patria perché qui sto molto male”.
Probabilmente chi ci amministra, a Trieste, a Monfalcone e in Regione, ignora chi è stato Slataper. E forse ignora totalmente la storia del capoluogo regionale, che è stato austriaco, italiano, ha fatto parte del regime nazista, ha subito il trauma dei 40 giorni di occupazione jugoslava, è stata angloamericano, per poi tornare italiano. E che ha visto generazione di profughi, anche dall’Istria.
Infine, a Trieste esistono certamente migranti onesti e lavoratori e migranti che delinquono; come ci sono italiani onesti e lavoratori, e italiani che delinquono. Il colore della pelle non c’entra.
E il modo migliore per indurre i primi a delinquere è quello che sta praticando la maggioranza che governa il comune: mettere a rischio le loro vite. Perché uno, per salvarsi la vita, è disposto a fare qualsiasi cosa. Penso, anche noi.