Di Stefano Pizzin.
Alcuni giorni fa tre autorevoli collaboratori della rivista Limes hanno deciso di abbandonarla sostenendo che tenesse una linea editoriale troppo filo russa. Il direttore e fondatore, Lucio Caracciolo, ha replicato che la rivista darebbe voce a tutte le parti in causa. Naturalmente, in questo sguaiato Paese, quella che poteva essere una disputa accademica o politica è diventato il solito melodramma con gente molto contrita, e convinta di difendere chissà quale libertà, che si è fatta fotografare con il periodico in mano, manco fosse qualche libro messo all’indice dall’Inquisizione e pronto per il rogo. Non voglio discutere della rivista, tanto meno del suo direttore che considero un mediocre studioso (“La guerra non è mai stata un’opzione realistica”, così affermava su giornali e televisioni pochi giorni prima che Putin lanciasse i suoi carri armati contro Kiev) ma un abilissimo commerciante, capace di far credere che solo la sua colorata rivista potesse spiegare agli italiani come va oggi e come andrà in futuro il mondo.
Mi interessa invece affrontare il tema della “geopolitica”, di questa disciplina diventata famosa dopo l’89 e così scarsa – a mio modestissimo avviso – a capire la politica quanto brava a sfruttare la geografia.
Una disciplina à la page
La geopolitica è quella disciplina affascinante che ti fa sembrare intelligentissimo alle cene con gli amici. Basta pronunciare frasi del tipo “è ovvio, la Russia ha sempre cercato sbocchi sui mari caldi” o “chi controlla l’Heartland controlla il mondo” e improvvisamente tutti ti guardano come se fossi Henry Kissinger. Ma cos’è davvero la geopolitica, e soprattutto: funziona? In parole semplici, la geopolitica studia come la geografia influenza la politica internazionale e le relazioni tra Stati. L’idea di base è seducente nella sua semplicità: montagne, fiumi, mari, risorse naturali e confini determinano in larga misura le scelte strategiche dei Paesi. Se sei circondato da nemici e non hai sbocchi sul mare, probabilmente passerai la storia a combattere per procurarteli. Se hai petrolio sotto i piedi, preparati a ospitare “missioni di pace” di vario tipo.
I padri fondatori della disciplina, personaggi come il geografo tedesco Friedrich Ratzel o il britannico Halford Mackinder all’inizio del Novecento, avevano creato elaborate teorie su come la posizione geografica determinasse il destino delle nazioni. Mackinder, in particolare, con la sua teoria dell’Heartland (grossomodo la zona tra Europa orientale e Asia centrale) sosteneva che chi controllava quella regione avrebbe dominato il mondo. Una specie di Risiko teorico, ma con più morti e meno dadi colorati.
Il problema del determinismo: quando la geografia diventa destino
È qui che iniziano i problemi. La geopolitica classica soffre di un vizio di fondo che gli studiosi chiamano “determinismo geografico”: l’idea che montagne, fiumi e pianure decidano praticamente tutto della storia umana. È un po’ come dire che il tuo futuro è scritto nel codice postale dove sei nato.
Certo, la geografia conta. Provate a costruire un impero marittimo se siete la Mongolia (eppure un impero i mongoli l’hanno fatto, bello grande e che arrivò perfino al mare). Ma ridurre la complessità delle relazioni internazionali a una questione di cartografia è come spiegare la cucina italiana dicendo “hanno pomodori e grano, ecco perché fanno la pasta”. Tecnicamente vero, ma mancano un paio di dettagli.
Il geografo francese Yves Lacoste, uno dei critici più feroci della geopolitica tradizionale, ha scritto che per i geopolitici “la geografia serve prima di tutto a fare la guerra”. E aveva ragione: molte teorie geopolitiche sono state usate per giustificare conquiste, oppressioni e politiche imperialiste. Quando senti qualcuno dire che “la Russia deve naturalmente espandersi verso ovest per ragioni geografiche”, stai ascoltando una narrazione che trasforma scelte politiche aggressive in inevitabilità naturali. Un po’ troppo comodo.
L’eredità tossica: dalla Lebensraum al colonialismo con la cartina
Non possiamo parlare di geopolitica senza menzionare il suo lato più oscuro. Il concetto nazista di Lebensraum (spazio vitale) era essenzialmente geopolitica con gli steroidi: l’idea che il popolo tedesco avesse “bisogno geografico” di espandersi verso est. Milioni di morti dopo, forse possiamo concordare che era una pessima idea travestita da teoria scientifica.
Ma non serve andare agli estremi del nazismo. Anche nelle sue versioni più rispettabili, la geopolitica è stata spesso il miglior amico del colonialismo. “Dobbiamo controllare il Canale di Suez per ragioni strategiche”, “L’Africa va divisa secondo criteri geografici razionali” (spoiler: non lo erano), “Questi confini artificiali sono necessari per l’equilibrio regionale”. Secoli di dominio coloniale sono stati conditi con una generosa dose di giustificazioni geopolitiche.
Quando gli esperti sbagliano
Ma mettiamo da parte per un momento le critiche ideologiche e concentriamoci su una domanda pratica: la geopolitica è almeno brava a prevedere cosa succederà? Beh, non esattamente.
Prendiamo la fine della Guerra Fredda. Negli anni Ottanta, schiere di geopolitici spiegavano con cartine colorate perché l’Unione Sovietica non sarebbe mai potuta crollare: aveva il controllo dell’Heartland, risorse strategiche, profondità territoriale. Poi nel 1991 l’URSS è implosa comunque, lasciando molti esperti a fissare le loro belle mappe chiedendosi cosa fosse andato storto. La risposta? Avevano dimenticato piccoli dettagli come l’economia in bancarotta, il malcontento popolare e il fatto che le cartine geografiche non arrestano il desiderio di libertà né riempiono gli scaffali dei supermercati. Prendiamo l’integrazione europea, secondo molte teorie geopolitiche classiche, non avrebbe dovuto funzionare: Stati con interessi geografici diversi, senza una vera unità culturale o linguistica, alcuni con accesso al mare e altri no. Eppure l’Unione Europea è nata e cresciuta, diventando uno dei blocchi economici più potenti del mondo. Certo, ha i suoi problemi, e diversi Stati e partiti politici si danno un bel daffare per farla a pezzi, ma è durata decisamente più a lungo di quanto molti geopolitici avessero previsto, mettendo in piedi perfino una moneta unica che oggi è la seconda più forte al mondo e chi ne è uscito oggi sta paggio di prima. Per la geopolitica, poi, gli Stati sono vincenti e duraturi solo se belli grandi, meglio se imperi. Non si capisce allora come gli americani abbiano dovuto darla vinta ai vietnamiti e si capisce invece perché quelli di Limes non riescano a darsi pace sul fatto che l’Ucraina non si lasci sopraffare dalla Russia. Ma avevo detto di non parlare di Limes e restare sul teorico.
Gli Stati non sono palle da biliardo: il problema dell’unità fittizia
Uno dei difetti più gravi della geopolitica classica è che tratta gli Stati come entità monolitiche, compatte, con interessi univoci dettati dalla loro posizione geografica. È quello che lo studioso delle relazioni internazionali Arnold Wolfers chiamava la “fallacia della palla da biliardo”: immaginiamo gli Stati come sfere solide che si scontrano su un tavolo, quando in realtà sono contenitori pieni di conflitti interni, divisioni sociali, lotte di potere.
Prendiamo la Jugoslavia. Sulla carta, aveva una posizione geografica invidiabile: accesso all’Adriatico, ponte tra Europa occidentale e orientale, risorse naturali. Eppure è implosa in una serie di guerre sanguinose negli anni Novanta. Perché? Perché dentro quel confine geografico convivevano serbi, croati, bosniaci, albanesi, sloveni, con storie, religioni e risentimenti storici che nessuna teoria geopolitica poteva catturare guardando semplicemente la mappa. Consideriamo gli Stati Uniti oggi. La geopolitica ti dirà che sono una potenza dominante protetta da due oceani, con risorse enormi e posizione strategica. Ma questa analisi ignora completamente la polarizzazione interna, le fratture culturali, i conflitti sociali che potrebbero rivelarsi più destabilizzanti di qualsiasi minaccia esterna e un piazzista vanesio come presidente. Come ha scritto il sociologo Immanuel Wallerstein, critico del determinismo geografico da una prospettiva marxista, “i conflitti di classe attraversano i confini nazionali e spesso sono più significativi dei conflitti tra Stati”.
Quando l’ideologia batte la geografia
La geopolitica fatica tremendamente a spiegare i conflitti ideologici che non rispettano i confini geografici. Durante la Guerra Fredda, per esempio, comunisti e anticomunisti si sono combattuti all’interno degli stessi paesi: in Grecia, in Italia, in Francia, in Corea, in Vietnam. Le divisioni ideologiche tagliavano trasversalmente nazioni, continenti, perfino famiglie.
Il filosofo politico liberale Karl Popper, pur non occupandosi direttamente di geopolitica, ha sempre insistito sul fatto che le idee e i sistemi di valori sono i veri motori della storia, non la geografia. La differenza tra società aperte e società chiuse, tra democrazia e totalitarismo, conta più di qualsiasi configurazione territoriale.
Pensate al Medio Oriente: la geopolitica ti parlerà di petrolio, stretti strategici, accesso al Mediterraneo. Ma come spieghi il conflitto sunniti-sciiti che attraversa i confini di Iraq, Siria, Yemen, Libano, Bahrein? Come spieghi che iraniani e sauditi, entrambi ricchi di petrolio ed entrambi interessati al Golfo Persico, si odiano per ragioni religiose che risalgono al VII secolo? La geografia può dirti dove sono, ma non perché si combattono.
Il geografo critico David Harvey, di formazione marxista, ha sottolineato come la geopolitica tradizionale ignori completamente le dinamiche del capitalismo globale e le trasformazioni economiche e sociali che travalicano la dimensione statale e geografica. Per Harvey, concentrarsi su Stati e territori significa perdere di vista i veri attori: le multinazionali, i flussi di capitale, lo sfruttamento delle risorse e del lavoro che non conoscono confini nazionali.
In fondo per la geopolitica niente potrebbe spiegare l’innamoramento di Trump per Putin, mentre una certa affinità ideologica e il gusto per la ricchezza e il potere personale lo spiegano benissimo.
Le crisi interne che ridisegnano il mondo
La geopolitica è particolarmente cieca di fronte alle crisi interne agli Stati, che spesso hanno conseguenze internazionali più profonde di qualsiasi conflitto tra imperi. La Rivoluzione Francese del 1789 non è spiegabile con la geografia della Francia, eppure ha ridisegnato l’intero ordine europeo. La Rivoluzione Russa del 1917 è nata da contraddizioni sociali ed economiche interne, non dalla posizione geografica della Russia. Quella americana del 1776 ha avuto con se un portato di principi e idee che travalicano le dimensioni geografiche della vicenda. Più recentemente, le Primavere Arabe del 2011 hanno colto di sorpresa praticamente tutti gli analisti geopolitici. Perché? Perché stavano guardando le mappe invece di ascoltare le piazze. Le rivolte sono nate da disoccupazione giovanile, corruzione, desiderio di libertà e dignità, fattori che nessuna cartina può mostrare. E si sono diffuse attraverso social media e solidarietà transnazionale, non lungo linee geografiche prevedibili.
Le istituzioni politiche, lo stato di diritto, la qualità della governance contano molto più della geografia. Un paese può avere tutte le risorse naturali del mondo e una posizione strategica invidiabile, ma se è governato male, se la corruzione è endemica, se non c’è fiducia nelle istituzioni, collasserà comunque. Basterebbero a confermarlo gli esempi di Venezuela e Argentina.
La tecnologia se ne sbatte della geografia
Un altro limite fondamentale della geopolitica tradizionale è che tende a sottovalutare come la tecnologia possa rendere irrilevanti certi vincoli geografici. Nel XIX secolo, la geopolitica navale era tutto: chi controllava i mari dominava il mondo. Poi sono arrivati gli aerei, i missili intercontinentali, e ora Internet e i satelliti. Improvvisamente la distanza geografica conta molto meno.
Gli Stati Uniti possono proiettare potenza militare ovunque nel mondo in poche ore ma un attacco informatico può partire da uno scantinato di Hong Kong e colpire infrastrutture critiche a Washington con altrettanta efficacia. Le catene di approvvigionamento globali rendono ogni paese dipendente da dozzine di altri sparsi per il pianeta. La geografia non è scomparsa, ma è diventata solo uno dei tanti fattori in gioco. E i colossi del big tech? Quale dimensione geografica hanno Google, Microsoft, Amazon? Boh, nemmeno sappiamo dove hanno la sede (di solito dove si pagano pochissime tasse) eppure anche singolarmente contano più di diversi Stati con i loro monti, fiumi e pianure.
Il fascino pericoloso delle spiegazioni semplici
Allora perché la geopolitica continua ad essere così popolare? Perché è tremendamente comoda. In un mondo complicato, dove bisogna considerare economia, cultura, ideologia, personalità dei leader, movimenti sociali e mille altri fattori, la geopolitica offre spiegazioni pulite e semplici. “La Cina vuole Taiwan perché geograficamente completa il suo accesso al Pacifico”. Fine della storia. Non serve scomodare secoli di storia complessa, identità nazionale, questioni di democrazia contro autoritarismo.
Come ha notato lo storico delle relazioni internazionali John Lewis Gaddis, “la geopolitica offre la confortante illusione che possiamo ridurre la complessità disordinata della storia a leggi semplici e eleganti”. È lo stesso motivo per cui l’astrologia è popolare: entrambe promettono di spiegare il caos del mondo con schemi rassicuranti e, al tempo stesso, misteriosi e affascinanti.
Ma allora la geopolitica serve a qualcosa?
Ora, dopo tutto questo scetticismo, sarebbe disonesto dire che la geopolitica non abbia alcun valore. La geografia conta ancora, eccome. Un paese senza sbocchi sul mare affronta sfide diverse da una potenza marittima. Le risorse naturali influenzano le scelte strategiche. I confini e i vicini di casa fanno la differenza. Il problema non è considerare la geografia, ma farne l’unico o il principale fattore esplicativo. La geopolitica funziona meglio come uno strumento tra i tanti nell’arsenale dell’analisi, non come spiegazione totale. È un punto di partenza per capire certi vincoli e opportunità, non un punto di arrivo. Inoltre, dobbiamo distinguere tra geopolitica descrittiva (osservare come la geografia influenza la politica) e geopolitica prescrittiva (dire come gli Stati dovrebbero agire in base alla geografia). La prima può essere utile; la seconda spesso diventa una giustificazione per politiche aggressive e spiegazioni molto comode.
Conclusioni: leggere le mappe con un occhio critico
La prossima volta che qualcuno ti spiega un conflitto internazionale tirando fuori una cartina e puntando il dito su montagne e fiumi, ascolta con interesse ma anche con una sana dose di scetticismo. Chiediti: cosa sta lasciando fuori da questa spiegazione? Quali fattori economici, culturali, politici vengono ignorati? E soprattutto: chi beneficia da questa narrazione? La geopolitica può illuminare certi aspetti della politica internazionale, ma come tutte le discipline che promettono di spiegare troppo con troppo poco, va maneggiata con cura. La storia è fatta da persone, non da cartine. E le persone, per fortuna o purtroppo, continuano a sorprenderci facendo cose che nessuna mappa avrebbe potuto prevedere.
Quindi sì, leggete pure quegli articoli con le mappe colorate e le frecce che mostrano sfere di influenza e corridoi strategici – e figuratevi se non lo faccio io che fin da bambino mi diverto a fantasticare sulle carte geografiche e conosco a memoria quasi tutte le capitali e le bandiere del mondo – ma ricordate: la realtà è sempre più complicata, più strana e più imprevedibile di qualsiasi teoria geopolitica e forse è proprio per questo che la storia continua a essere interessante.