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Ragione e tecnica

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Di Stefano Pizzin.

Illuminismo e Positivismo: i lumi della ragione e la tirannide della tecnica.

E se con la nostra fiducia nella ragione e nella scienza oggi fossimo diventati degli illusi incapaci di vedere la realtà? È il dubbio che coltivo da tempo nel provare il disagio – comune a molti – di fronte un progresso tecnico dalla corsa inarrestabile e irraggiungibile che regola le nostre vite senza che riusciamo più a gestirne i meccanismi. Insomma, si può avere ancora fiducia nella ragione – e io continuo ad averne – anche se la sua applicazione tecnica e scientifica sembrano sfuggirci di mano. È del tutto innegabile che i progressi scientifici hanno reso la vita umana migliore, ma – mi chiedo – è ancora così? O meglio: è ancora questa la prospettiva o si sta andando verso un “progresso” il cui fine è l’autorealizzazione, l’automazione, l’efficientamento di un sistema non più in favore dell’umanità ma solo per una parte di essa? Siamo passati – in una battuta- da Voltaire a Elon Musk senza capire perché.

Sono temi sui quali mi interrogo da tempo e a cui cerco di dare una modestissima, e forse presuntuosa, risposta. Penso si debba distinguere tra ragione e tecnica, tra la scienza intesa come processo di conoscenza o la sola realizzazione di strumenti. Bisogna – credo – ripartire dai concetti di illuminismo e di positivismo: due percorsi apparentemente simili, che hanno modellato la nostra società, ma che ci possono portare ad approdi completamente diversi.

Illuminismo e Positivismo sembrano percorrere la stessa strada: quella del progresso, della razionalità, della fiducia nelle capacità umane di comprendere e trasformare il mondo. Entrambi rifiutano l’oscurantismo, guardano al futuro con ottimismo e credono nel sapere come strumento di emancipazione. Eppure, se osserviamo più attentamente, scopriamo che su questa strada comune essi camminano in direzioni opposte: mentre l’illuminismo procede verso la via della ragione critica, ponendo l’uomo al centro, il positivismo, invece, marcia verso quello che oggi si configura come un sistema dove l’essere umano diventa oggetto, dato, risorsa da ottimizzare.

L’illuminismo e l’uomo al centro

L’illuminismo nasce da una convinzione potente: l’essere umano, grazie alla ragione, può liberarsi dalle catene dell’ignoranza, della superstizione e del dogma. Immanuel Kant, nel suo celebre saggio Che cos’è l’Illuminismo? del 1784, definisce questo movimento con una formula immortale: “L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”. Il motto? Sapere aude! – “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”

La ragione umana è fonte di liberazione: ma non una ragione astratta, impersonale, matematica, ma la capacità critica di ogni individuo di pensare autonomamente, di giudicare, di mettere in discussione l’autorità costituita. È una ragione che illumina, che porta fuori dall’oscurità – ma che resta sempre umana, fallibile, aperta al dialogo e al dubbio.

L’illuminismo si sviluppa in un’epoca nella quale cambiano le regole e le gerarchie della società: la borghesia sfida l’ordine feudale e rimodella il mondo. Quella “classe rivoluzionaria” che – come scrive Marx nel Manifesto del Partito Comunista – “non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, e quindi i rapporti di produzione, e quindi tutti i rapporti sociali” ridefinisce il presente e il futuro della società. L’Illuminismo è la filosofia di questo cambiamento: smonta le gerarchie tradizionali e scardina gli assetti culturali dominanti.

La sua caratteristica fondamentale è lo spirito antidogmatico. Voltaire, nel Trattato sulla tolleranza, avverte subito come il dogmatismo, la fede cieca, producano il fanatismo: “Che cos’è un fanatico? È colui che crede di aver ragione perché la sua ragione è ottenebrata”. Per gli illuministi, nessuna verità può essere accettata senza esame, nessuna autorità è al di sopra del giudizio razionale. Ma – ed è cruciale – l’Illuminismo riconosce anche i limiti della ragione e della condizione umana. Sempre Voltaire, nel Candido, dopo aver condotto il protagonista attraverso le più atroci disavventure, conclude con la celebre massima: “Bisogna coltivare il proprio giardino”. Non si tratta della rinuncia alla trasformazione del mondo, ma a riconoscere che il progresso si realizza nel concreto lavoro umano, nell’impegno quotidiano, nel miglioramento graduale. Il “giardino da coltivare” è lo spazio delle qualità personali e dell’azione concreta – il progresso illuminista è umano, passa attraverso l’uomo consapevole dei propri limiti che agisce nel mondo per renderlo migliore.

Rousseau – che pure è un illuminista sui generis – scrive nel Contratto sociale: “L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene”. L’Illuminismo vuole spezzare quelle catene. Non fissa l’ordine sociale, ma lo smonta e lo trasforma; il suo obiettivo è la felicità, la dignità della persona, l’autonomia del pensiero.

Dalla ragione alla scienza: l’inversione positivista

Un secolo dopo, nell’Ottocento, il panorama storico è mutato. La borghesia non è più rivoluzionaria: è diventata la classe dominante. Dopo le rivoluzioni del 1789 e del 1848, dopo l’industrializzazione e l’espansione coloniale, non ha più bisogno di smontare l’ordine esistente: deve consolidarlo, giustificarlo, presentarlo come naturale e inevitabile.

È in questo contesto che nasce il Positivismo. Auguste Comte – uno dei padri del pensiero positivista – elabora la famosa “legge dei tre stadi”: l’umanità passa attraverso uno stadio teologico, uno metafisico e infine lo stadio positivo, quello scientifico: “Sapere per prevedere, prevedere per provvedere”. Il progresso positivista non è più rivoluzionario, è evolutivo, controllato e finalizzato a regolare. Non è più la critica a essere centrale, ma l’ordine, la produzione, e l’efficienza.

Qui avviene la grande inversione. Mentre l’Illuminismo usava la ragione per demolire i dogmi, il Positivismo erige la scienza stessa a nuovo dogma. Solo ciò che è osservabile, misurabile, verificabile e, soprattutto, produttivo è considerato conoscenza autentica. Herbert Spencer applicando il darwinismo alla società conia l’espressione “sopravvivenza del più adatto”: l’ordine sociale esistente, con le sue disuguaglianze, diventa un fatto naturale, scientifico, incontestabile. Si mettono così le basi per il “non c’è alternativa” della premier britannica Thatcher. Dove l’Illuminismo era dinamico e sovversivo, il Positivismo è statico e conservatore. Dove l’Illuminismo riconosceva i limiti umani, il Positivismo trasforma la scienza in sapere onnipotente, assoluto, infallibile. Come nota Max Horkheimer in Eclisse della ragione: “La ragione, che un tempo era considerata una forza inerente al soggetto, si è trasformata in mero strumento”.

Il progresso non è più umano ma esclusivamente tecnico: non passa più attraverso il “coltivare il proprio giardino”, ma diventa un processo impersonale, meccanico, in cui l’uomo è spettatore passivo o ingranaggio da ottimizzare.

La critica della Scuola di Francoforte: la frattura tra Illuminismo e Positivismo

Nel loro Dialettica dell’Illuminismo Max Horkheimer e Theodor Adorno affrontano una domanda cruciale: come è possibile che l’Illuminismo, nato per liberare l’uomo, abbia portato ai totalitarismi del Novecento?

La risposta si chiarisce proprio riconoscendo la frattura tra Illuminismo e Positivismo. I due filosofi scrivono: “La pretesa di accrescere sempre di più il potere sulla natura tende a rovesciarsi in un progressivo dominio dell’uomo sull’uomo e in un generale asservimento dell’individuo al sistema sociale”. È proprio il Positivismo, con la sua sacralizzazione della scienza e della tecnica, che porta l’uomo a essere dominato dagli stessi mezzi che ha creato.

L’Illuminismo originario manteneva viva la tensione critica, riconosceva i limiti umani, poneva l’uomo come fine. Il Positivismo trasforma la ragione in “ragione strumentale”, in puro calcolo di mezzi: una razionalità che non si interroga più su i suoi fini, ma solo come ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

Herbert Marcuse, in L’uomo a una dimensione, pubblicato nel 1964, descrive la società tecnologica avanzata come sistema che “serve a istituire forme di controllo sociale più efficaci e più piacevoli”. La tecnica non opprime con la forza, ma seducendo, rendendo l’oppressione invisibile. E questo è possibile perché la scienza positivista ha preparato il terreno: trasformando l’uomo in oggetto, negando il soggetto critico, esaltando la tecnica come onnipotente. A guardare l’uso che viene fatto delle nuove tecnologie a Occidente – ma anche e forse pure di più a Oriente – le parole di Marcuse appaiono profetiche.

Dalla scienza alla tecnica: la tirannide dell’algoritmo

Se il Positivismo sostituisce la ragione critica con il metodo scientifico – ma non quello galileiano, una nuova forma sacralizzata – nel Novecento si compie un ulteriore passo: la scienza si fonde con la tecnica, generando un sistema in cui sono gli strumenti a dominare l’uomo.

Martin Heidegger, nel saggio La questione della tecnica, coglie questo rovesciamento: tutto, compreso l’essere umano, diventa “fondo disponibile”, una risorsa da sfruttare, ottimizzare, computare. L’essenza della tecnica – per Heidegger – è un modo di pensare che riduce la realtà a calcolo e disponibilità. Di ciò oggi viviamo le conseguenze estreme. Siamo arrivati alla tirannide dell’algoritmo: cosa leggiamo, chi conosciamo, quale lavoro troviamo – tutto è deciso da sistemi automatici che ci riducono a insiemi di dati.

Shoshana Zuboff, ne Il capitalismo della sorveglianza, sottolinea come “il capitalismo della sorveglianza si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti”. L’essere umano diventa “surplus comportamentale”, materia prima gratuita da estrarre, processare e vendere.

Gli algoritmi dei social media rappresentano l’esempio più evidente di questo processo: Facebook, Instagram, TikTok: ogni piattaforma determina cosa vediamo nel nostro feed. Ogni click costruisce un profilo digitale dettagliato e la nostra libertà di scelta è fortemente condizionata da ciò che un algoritmo decide di mostrarci. Nella gig economy – Uber, Deliveroo, Just Eat – i lavoratori sono ridotti a “capitale umano” valutato attraverso rating algoritmici. L’algoritmo decide chi lavora, quanto guadagna, chi viene escluso. Dobbiamo produrre contenuti, generare engagement, conformarci alle regole invisibili della piattaforma pena l’esclusione dal flusso delle informazioni.

In questo contesto il sogno illuminista si è perso. Dove Kant invocava Sapere aude – il coraggio di osare e pensare – oggi deleghiamo il pensiero a sistemi impersonali. Dove Voltaire riconosceva i limiti umani come parte del nostro essere, oggi la tecnica pretende di eliminarli. Prima eravamo chiamati a conoscere il mondo e cambiarlo, oggi ci viene chiesto di rendere soltanto più efficace il meccanismo che lo regola.

Ritornare all’essere umano

La differenza tra Illuminismo e Positivismo non è solo filosofica: è politica, sociale e profondamente esistenziale. L’Illuminismo procedeva verso la libertà, ponendo l’uomo come protagonista, riconoscendone i limiti. Il Positivismo ha imboccato la direzione opposta: verso la conservazione dell’ordine, la riduzione dell’uomo a oggetto, l’esaltazione di una tecnica onnipotente della quale ci sfuggono i meccanismi.

La soluzione sta allora nell’attendere – come suggeriva Heidegger – “un dio che ci possa salvare”? La risposta – io credo, non avendo un dio da aspettare – sta nell’uomo stesso, in quell’uomo “artefice del suo destino” che gli illuministi avevano ereditato dal Rinascimento.

Nel 1486, Giovanni Pico della Mirandola scriveva nel De hominis dignitate, immaginando Dio che parla ad Adamo: “Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto tuo proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto appunto, secondo il tuo voto e il tuo consiglio, ottenga e conservi”. E concludeva: “Di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che tu avessi prescelto”. Ecco il cuore dell’umanesimo autentico: l’uomo come artefice di se stesso, non come prodotto di forze esterne, non come dato di un algoritmo, non come risorsa da ottimizzare. L’uomo – uso le parole di Sartre – come “un progetto che vive se stesso soggettivamente”; un progetto che può anche finire sotto scacco, che può fallire e che nessuna tecnica o intelligenza artificiale può rendere invincibile.

L’essere umano non ha un’essenza predeterminata, non è riducibile a una definizione scientifica, non può essere compreso attraverso algoritmi predittivi. Sarà innanzitutto quello che avrà progettato di essere anche senza riuscirvi.

Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo: pensiero che integri i progressi scientifici senza abdicare alla capacità critica, che sappia usare la tecnica senza farsi usare da essa, che metta, ancora una volta, l’essere umano – libero artefice di se stesso e le sue necessità  – al centro di ogni progetto.

Di fronte all’inquietante hybris dei signori del web, si dovrebbe tornare all’uomo concreto, ai suoi bisogni qui e ora, e alla sua umanità. Non ci siamo liberati dei dogmi del cielo per finire inghiottiti da quelli prodotti dagli stregoni digitali. La sfida del nostro tempo è invertire la direzione. Riconquistare la sovranità sull’universo tecnico che abbiamo creato e non rifiutarlo. Ritornare ai lumi della ragione critica, quella ragione che illumina perché è umana, fallibile, mai definitiva, mai onnipotente. Ritornare all’uomo come progetto, come libertà, come responsabilità.

Spetta a noi scegliere se vogliamo ridurci a funzioni, dati e risorse da ottimizzare, o a soggetti capaci di pensare, di scegliere e pure di sbagliare.

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