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La Russia dei nostri desideri: anatomia di un’infatuazione italiana

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di Stefano Pizzin.

Un viaggio tra nostalgie di sinistra, ammirazioni di destra, ambiguità al governo e l’arte russa di manipolare l’opinione pubblica del Belpaese

Premessa: il Paese dove “Putin ha – quasi – sempre ragione”

Nel febbraio 2024, a due anni dall’invasione russa dell’Ucraina, il 22% degli italiani credeva che la Russia avrebbe presto vinto la guerra, mentre solo il 3% pensava che l’Ucraina potesse prevalere sul campo di battaglia. Secondo un sondaggio dell’Aspen Institute, l’Italia registra la percentuale più bassa di sostenitori dell’Ucraina tra i paesi occidentali analizzati e la più alta di “neutrali”. Rispetto all’inizio del conflitto, il sostegno italiano all’Ucraina è crollato dal 57% al 32%, mentre è cresciuta nettamente l’equidistanza: dal 38% del 2022 al 57%. Numeri che fanno dell’Italia un’anomalia nell’Occidente, un caso di studio per sociologi e strateghi della disinformazione. L’Italia si è confermata “il paradiso della disinformazione russa”, secondo il gruppo di ricerca AI Forensic. Come siamo arrivati a questo punto? E soprattutto: come è possibile che un paese fondatore dell’Unione Europea e appartenente alla NATO guardi con tanta indulgenza a un regime autoritario che ha invaso un paese sovrano e, con tutti i suoi limiti, democratico? La risposta è complessa, stratificata, e affonda le radici in decenni di storia politica e culturale italiana. Una storia fatta di antiamericanismo viscerale – perché più che l’amore per Mosca il sentimento che più muove l’opinione pubblica è una diffusa e radicata avversione per gli Stati Uniti -, di nostalgie ideologiche vecchie e nuove, opportunismi geopolitici e di sofisticate campagne di guerra cognitiva orchestrate da Mosca.

L’eredità della Guerra Fredda: quando amare Mosca era di sinistra

Per comprendere l’attuale simpatia italiana verso la Russia putiniana, bisogna partire da lontano, da quel pregiudizio antiamericano che in Italia ha almeno tre correnti: di destra, di sinistra e cattolica. Ma è stata soprattutto la sinistra italiana, con il più grande partito comunista dell’Occidente, a coltivare per decenni un rapporto privilegiato con Mosca.

Antiamericano e filosovietico fu certamente, e a lungo, il PCI di Togliatti, almeno quanto anticomunista era l’America. Per milioni di italiani che lo votavano l’Unione Sovietica rappresentava l’utopia realizzata, la patria del socialismo, il baluardo contro l’imperialismo americano. Tra il 1945 e il 1953, la propaganda comunista raggiunse l’obiettivo di convincere i suoi elettori sulla bontà di quella divulgazione. Certo, ci sono state svolte importanti: dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e quella dell’Afghanistan nel 1979 la rottura con Mosca fu profonda. Il PCI di Berlinguer venne scomunicato dal PCUS ed elaborò un rapporto meno conflittuale, più complesso e sfaccettato con l’America (peraltro, furono proprio i servizi sovietici a imbastire un attentato al capo dei comunisti italiani), ma il problema è che quando l’Unione Sovietica è crollata, molti a sinistra non hanno elaborato un vero lutto. Quel pezzo di opinione pubblica che una volta faceva riferimento al “campo socialista” guidato dall’URSS è rimasto impantanato in una certa visione del mondo: chi si oppone all’America imperialista ha sempre una qualche ragione. Putin, erede del KGB e nostalgico della grandezza sovietica – in realtà la nostalgia putiniana è tutta per la Russia zarista -, è diventato così il nuovo punto di riferimento per chi non ha mai smesso di cercare un contrappeso all’egemonia americana.

L’ironia della storia è che molti di questi filo putiniani di sinistra oggi si ritrovano a difendere un regime apertamente reazionario, autoritario, omofobo e ultranazionalista. Ma nella logica del “campismo” – l’idea che il nemico del mio nemico sia automaticamente mio amico – anche questo paradosso diventa accettabile. Sconcertante, tra le tante, la posizione di un bel pezzo dell’ANPI: proprio l’associazione che dovrebbe custodire i valori di chi si è opposto all’invasione del nostro Paese da parte della Germania nazista, fatica assai a riconoscere la resistenza degli ucraini ai carri armati di Mosca. Fuori dalle troppe ambiguità, almeno, vanno ricordate le parole dell’ex presidente Carlo Smuraglia – uno che la guerra di Liberazione l’ha fatta per davvero – che affermò: “Quella dell’Ucraina è Resistenza e va aiutata anche con le armi”.

La contraddizione libertaria: la sinistra che abbraccia il dispotismo

È qui che emerge una delle contraddizioni più grottesche dell’attuale panorama politico italiano. Una parte della sinistra che si dice libertaria, che rivendica giustizia sociale e diritti civili, finisce per giustificare un regime che è l’antitesi di tutto ciò che dovrebbe rappresentare. La Russia di Putin è un paese dove la libertà di stampa è stata sistematicamente annientata. Secondo Amnesty International, i diritti alla libertà d’espressione, riunione pacifica e associazione rimangono duramente limitati. Persone dissidenti hanno subìto procedimenti giudiziari arbitrari, processi iniqui, pesanti multe e lunghe pene detentive. Dopo l’invasione dell’Ucraina, la repressione legale del giornalismo è peggiorata: nel 2022 il Cremlino ha adottato leggi che rendono punibile con cinque anni di prigione qualsiasi “discredito” delle forze armate russe. La diffusione di “informazioni non affidabili” sull’esercito può essere punita con una pena che può arrivare fino a quindici anni di galera. Il caso di Vladimir Kara-Murza, politico e giornalista dell’opposizione, è emblematico: condannato a 25 anni di carcere. Sono centinaia i giornalisti arrestati sotto Putin. Ivan Safronov è stato condannato a ventidue anni di prigione per aver rivelato presunti segreti di Stato che erano liberamente disponibili online. Evan Gershkovich del Wall Street Journal è stato detenuto con l’accusa di spionaggio. Nel 2021 la Corte Suprema della Russia ha ordinato all’organizzazione Memorial, che si occupava di diritti civili, di chiudere. La motivazione: “Aver creato un’immagine falsa della Russia come Stato terroristico”.

C’è poi il capitolo degli oligarchi: mentre una parte della sinistra italiana denuncia (giustamente) le disuguaglianze economiche in Occidente, chiude gli occhi di fronte a un sistema dove un’élite ristretta di miliardari, con legami diretti con il KGB e il Cremlino, controlla settori interi dell’economia nazionale. La Russia ha oltre 100 miliardari secondo Forbes, molti dei quali hanno fatto fortuna attraverso privatizzazioni opache negli anni ‘90 o grazie a rapporti privilegiati con Putin. Come si concilia la difesa della giustizia sociale con l’indulgenza verso un paese dove le disuguaglianze sono stratosferiche e dove la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi fedeli al potere? Come si può invocare la libertà di stampa in Italia e poi minimizzare la sistematica distruzione di ogni voce indipendente in Russia? La risposta è semplice: non si può. Ma nella logica dell’antiamericanismo compulsivo, anche queste contraddizioni diventano invisibili. L’importante è opporsi all’Occidente, anche se ciò significa finire per sostenere un regime che incarna tutto ciò che si dice di combattere.

La destra e il suo flirt con lo “zar”. Il caso Cinque stelle.

Se l’amore di sinistra per Mosca aveva, un tempo, almeno una coerenza ideologica (per quanto discutibile), quello della destra italiana è ancora più inquietante, perché mescola opportunismo, nostalgia e fascinazione autoritaria attuale e interessi economici.

Il caso più eclatante è quello di Matteo Salvini, leader della Lega. Nel 2015 Salvini si presentò al Parlamento Europeo indossando una maglietta con il volto di Putin e la scritta “Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin!”. Dal 2014 al 2018, Salvini compì numerosi viaggi a Mosca, incontrando autorità della Crimea annessa, esaltando le navi da guerra russe e stringendo mani con politici sotto sanzioni. Il culmine fu raggiunto nel 2018 con lo scandalo del “Russiagate” italiano: la trattativa all’hotel Metropol di Mosca condotta dall’ex portavoce di Salvini, Gianluca Savoini, per finanziare il partito con denaro russo. Salvini nel marzo 2014 aveva twittato: “In due Repubbliche di Est Ucraina vincono elezioni partiti filorussi. Ue e Usa contestano. Il voto è ‘libero’ solo se piace a loro?!?”, sostenendo di fatto le repubbliche separatiste del Donbass. Quando è arrivata l’invasione del febbraio 2022 Salvini ha cancellato i suoi vecchi post filo-Putin e ha emesso stringate condanne all’aggressione russa. Ma quando nel marzo 2022 si è recato in Polonia al confine con l’Ucraina, il sindaco di Przemysl gli regalò proprio quella maglietta con Putin, ricordandogli le sue passate simpatie putiniane. “Il punto non è che Salvini cambi idea se gli conviene. È che non tenta neanche di elaborare una spiegazione che porti da una posizione all’altra”, ha notato la giornalista Marianna Aprile. Oggi, secondo sondaggi recenti, Lega e Democrazia Sovrana Popolare (il bizzarro movimento russo-bruno del cabarettistico Marco Rizzo) sono gli unici due partiti italiani in cui la posizione pro-Russia è nettamente maggioritaria, con la Lega che mostra un sostegno alla Russia del 21%.

Anche nel Movimento 5 Stelle, teoricamente di sinistra-populista (al Parlamento europeo nel gruppo della Sinistra, dove i Cinque stelle sono accomodati, la Linke tedesca, France Insoumise di Melenchon e le sinistre socialiste nordiche hanno un atteggiamento netto contro Mosca), le posizioni filo-russe hanno trovato terreno fertile. Nel giugno 2016, Manlio Di Stefano, deputato M5S e poi sottosegretario agli Esteri, partecipando al congresso di “Russia unita” (il partito di Putin), dichiarò che l’Ucraina era un “Paese fallito salvato dai soldi dei contribuenti europei” e che “le sanzioni vanno abolite immediatamente”. Nel 2015, Di Stefano aveva definito le proteste europeiste del 2014 a Kiev “un colpo di Stato finanziato da Europa e Stati Uniti d’America”, che diede vita a un governo guidato da “convinti neonazisti”. Naturalmente, dopo l’invasione, anche loro hanno corretto il tiro. La deputata M5s Giulia Grillo ha commentato il cambio di rotta dichiarando: “È pieno di partiti che hanno dovuto cambiare idea una volta al governo”. Un’ammissione involontariamente illuminante sul pragmatismo della politica italiana. Oggi si fatica a trovare un grillino apertamente filo russo ma, a partire dal leader ed ex Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si ribadisce la contrarietà ad aiutare militarmente Kiev, tenendo aperto un punto di evidente debolezza della coalizione di centrosinistra che dovrebbe proporsi alle prossime elezioni politiche. L’unico che non è tornato sui suoi passi è Alessandro Di Battista, ex dirigente M5S, che sui social ha raccontato il memorabile tour in terra russa che ne hanno fatto un “esperto” e di cui si ricordano le frasi: “Credo che Putin tutto voglia fuorché una guerra” seguita, quando Putin, che tutt’altro voleva fare, la guerra l’ha cominciata, da una stentorea: “I russi hanno il morale alto e sono stretti al loro presidente”.

Quando le destre trovano il loro modello

C’è un aspetto che va oltre l’opportunismo politico: l’affinità valoriale tra le destre europee e il regime putiniano. La Russia di Putin si presenta come baluardo dei “valori tradizionali” contro il presunto degrado morale dell’Occidente. Un paese che difende la famiglia “naturale”, che reprime l’“ideologia LGBT”, che promuove l’ortodossia religiosa come collante nazionale. Non è un caso che Putin abbia firmato leggi che criminalizzano la “propaganda LGBT” e che il regime russo perseguiti sistematicamente attivisti LGBTIQ. Non è un caso che la Russia si presenti come difensore dell’identità cristiana contro il secolarismo occidentale. Questo mix di nazionalismo, integralismo religioso e omofobia istituzionalizzata attrae molti​​​​​​​​​​​​​​​​ esponenti delle destre europee, così come la destra radicale alla Bannon negli Stati Uniti. AfD in Germania, FPÖ in Austria, il partito della Le Pen in Francia, quello di Farage nel Regno Unito, per non parlare di Orban e tutti i peggiori nazionalisti dell’Europa orientale hanno trovato in Putin un riferimento ideologico e un sostegno politico e materiale.

Giorgia Meloni e l’ambiguità italiana al governo

È qui che entra in scena Giorgia Meloni, premier italiana e leader di Fratelli d’Italia. La sua posizione sulla Russia è un capolavoro di equilibrismo politico che merita un’analisi approfondita. Formalmente, Meloni ha assunto una posizione atlantista dopo l’invasione dell’Ucraina. Ha condannato l’aggressione russa, ha votato per l’invio di armi a Kiev, ha sostenuto le sanzioni. Ma la storia recente racconta una narrazione diversa. Nel 2018, a Crimea occupata e con le milizie filo russe in Donbass già in azione, Meloni dichiarava: “Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile”. Nel suo libro “Io sono Giorgia”, Meloni definiva Putin “difensore dei valori europei” e dell’identità cristiana. Dal 2014 all’inizio del 2022, la leader di Fratelli d’Italia portava avanti sui social e in parlamento una difesa degli “interessi italiani” che faceva molto bene anche al presidente russo: contro le sanzioni e a favore del vaccino Sputnik. Nel 2014, all’indomani dell’invasione della Crimea, Meloni presentò una mozione in parlamento in cui si diceva particolarmente preoccupata per il business italiano in Russia “del formaggio stagionato”. Nell’Italia che voleva, il governo non doveva cedere “ai ricatti di Bruxelles” e doveva difendere “le imprese italiane”. Nel 2017 continuava a chiedere lo stop al “gelo economico tra Europa e Russia”, definendo l’allora premier Gentiloni “peggio di Tafazzi” per aver votato sì al rinnovo delle sanzioni: “Un’altra bella batosta per le imprese italiane e per l’economia nazionale”. Ancora a febbraio 2022, pochi giorni prima dell’invasione, Meloni diceva: “Serve una pace secolare con la Russia ma mi sembra che Biden usi la politica estera per coprire i problemi che ha in patria”. E aggiungeva: “L’Europa deve giocare un ruolo per la pace e avere una terzietà per l’Ucraina. Sono contro le sanzioni non perché sono amica di Putin, che non ho mai visto, ma il nostro interesse non è spingere la Russia verso la Cina”. Poi, il 24 febbraio 2022, l’invasione. E Meloni ha fatto la sua conversione sulla via di Damasco: “Inaccettabile attacco bellico su grande scala della Russia di Putin contro l’Ucraina”. Ma quando le hanno ricordato le sue passate simpatie, ha cercato di distinguere: “Putin è una parola che non c’è. La Russia non è Putin”. Una distinzione sottile che permette di mantenere una certa ambiguità. Il punto è che l’affinità tra Fratelli d’Italia e il regime russo va oltre le questioni economiche o geopolitiche. È un’affinità valoriale. La Russia di Putin rappresenta esattamente il tipo di società che molti esponenti della destra italiana ammirano: un paese dove lo Stato è autoritario, dove l’identità nazionale è esaltata, dove i “valori tradizionali” sono difesi contro il presunto degrado morale dell’Occidente, dove le minoranze sessuali sono represse, dove la Chiesa è strumento di potere. Meloni può condannare formalmente l’invasione dell’Ucraina – sarebbe politicamente impossibile fare altrimenti da presidente del Consiglio di un paese NATO – ma l’attrazione per il modello politico-culturale putiniano rimane. E questa ambiguità si riflette nell’opinione pubblica del suo elettorato: molti elettori di Fratelli d’Italia hanno dovuto affrontare una dissonanza cognitiva tra la loro ammirazione per Putin e la necessità di seguire la linea atlantista della loro leader.

Il fattore Trump: quando l’alleato diventa problema

Se la situazione italiana era già complessa, l’arrivo alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump ha aggiunto un ulteriore elemento di complicazione. Trump ha promesso ripetutamente di poter “risolvere la guerra in 24 ore”. Il suo piano, secondo indiscrezioni, consiste nello spingere l’Ucraina a cedere la Crimea e la regione del Donbas alla Russia. Un approccio che invertirebbe drasticamente la politica di Biden e che premierebbe di fatto Putin, condonando la violazione dei confini riconosciuti a livello internazionale con la forza. Trump ha sempre mostrato ammirazione per Putin, descrivendone il governo dittatoriale con ammirazione e facendo di tutto per evitare di criticarlo. Si è rifiutato di riconoscere l’interferenza della Russia nelle elezioni del 2016 e ha falsamente incolpato l’Ucraina di aver cercato di aiutare Hillary Clinton. Il suo inviato Steve Witkoff ha dichiarato che Putin “non è una cattiva persona”. L’apoteosi è arrivata con la reprimenda al povero Zelensky maltrattato dal presidente e dal suo vice “non hai carte”, “devi ringraziare di più” e l’incontro in Alaska dove ha steso all’autocrate del Cremlino il tappeto rosso manco fosse un benefattore dell’umanità. Secondo il piano della Casa Bianca, l’Ucraina dovrebbe accettare di perdere il 20% del suo territorio (Crimea, Donbass, la zona lungo il mare di Azov e parte della regione di Zaporizhzhia), creare una zona demilitarizzata di 1.000 chilometri presidiata dalle truppe europee, e impegnarsi a non entrare nella NATO per i prossimi 20 anni. In sostanza: gli europei dovrebbero pagare per presidiare territori sottratti a un paese democratico da un regime autoritario, mentre l’Ucraina dovrebbe rinunciare alla propria sovranità.

Questa posizione di Trump crea un problema enorme per chi, come Meloni, cerca di mantenere una facciata atlantista pur nutrendo simpatie per Putin. Se il presidente degli Stati Uniti stesso legittima l’aggressione russa, diventa ancora più difficile sostenere una linea di fermezza verso Mosca. E infatti, Meloni si trova in una posizione sempre più scomoda: da un lato deve mantenere i buoni rapporti con l’amministrazione americana, dall’altro deve cercare di non alienarsi le istituzioni europee. Il risultato è un equilibrismo che soddisfa pochi e che lascia l’Italia in una posizione ambigua e poco credibile, anche se i nostri media tendono a non farci caso. Forse sono queste ambiguità della premier e, ancor di più, del suo governo formato da un putinista in servizio permanente come Salvini e un ministro degli Esteri Antonio Tajani che orgogliosamente rivendica l’eredità di quel Berlusconi che nel “lettone di Putin” trascorse l’ultima fase boccaccesca della sua carriera politica e che del leader russo fu fervente ammiratore e amicone, a costringere il Presidente Mattarella a continui e inequivocabili interventi che ribadiscono la gravità politica e storica dell’invasione russa.

Il pacifismo selettivo: occhi chiusi davanti al militarismo russo

Una delle ipocrisie più clamorose del dibattito italiano è il cosiddetto “pacifismo” che si oppone al riarmo europeo e all’invio di armi all’Ucraina, ma chiude gli occhi davanti alle gigantesche spese militari della Russia. Nel 2024, la spesa militare russa ha raggiunto una cifra stimata di 149 miliardi di dollari, con un aumento del 38% rispetto al 2023 e il doppio del livello del 2015. Ciò rappresenta il 7,1% del PIL del Paese (in Italia è 1,5%), il 19% di tutta la spesa pubblica russa. La Russia spende per la difesa tre volte tanto quanto per l’istruzione superiore e quindici volte tanto quanto per la sanità. Secondo il Military Balance 2025 dell’International Institute for Strategic Studies, la Russia ha speso nel 2024 l’equivalente di 461,6 miliardi di dollari in termini di parità di potere d’acquisto, superando per la prima volta il totale dei budget per la difesa di tutti i paesi europei messi insieme (457 miliardi). La Russia spende in media 2 miliardi di rubli all’ora per il suo esercito.

Ma i pacifisti italiani sembrano preoccuparsi solo del riarmo europeo. Nessuna manifestazione contro le spese militari russe. Nessuna indignazione per un paese che trasforma la propria economia in una macchina da guerra mentre la popolazione soffre per mancanza di servizi essenziali. C’è poi il costo umano. Secondo le stime più prudenti, la Russia ha perso oltre 315.000 soldati tra morti e feriti dall’inizio dell’invasione. Solo tra dicembre 2024 e agosto 2025 sarebbero morti circa 65.000 soldati russi. L’ex segretario alla Difesa americano Lloyd Austin ha parlato di 700.000 soldati russi morti o feriti e di 200 miliardi di dollari spesi. Ma chi sono questi soldati? Da dove vengono? Vengono dalle repubbliche russe più povere e le minoranze etniche pagano il prezzo più alto. Il Daghestan e la Buriazia hanno subito il maggior numero di perdite (125 e 85 rispettivamente nelle prime fasi del conflitto), regioni tra le più povere della Russia, dove il salario medio mensile ammonta a poco più di 270 dollari. I cittadini di Mosca e San Pietroburgo, dove vive più del 12% della popolazione russa, sono praticamente assenti dai rapporti. Nella Repubblica di Tuva, un soldato ogni 3.300 adulti rimane ucciso, mentre a Mosca ce n’è uno ogni 480.000 adulti: una differenza di oltre 100 volte. In molte aree rurali, la mobilitazione “parziale” annunciata nel 2022 sembra essere diventata totale per le minoranze etniche. In alcuni villaggi della Buriazia, la popolazione è diminuita del 20% dall’inizio della mobilitazione. In un villaggio della regione di Khabarovsk, su 15 uomini, 10 sono partiti per l’Ucraina e non sono più tornati. Nemmeno i massacri perpetrati sui civili come a Bucha e Mariupol sembrano smuovere più di tanto l’opinione pubblica. I bambini ucraini (mentre sto scrivendo altri tre sono stati ammazzati dai missili russi nell’ovest del Paese) sembrano invisibili. Come quei 20 mila rapiti e deportati in Russia dove sono oggetto di un sistematico lavaggio del cervello, come indicato dalla Corte Penale Internazionale che proprio per questo ha incriminato Putin e qualche alto papavero del suo regime.

La macchina della disinformazione: quando Mosca gioca in casa

L’humus culturale favorevole a Mosca da solo non basterebbe senza un’attiva opera di seminatura, ed è qui che entra in gioco la sofisticata macchina della disinformazione russa. NewsGuard ha identificato 467 siti che hanno pubblicato disinformazione su Russia e Ucraina, di cui 44 in italiano, molti già noti perché pubblicavano fake news su pandemia, vaccini e clima. Secondo Giulia Pozzi questi siti “si citano tra loro e hanno un forte engagement sui social, soprattutto su Telegram”. Le tecniche sono molteplici e sofisticate. Secondo l’European Digital Media Observatory (Edmo), tra il 20 e il 26 marzo 2024 la rete “Portal Kombat” è stata attivata in 19 paesi dell’UE, tra cui l’Italia, diffondendo contenuti propagandistici come le truppe francesi operative in Ucraina e il sostegno delle élite occidentali a una dittatura globale. La rete chiamata “Pravda” (verità), ideata da Mosca, ha immesso nei principali chatbot solo nel 2024 ben 3,6 milioni di articoli di propaganda pro-Cremlino per influenzare il dibattito tra gli utenti. Sempre NewsGuard ha testato dieci sistemi di intelligenza artificiale: in un terzo dei casi, le chatbot hanno confermato narrazioni russe, citando proprio i siti della rete Pravda come fonti attendibili.Il dato più preoccupante è la particolare efficacia di questa macchina da propaganda nel nostro Paese. Secondo AI Forensic, solo tra il 1° e il 27 maggio 2024, Meta ha approvato almeno 275 annunci a pagamento contenenti disinformazione russa. In Italia, 61 post a pagamento hanno raggiunto oltre 1,4 milioni di utenti, contro gli 854.000 in Francia con 101 post. L’Italia è il paese dove si ottiene il massimo del risultato con il minimo dell’investimento: “Quasi un gol a porta vuota e la consapevolezza che nel Belpaese, la lama della disinformazione russa penetra come un coltello nel burro”. Anche il Presidente Mattarella ha denunciato che “in Italia ci sono atti di disinformazione, li registriamo e non sono di oggi. C’è una molteplicità di siti web, una tempesta diffusa di fake news e sono forme inaccettabili di ostilità”. Perfino dopo le sanzioni europee che hanno bandito Russia Today e Sputnik, questi media continuano a operare attraverso siti specchio tranquillamente accessibili dall’Italia. Una recente indagine ha rivelato proiezioni di documentari propagandistici sponsorizzati da Russia Today in biblioteche pubbliche e sale comunali italiane, con contenuti che raggiungono quasi due milioni di utenti. Sul web compaiono siti in italiano di giornalisti freelance, o presunti tali, che sostengono le posizioni di Mosca. Alcuni, come “Il Corrispondente”, anche con notizie in anteprima rispetto a media ufficiali. In alcuni casi, la commistione con il mondo dell’informazione tradizionale è evidente: chi veicola fake news su X affianca alla sua attività la collaborazione con un quotidiano nazionale, che gli conferisce autorevolezza.

I talk show televisivi italiani sono diventati terreno fertile per narrative filo-russe. Un festival permanente nel quale primeggiano il professor Orsini (e meno male che la Luiss doveva essere l’università della crème della crème dell’imprenditoria nazionale), l’ambasciatrice Basile, l’ex giornalista-capopopolo Santoro e il generale Vannacci (intervistato su ogni argomento dal primo giornale italiano con cadenza settimanale) ma che ha, ahimè, coinvolto anche intellettuali di valore come Massimo Cacciari, Alessandro Barbero e Luciano Canfora. Il putinismo nostrano può contare su una manciata di giornali di destra come La Verità e Libero e su una specie di organo ufficiale del Cremlino in Italia che è il Fatto Quotidiano, dove il direttore Marco Travaglio è impegnato, in concorrenza con la portavoce di Lavrov, Marija Zacharova, in una strenua difesa delle ragioni di Mosca. Non se la passano meglio le riviste con aspirazioni culturali come la Bibbia della geopolitica in Italia, Limes, il cui direttore riuscì a dire poche ore prima che le truppe di Putin si lanciassero verso Kiev: “Putin non invaderà l’Ucraina, sa che sarebbe una rovina per la Russia”. Vanno esentati da questo elenco i giornalisti del Manifesto che, invece, non hanno mai taciuto la natura “imperialista” dell’aggressione russa.

Una storia tutta da scoprire è quella del novembre del 2023: secondo quanto ha riportato Repubblica, tanti soldi, troppi, sono stati prelevati da due conti correnti dell’ambasciata russa di Roma; per la precisione 4 milioni di euro, in certi casi anche con richieste allo sportello intorno ai 100 mila euro per volta. Banca d’Italia, in particolare l’Ufficio di informazione finanziaria, ha fatto scattare gli alert e sono partite una ventina di segnalazioni sospette. Il tutto potrebbe far pensare a una strategia per aggirare le sanzioni e i conti correnti russi bloccati all’indomani dell’invasione. Ma non è proprio così, dato che le limitazioni non hanno mai colpito i conti correnti delle ambasciate. “L’ipotesi peggiore, e forse la più credibile – spiega Repubblica – è che il denaro prelevato sia frutto di una più complessa strategia che si poggia sull’informazione: riceverne e veicolarla. Quindi pagare in nero determinati soggetti senza lasciare traccia, i target in questo caso sarebbero le forze armate o altri settori vitali dello Stato che possono fornire, dietro pagamento, informazioni rilevanti, ad esempio su delle nuove armi. Oppure per pagare influencer, giornalisti o commentatori affinché sposino la causa del Cremlino”. Dopo due anni non si è fatta alcuna chiarezza sulla vicenda.

Parlare male è razzolare male

Come non bastasse tutta questa potenza di fuoco della propaganda putiniana, ci si sono messi anche i difensori dell’Occidente con una comunicazione ansiogena, poco chiara e propagandistica. Le quotidiane uscite dalla commissaria europea per la politica estera Kallas con l’annuncio di prossime guerre e riarmi stratosferici non aiutano certo nel rapporto con l’opinione pubblica. Lo stesso piano Rearm Europe (chissà chi è il genio che ha pensato a questo nome) è un pasticcio che, invece di portarci a quello che sarebbe il necessario esercito europeo, consente ai diversi Paesi di buttare via soldi in armamenti talvolta inutili, altre volte acquistati solo per fare un favore agli americani, e sì che un esercito dell’UE, invece, sarebbe più utile, efficiente, e meno costoso di ventisette piccoli eserciti per ogni nazione. “Da che pulpito viene la predica”: il detto popolare spiega bene l’origine di molta diffidenza delle opinioni pubbliche verso Bruxelles: come si può dare credito alla lotta contro Putin a chi, come i tedeschi, fino a ieri erano talmente legati alle importazioni da quel Paese da avere nel consiglio di amministrazione Gazprom un ex cancelliere, oppure considerare credibili le pose ferme di Macron quando Parigi, ancora oggi, importa il 40 per cento del gas liquido da Mosca. Un ulteriore errore è stato quello di fare del governo ucraino un santino che non si può discutere: quella di Kiev è una democrazia malferma che, certamente, è preferibile alla tirannide putiniana ma che ha ancora tanti passi da fare per raggiungere standard accettabili. Insomma, invece di imporre una visione acritica, meglio sarebbe stato spiegare seriamente qual è la minaccia di Mosca, il suo ruolo nell’inquinare le vicende politiche europee, dal sostegno ai movimenti anti UE alla Brexit, e riconoscere il valore civile della resistenza degli ucraini (compresi i russofoni), la cui unica colpa agli occhi di Mosca è quella di volere essere come noi.

Un Paese confuso, un Paese debole

Il risultato di questa combinazione tra eredità culturali e disinformazione attiva è un paese profondamente diviso – ma meglio sarebbe dire confuso – sulla questione ucraina. Il 44% degli italiani ritiene che l’Ucraina dovrebbe accettare di negoziare anche a condizioni nettamente sfavorevoli: il 18% pensa che dovrebbe accettare anche un semplice cessate il fuoco, mentre il 26% ritiene che un negoziato dovrebbe cominciare ad ogni condizione. Sull’invio di armi a Kiev prevale la contrarietà: circa un terzo degli italiani (32%) si dice favorevole, ma cinque su dieci si pronunciano in maniera contraria. Sull’ingresso dell’Ucraina nell’UE, l’opinione pubblica è spaccata su tre posizioni praticamente identiche: favorevoli (34%), contrari (32%) e incerti (34%). Un anno prima, il 67% si dichiarava favorevole.

L’infatuazione italiana per Putin e la Russia è il prodotto di una combinazione unica: eredità ideologiche mai elaborate, antiamericanismo, opportunismo politico, ambiguità al governo, debolezze del sistema mediatico e vulnerabilità alle campagne di disinformazione sofisticate. È la storia di un Paese che non ha mai fatto i conti fino in fondo con le proprie contraddizioni identitarie, oscillando tra l’appartenenza formale all’Occidente e la tentazione di equidistanze improbabili. Un paese dove l’opinione pubblica non ha ben chiare le dinamiche della politica internazionale e gli interessi autentici dell’Europa, un Paese da sempre affascinato dall’uomo forte e che si precipita “in soccorso al vincitore” e, soprattutto, dove i media non informano ma esibiscono una continua rissa da stadio buona – pensano loro – per accaparrarsi un po’ di pubblico e qualche spazio pubblicitario in più.

Insomma, in assenza di media capaci di svolgere la loro missione e di un dibattito politico e culturale all’altezza, una buona fetta dell’opinione pubblica italiana si è adagiata, tra pregiudizi e riflessi condizionati, al tradizionale “Franza o Spagna purché se magna”; l’atteggiamento giusto per restare ai margini delle scelte politiche internazionali che segneranno il futuro, anche il nostro.

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