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Le elezioni parallele

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Di Cosimo Risi.

La guerra all’Iran impone un prezzo. Per la classica eterogenesi dei fini, il cambio di regime a Teheran non è avvenuto, il regime apparentemente si rafforza nella repressione interna e nella resistenza esterna. Il cambio di potere accade presso i nemici della Repubblica Islamica.

In Israele l’opposizione a Netanyahu ha l’opportunità del ribaltone. Negli Stati Uniti la maggioranza democratica al Congresso ha l’opportunità di frenare gli impulsi bellici del Presidente. Non proprio l’anatra zoppa dei media ma un Donald Trump dimidiato: può proseguire il conflitto sotto la minaccia che il Congresso gli tagli i fondi e lo mandi “nudo” davanti al mondo. Una espressione forte per un Presidente che sulla forza, minacciata più che esibita, ha costruito la sua leggenda di businessman risolutivo.

            La via del potere a Gerusalemme è impervia. Non si contano le manovre dilatorie del Premier in carica. Non avendo alcuna intenzione di mollare placidamente, egli conferisce l’incarico allo Shin Bet di indagare sui fondi esteri ricevuti dai candidati arabi, lancia l’appello contro una maggioranza ebreo-araba, una iattura mortale per lo Stato ebraico.

Non che gli oppositori marcino tranquilli. Avigdor Lieberman, da Ministro della Difesa di Netanyahu si dimise perché la strategia verso i Palestinesi non era abbastanza pugnace, produce un documento che propone lo scioglimento dell’Autorità Palestinese e la creazione di una confederazione fra Israele e Giordania per amministrare la Cisgiordania. Si tratterebbe della formula riveduta dello stato bi-nazionale, atta a sostituire quella sacramentale dei due popoli – due stati. Il Regno, ed in tempi non sospetti, non è mai sembrato disposto a condividere le responsabilità di una situazione degradata per scelte altrui.

            Se la posizione di Lieberman sia congrua con quella del cartello, è da vedere. Gadi Eisenkot, infatti, sembra orientato a raccogliere l’apertura dei partiti arabi ad entrare nella maggioranza, e fors’anche nel governo, pur di mettere da parte Netanyahu. Ma se la coalizione perdesse i voti del partito di Lieberman, la maggioranza sarebbe a rischio. E nel frattempo si incoraggerebbe Netanyahu a riagganciare il suo ex Ministro della Difesa sapendolo poco incline a condividere alcunché con gli arabi.

            Il Vicepresidente Vance sostiene che la guerra all’Iran ha prodotto la sconfitta elettorale. Egli è critico, sin dalla prima ora, dell’avventura nel Golfo e dei rapporti di accondiscendenza degli USA verso Israele. Addebita a Netanyahu l’avere convinto Trump che il regime a Teheran era prossimo al crollo e che sarebbe bastata la spallata di un bombardamento ben assestato per ottenere il risultato.

Il bombardamento ha lasciato pressoché inalterate le potenzialità nucleari della Repubblica Islamica, portato alla chiusura a singhiozzo di Hormuz, alla minaccia di chiudere Bab el-Mandeb, alla lievitazione dei prezzi energetici in America. Che sarà il primo produttore di petrolio al mondo, ma che ha bisogno del petrolio del Golfo per tenere basso il prezzo del Brent sul mercato mondiale. Per non parlare della crisi di fiducia nei rapporti con le petromonarchie, esposte agli attacchi iraniani senza che da parte americana scatti una risposta efficace e, appunto, risolutiva. Non è un caso che i regnanti guardino, quanto meno in prospettiva, a rapporti più stretti con la Cina, il gigante riequilibratore, e che il Sultano dell’Oman, il condomino di Hormuz, si rechi in visita a Pechino.

            Il bilancio della campagna in Iran può dichiararsi fallimentare per gli interessi americani e, di riflesso, occidentali. In Europa le proteste contro il carovita trovano alimento dal rincaro delle tariffe energetiche, specie del gas, che colpisce i privati e le imprese. Se si aggiungono la disinformazione e gli hacker dell’Est, il quadro si presenta fosco anche da noi.

            Donald Trump si trova davanti al bivio. Giocare la carta diplomatica sia con Mosca che con Teheran oppure tornare alle sanzioni a carico della Russia ed agli attacchi contro l’Iran. Nel caso russo, egli può esercitare pressioni su Zelenskyy perché accetti le condizioni poste da Putin per porre fine al conflitto. In sostanza: una resa appena mascherata e nobilitata dall’eroica resistenza della popolazione. Nel caso iraniano, può continuare a confidare nella mediazione del Qatar oppure dare ordini alle portaerei che incrociano nel Golfo di scaricare il loro arsenale. Che è sicuramente distruttivo ma che ha un prezzo in termini di bilancio federale e di esposizione alla rappresaglia: direttamente contro la US Navy e indirettamente contro le basi americane nel Golfo.

            Corretta è la cautela dei dirigenti europei a non farsi prendere dall’euforia delle vittorie altrui. I risultati andranno verificati nelle azioni dei prossimi mesi. Il nuovo Governo a Gerusalemme ha bisogno di tempi lunghi. Il nuovo Congresso a Washington si insedia in gennaio.

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