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L’affaire Ceuta e la politica migratoria europea – seconda parte

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Di Cosimo Risi.

            Le elezioni regionali in Germania provano che la politica migratoria è il tema delle campagne elettorali e della vittoria dei partiti nazionalisti-sovranisti, ancorché sospettati, nel caso dell’AfD, di reminiscenze se non di simpatie neonaziste.

Gli analisti concordano che è semplicistico liquidare il voto come un ritorno al passato o come un mero segno di protesta verso le élites ricche dell’Ovest da parte dell’Est marginale. Il costo dell’unificazione tedesca si avverte in tutta l’ampiezza a distanza di trentasei anni. Il tempo ed i modi dell’integrazione sono passati invano, si parla invece di annessione e dunque di divisione permanente non solo di benessere ma anche di modi di vita. E di narrare la propria condizione, visto che la narrazione ha un peso preponderante anche presso le popolazioni che si ritengono ai margini. Il test elettorale è modesto, meno di due milioni, il tasso di partecipazione è alto, il vantaggio dell’AfD e, per contro, la sconfitta della CDU sono significativi.

            La critica a posteriori va allo slancio umanitario di Angela Merkel: il suo madornale errore da Cancelliera. Merkel decise di accogliere i migranti dalla Siria, sulla scorta della guerra civile in quel paese. Si disse che quei migranti necessitavano l’accoglienza, valeva per loro l’esigenza umanitaria. Si disse che alcuni sarebbero rimasti e altri sarebbero rientrati appena la situazione a Damasco si fosse stabilizzata.

Così è stato? I dati sono incerti, mentre è certa l’insoddisfazione dell’elettorato orientale in cerca di identità tedesca, aliena da compromissioni specie di marca islamica. La nuova situazione tedesca, se dovesse generalizzarsi, porrebbe seri problemi alla stabilità dell’Unione europea. Il risultato delle presidenziali francesi nel 2027 potrebbe fare il resto. Avremmo così un inusitato gravame sull’asse franco-tedesco, il cosiddetto motore dell’integrazione, allora probabilmente privo di contrappesi negli altri stati membri.

            Eppure, l’Unione sta rivedendo la politica migratoria. Non più, in sostanza, le porte aperte e la responsabilità totale allo stato membro di primo approdo, ma una risposta più accorta e corale. Il fenomeno migratorio è di per sé irrefrenabile avendo molteplici cause, lo si può contenere con una gestione attenta sia alle esigenze dei migranti sia alle reazioni delle popolazioni europee. Il cambiamento va graduato, ad evitare gli scossoni sociali e, peggio, i rigurgiti razzisti.

            Il nuovo Patto europeo sulle migrazioni e l’asilo è fresco di rinnovo: la data è il 12 giugno 2026. Ci siamo abituati ad alcune invenzioni lessicali: ad esempio i Dublinanti. Dublinanti sono coloro che, ai sensi del vecchio sistema di Dublino, pesavano per intero sullo stato membro di primo approdo. Ora il sistema prevede responsabilità ripartite e l’intervento in solidarietà degli altri stati membri, anche di quelli che rifiutano l’accesso tout court.

            In anticipo sull’applicazione del Patto, nel dicembre 2025, l’Italia conclude con Francia e Germania un accordo politico sulla solidarietà relativamente ai Dublinanti. Nell’interpretazione italiana, i Dublinanti entrati in Italia e poi andati in Francia e Germania non andrebbero restituiti al mittente. In questa chiave va letta la diatriba fra Roma e Berlino circa la posizione della Dublinante somala che la Germania vorrebbe restituire all’Italia.

            Il sistema Schengen è scosso da questo intreccio di problemi effettivi, i numeri sono eloquenti, e della loro esasperazione mediatica. Il coacervo dei fatti e della loro maliziosa narrazione provoca certi esiti elettorali e soddisfa quanti, al di fuori dell’Unione, ne vogliono smantellare l’apparato. È la coda lunga della guerra ibrida che si combatte anche su questo terreno. Non è un caso che i partiti nazionalisti-sovranisti abbiano un’attitudine filorussa e poco propensa a fare dell’Ucraina la bandiera delle nostre libertà.

            Per tornare a Ceuta, i numeri ridimensionano l’ottimismo delle autorità centrali. Nell’exclave spagnola resterebbero fra i 5000 ed i 9000 migranti irregolari, a fronte di una capacità di accoglimento provvisorio di 3000. Nel numero vanno considerati 1500 minori non accompagnati, e dunque non passibili di rimpatrio a meno di particolari accertamenti. Alcuni migranti rientrano in Marocco, specie quelli di nazionalità marocchina, altri tentano la sorte sperando che in qualche modo le porte si aprano.

            La tensione a Ceuta permane. La Commissione lavora fianco a fianco con la Spagna. La solidarietà dovrebbe scattare ovunque. Gli accertamenti italiani alle frontiere portuali e aeroportuali dovrebbe essere a termine.

            Sul piano generale, già nel gennaio 2026, la Commissione lanciò una strategia per le migrazioni (European Asylum and Migration Management Strategy). Con alcuni punti fermi: il 90% dei movimenti è sollecitato e gestito dai trafficanti; le migrazioni sono oggetto di arma ibrida, in base alla linea di Bielorussia e Russia di “weaponisation of migration”. La crisi ucraina si riverbera sull’Unione, aldilà delle dichiarazioni europee di essere fuori dal conflitto.          

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