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Il liberale socialista: Piero Gobetti cento anni dopo

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Di Stefano Pizzin.

Nel febbraio 1926 moriva a Parigi, a ventitré anni, uno degli intellettuali più originali del Novecento italiano. Gobetti non era né liberale nel senso classico né socialista: era qualcosa di più difficile da classificare, e per questo più scomodo e necessario.

Una vita breve, una mente frenetica

Il 16 febbraio di cento anni fa moriva a Parigi Piero Gobetti per una crisi cardiaca causata dai ripetuti pestaggi subiti dai fascisti. In un Paese che ama accalorarsi sulla sua storia senza mai approfondirla, questo anniversario è passato sottotono, forse perché il pensiero di Gobetti male si adatta a chi ama stare fermo sulle barricate ideologiche, ma costringe a muoversi, pensare, uscire dalla banalità del confronto culturale da esibizione e senza sostanza.

Piero Gobetti nasce a Torino il 19 giugno 1901. Torino agli inizi del Novecento è una città in grande fermento, con la Fiat che cresce, le leghe operaie che si organizzano, una borghesia colta e positivista che guarda con fiducia al progresso ma anche un’allarmata dai cambiamenti e reazionaria, ed è anche la città dei Savoia, della casa reale che ha unificato il Paese dimenticandosi di renderlo moderno. Gobetti cresce in questo ambiente e lo assorbe facendone un motore del suo pensiero così originale. A sedici anni fonda una rivista, si chiama «Energie Nove»; dura poco, com’è giusto per una rivista giovanile, ma già rivela i tratti che caratterizzeranno tutta la sua opera: un’attenzione al concreto, alla storia viva, all’azione politica come fatto culturale prima ancora che organizzativo. Gobetti non è mai stato un teorico puro, è stato un militante della cultura.

Nel 1922, l’anno della marcia su Roma, ha ventun anni e fonda La Rivoluzione Liberale, la rivista che lo renderà famoso e che diventerà uno degli spazi intellettuali più significativi dell’Italia prefascista. Il titolo è già un programma, anzi una provocazione: rivoluzione e liberalismo sono due parole che la tradizione politica italiana, e non solo, considera tendenzialmente incompatibili, e Gobetti le mette insieme di proposito. Il regime fascista lo tormenta: la sua abitazione viene perquisita, la redazione della rivista devastata dalle squadre fasciste, lui stesso picchiato nel 1925 con una violenza tale da compromettergli la salute in modo irreversibile. Alla fine si convince, a malincuore e troppo tardi, a lasciare l’Italia, raggiungendo Parigi nel febbraio del 1926 con la moglie Ada Prospero, incinta del figlio Paolo. Morirà il 16 dello stesso mese ad appena ventitré anni.

Per ricordarlo mi soffermerò su due punti del suo ricchissimo pensiero, su ciò che lo rende ancora attuale, profondo, e difficilmente collocabile nello scenario della cultura politica italiana: i tratti originali del suo liberalismo e la sua lettura del fascismo.

Il liberalismo come rivoluzione

Per capire Gobetti bisogna liberarsi di alcune categorie mentali consolidate. Il liberalismo che conosciamo — quello di derivazione anglosassone, quello di Adam Smith e di John Stuart Mill, quello del mercato libero e dello Stato minimo — non è il liberalismo di Gobetti: pur partendo dal pensiero di Benedetto Croce, di cui è stato allievo e interlocutore, se ne distacca su un punto cruciale: per Croce il liberalismo è essenzialmente una categoria dello spirito, una concezione della vita fondata sull’autonomia dell’individuo e sulla fiducia nel progresso della storia, ma per il giovane torinese questo non basta: il liberalismo deve misurarsi con la realtà concreta del capitalismo industriale, con il conflitto di classe, con le masse che entrano nella storia. Un liberalismo che ignora la questione sociale è, ai suoi occhi, semplicemente aristocratico, stanco, e per questo storicamente finito. Un po’ come sono intellettualmente stanchi i tanti autoproclamati liberali del nostro odierno scenario politico-culturale.

Viene da qui la sua apertura al socialismo, non come conversione ideologica ma tentativo di sintesi. Gobetti guarda al movimento operaio come alla più importante forza di rinnovamento della società italiana. Gli operai della Fiat in sciopero non sono per lui un problema di ordine pubblico, sono, scrive: «i protagonisti di un’esperienza morale», uomini che attraverso la lotta per i propri diritti stanno costruendo una coscienza autonoma, una soggettività politica nuova. C’è un tratto etico in questo giudizio che lo porta in una traiettoria lontana sia dal liberalismo classico che dal marxismo ortodosso. Per i liberali classici, Gobetti confondeva libertà e uguaglianza, commettendo l’errore di trasformare una categoria politica in una categoria sociale. Per i marxisti ortodossi, invece, il suo era un modo elegante per difendere la borghesia avanzata contro quella retriva. Ma per Gobetti nessuna delle due tradizioni, da sola, era sufficiente a capire l’Italia e a cambiarla.

Il dialogo con Gramsci

Tra i tanti rapporti intellettuali di Gobetti, quello con Antonio Gramsci è probabilmente il più significativo e paradossale. I due si conoscono a Torino all’inizio degli anni Venti, frequentano gli stessi ambienti, si leggono, si citano, e si confutano. Vengono da mondi opposti: Gramsci è un dirigente del Partito Comunista d’Italia, un marxista che studia Lenin e pensa in termini di lotta di classe e di partito rivoluzionario, Gobetti è un liberale anomalo che diffida di ogni organizzazione rigida e crede nell’autonomia dell’individuo come valore irrinunciabile, e tuttavia si capiscono. Entrambi si pongono la stessa domanda: perché l’Italia non riesce a fare la sua rivoluzione borghese? Perché la modernizzazione si ferma sempre a metà, e la borghesia italiana è sempre stata, come si troverà scritto nei Quaderni del carcere di Gramsci, una classe incapace di egemonia e di costruire un blocco storico che includesse le classi subalterne?

Gobetti pubblica sul L’Ordine Nuovo, il giornale diretto da Gramsci e, parimenti, accoglie contributi di Gramsci sulla sua Rivoluzione Liberale. Nelle lettere e negli scritti del periodo, il rispetto reciproco è evidente, anche quando il disaccordo è netto. Gramsci scriverà di Gobetti, dopo la sua morte, parole di ammirazione, descrivendolo come «il più significativo giovane dell’Italia contemporanea», un intellettuale che aveva saputo unire il rigore del pensiero all’impegno civile senza cadere nei compromessi che affliggevano la cultura italiana. Per entrambi la cultura è il terreno della battaglia politica. Non nel senso che le idee sostituissero l’azione — né Gramsci né Gobetti erano idealisti in quel senso — ma nel senso che senza una trasformazione profonda della cultura nazionale, senza la formazione di una coscienza critica diffusa, nessuna rivoluzione politica sarebbe stata possibile o duratura. Una lezione che la politica degli ultimi decenni ha dimenticato, con evidenti, e assai tristi, risultati.

«Autobiografia della nazione»: il fascismo come specchio degli italiani

Arriviamo al punto più controverso, e forse più attuale, del pensiero di Gobetti: la sua interpretazione del fascismo. È una tesi radicale che il pensiero politico italiano ha fatto fatica ad accettare, come non lo ha accettato il sentire comune del Paese, dove in tanti restano avvinghiati al magico imbroglio autoassolutorio degli «italiani brava gente». La tesi è questa: il fascismo non è una parentesi, non è un’anomalia, non è il prodotto di una cospirazione o di una crisi economica contingente, non è «l’invasione degli Hyksos» di cui scriveva Croce per segnalarne una netta alterità alla nostra storia. Il fascismo è, scrive Gobetti in un articolo del 1922, «l’autobiografia della nazione». È il modo in cui l’Italia si racconta a sé stessa, il riflesso di vizi strutturali che non vengono da fuori ma appartengono alla storia profonda del Paese.

Quali sono questi vizi? Gobetti ne identifica almeno tre. Il primo è la mancanza di una vera riforma protestante: l’Italia è rimasta cattolica, e il cattolicesimo, inteso non come fede religiosa ma come cultura politica e modus vivendi di una società, ha prodotto una disposizione al compromesso, all’obbedienza all’autorità, alla delega del giudizio morale a istituzioni esterne. Non l’individuo responsabile di fronte a Dio e alla propria coscienza, come nel protestantesimo, ma il fedele che si affida alla mediazione ecclesiastica. Questa struttura culturale, sostiene Gobetti, si riproduce in politica sotto forma di trasformismo, clientelismo e assenza di partiti ideologicamente solidi.

Il secondo vizio è la mancanza di una rivoluzione borghese compiuta. Il Risorgimento, che Gobetti ha giudicato con una severità che ha scandalizzato i suoi contemporanei, è stato una rivoluzione dall’alto, condotta da una élite che ha escluso le masse dalla costruzione dello Stato nazionale. Il risultato è uno Stato senza cittadini, o meglio, con sudditi che si sono abituati a subire il potere piuttosto che a esercitarlo. La mancanza di una tradizione di autogoverno locale (recuperò il pensiero di Cattaneo e il federalismo molto prima che il leghismo lo trasformasse in una barzelletta), di responsabilità civica, di partecipazione politica attiva sono le radici profonde della fragilità della nostra democrazia.

Il terzo vizio, conseguenza dei primi due, è il giolittismo: quella pratica politica inaugurata da Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio per lunghi anni nel primo Novecento, che consisteva nel comprare il consenso, nell’integrare le opposizioni attraverso la cooptazione, nel rendere il sistema politico impermeabile a qualsiasi cambiamento reale e capace di digerire, neutralizzando, qualsiasi novità. Gobetti vede nel giolittismo la quintessenza della corruzione italiana: la capacità di sterilizzare le forze vive della società trasformandole in complici del sistema, ed esso non sarà solo la peculiare pratica del Presidente del Consiglio di allora ma qualcosa di più profondo e cronico nella politica italiana.

Il fascismo, in questo quadro, non è una rottura con la tradizione italiana, è la sua continuazione con altri mezzi. Gobetti anticipò, in questo senso, ciò che Umberto Eco avrebbe poi chiamato il «fascismo eterno». Mussolini non ha vinto nonostante gli italiani, ma attraverso di loro, attraverso la loro abitudine alla rassegnazione, al disprezzo per le regole, alla disponibilità a barattare la libertà con l’ordine, allo spirito corporativo messo davanti all’interesse generale. Scrive Gobetti: «Il fascismo è stato dunque la rivelazione di una crisi di coscienza, la concretizzazione di un vizio che era già nell’aria». Con questa tesi non accusava soltanto i fascisti, ma gli italiani. Diceva che il problema non era Mussolini ma l’Italia e che per uscirne non bastava sconfiggere il fascismo sul piano militare o politico ma bisognava fare i conti con sé stessi, con la propria storia, con i propri vizi collettivi.

Fuori dagli schemi

Cosa resta di Gobetti cent’anni dopo? Resta innanzitutto la sua irriducibilità: in un panorama intellettuale che è stato dominato da grandi partiti e grandi tradizioni — il marxismo, il cattolicesimo politico, il liberalismo crociano — Gobetti è rimasto ostinatamente fedele a una posizione che non aveva un nome riconoscibile e non cercava di averne uno. I liberali lo trovavano troppo vicino al movimento operaio, i socialisti troppo attaccato alle libertà individuali e per i cattolici era un critico radicale dell’influenza della Chiesa sulla vita civile italiana.

La sua idea di liberalismo era, in fondo, un «liberalismo delle capacità», per usare una categoria che sarebbe stata elaborata decenni dopo da Amartya Sen. Non basta garantire le libertà formali: bisogna creare le condizioni affinché gli individui possano effettivamente esercitarle. Un operaio che lavora quattordici ore al giorno e non ha accesso all’istruzione è formalmente libero ma sostanzialmente servo. Il liberalismo, per essere coerente con sé stesso, deve volere anche l’emancipazione sociale. Questa posizione lo avvicina, retrospettivamente, a tradizioni che si sono sviluppate dopo la sua morte: il liberal-socialismo di Carlo Rosselli, la democrazia sociale nordeuropea, un certo pensiero cattolico progressista del dopoguerra, il pensiero di Bobbio e di Rorty. Gobetti non ha fondato nessuna scuola, non ha lasciato nessun partito, ha lasciato riviste, articoli, qualche libro, tra cui La Rivoluzione Liberale, pubblicato nel 1924, e Risorgimento senza eroi pubblicato postumo — e soprattutto un pensiero, ancora abbozzato, e non poteva essere diversamente vista la giovane età, ma che ha influenzato la cultura italiana in modo spesso carsico e non pienamente riconosciuto.

Cento anni dopo

Celebrare un centenario è sempre un’operazione ambigua. C’è il rischio di trasformare un pensiero vivo e scomodo in un’icona da museo, di citare Gobetti per conferire patina intellettuale a posizioni che lui avrebbe probabilmente detestato. La storia italiana del Novecento è piena di appropriazioni indebite: Gobetti è stato rivendicato dalla sinistra, dai liberali, dai radicali, dai cattolici democratici e spesso con interpretazioni parziali e strumentali. C’è anche il rischio opposto: quello di ignorarlo, di relegarlo agli specialisti, di trattare il suo pensiero come un documento d’archivio anziché come un interlocutore ancora capace di disturbare; e Gobetti disturba. Disturba perché la sua analisi del fascismo come «autobiografia della nazione» non riguarda soltanto il 1922: ci riguarda ogni volta che una democrazia cede alla tentazione dell’uomo forte, ogni volta che la libertà viene barattata con la sicurezza, ogni volta che la cultura politica di un Paese si dimostra incapace di reggere la pressione della crisi. Disturba perché il suo liberalismo solidale, o socialismo liberale, è ancora oggi una delle sfide irrisolte della democrazia moderna. Una sfida che segna la compiuta realizzazione della democrazia, checché ne dicano i liberali che distolgono lo sguardo dalle ingiustizie sociali e gli analfabeti che distinguono e contrappongono diritti civili e diritti sociali.

Gobetti, ed è forse l’insegnamento più importante, ha pensato che la cultura sia la vera arena della politica, che l’onestà intellettuale sia una forma di coraggio civile e il compito dell’intellettuale non sia dare conforto ma disturbare il sonno dei compiacenti, ma non per esercizio retorico o sfoggio di sapienza, ma per costruire una società migliore. Forse è per questa inattualità che il centenario della sua morte è passato colpevolmente in sordina.

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