Da “Verso il mare” di Božidar Stanišić
Mezzogiorno. Estivo, come se fossimo in Messico o in Texas. Mancano il terreno sabbioso, i cactus a tre punte, i cespugli rotolanti e, naturalmente, un uomo a cavallo la cui siluette si avvicina agli osservatori. Questi, naturalmente, sono seduti sotto il portico del saloon.
Anche il mio compagno di scuola e io siamo degli osservatori, ma non siamo da qualche parte in Messico o in Texas. Semplicemente, siamo in Bosnia. Siamo seduti davanti al suo caffè, a M***. Sotto un ombrellone. Oltre a noi, solo un altro cliente. All’apparenza, un po’ più vecchio di noi, quindi potrebbe avere circa cinquantacinque anni. Lui è parte del mio inventario, mi ha detto sottovoce il mio compagno di scuola appena ci siamo salutati.
C’è qualcosa di magico negli incontri con i vecchi amici: nelle mie visite turistiche al vecchio paese ci salutiamo come se ci fossimo separati il giorno prima, la conversazione inizia come fosse stata sospesa ieri. Non sono sicuro, ma forse non lo sono neppure loro, se il vero ieri sia durato fino alla primavera del 1992 oppure da quell’anno fino a oggi. Forse è solo uno? Io non lo so, e a loro non l’ho mai chiesto. In effetti, il mio vecchio amico, comunque, mi ha detto che sono stato assente tanto tempo. E che questa non è, Dio ce ne guardi, una critica.
Solo una constatazione. Quindi, sei assente come le mutande in un film porno. Dire così di quelli assenti per lungo tempo, sostiene lui, adesso è di moda. Ma quello, mi ha detto sottovoce, quello è qui ogni mattina, sta seduto, sprofondato nei propri pensieri. Di quelli qui ne abbiamo tutti fin troppi. Alcuni sono dei pesi. Ma non parliamone adesso. Implicitamente ho accondisceso, quindi non parleremo dei pesi di qui, per non dire, per caso o no, qualcosa sui pesi del paese in cui vivo, in Europa, e in qualche altro luogo. E tutto all’alba del XXI secolo. In quella entrambi guardiamo verso la fine della lunga strada del Quartiere nuovo di M***. Non ci viene incontro nessun cavaliere ma un’auto della polizia. Sul tetto del veicolo i fari girano rapidamente da sinistra verso destra, senza sosta. O forse, al contrario, da destra? Subito dopo vediamo un’Audi nera, e dietro un altro veicolo della polizia. La breve colonna si ferma non lontano dal caffè. Dall’Audi per primo esce l’autista, camicia bianca, cravatta azzurra, pantaloni neri. Poi un uomo alto e robusto con un abito estivo blu scuro. In mano tiene una cravatta appena slacciata color zucca matura. Si mette gli occhiali da sole.
Il mio compagno di scuola lo chiama per nome. Dalla prima auto esce un poliziotto. Tarchiato, si asciuga il viso con un fazzoletto, si sistema la cintura con un fodero da cui spunta il manico di un revolver. Anche lui ha gli occhiali da sole. L’uomo alto si avvicina a noi.
Lo hai riconosciuto?, mi dice il compagno di scuola. È stato con noi in prima e seconda liceo. Non sono riuscito a ricordare chi fosse quell’uomo. Se quel resto di memoria che ho non mi inganna, alla fine della seconda non aveva l’insufficienza solo in educazione fisica ed educazione musicale, dice il mio amico sottovoce. Poi si rivolge a quello dell’Audi: Che cosa ti minaccia? Io ti costruisco lo stato, dice quello allacciandosi la cravatta, e tu hai voglia di prendere in giro. (Ha usato il sinonimo noto a noi tutti per “prendere in giro”, ma dopo l’assenza delle mutande nei film porno non ha senso appesantire il racconto con certe espressioni). E chi è quello? Chi?, dice il mio amico facendo lo gnorri. Su, hai capito bene che cosa ti ho chiesto, dice quello dell’Audi. La sua faccia mi è nota.
Quando il mio amico pronuncia il mio nome, quello dell’Audi fa un cenno di disprezzo con la mano. È come te? Come me, che cosa?, dice il mio amico. Non era qui quando stava tuonando! Sì, dice il mio amico, non era qui come non lo ero io. Allora, è così! Sì, dice il mio amico, non eravamo qui, ma io so che neppure tu eri là dove tuonava.
Oltre a quello della prima auto, ora questa conversazione viene ascoltata da altri tre poliziotti. Tutti con gli occhiali da sole, tutti a braccia conserte.
C’è qualche problema, signor viceministro?, chiede uno di loro. Non preoccuparti, risponde, l’unico problema è che sto parlando inutilmente con… Senza finire quello che voleva dire, apostrofa rudemente il mio amico: Ma dov’ero rimasto? Che ne sai tu che cos’è il comando militare in guerra? Non sai neppure quanto era importante essere nel servizio diplomatico, mentre nasceva questo stato! Non lo so, dice il mio amico, ma so che adesso nel posto di dirigente del settore urbanistico siede un tale che non è un architetto, che ha finito la scuola serale per edili ma è membro del tuo partito, e so che io sono un barista. In uno stato democratico ciascuno sceglie liberamente il suo lavoro, dice sprezzante il viceministro.
Facendo segno ai poliziotti di tornare nelle auto, si avvia alla sua. Ma si ferma subito.
Ma dov’è adesso? Chi?, dice il mio amico. ma quello che è con te. Eh, dice il mio amico, dato che ti ho detto come si chiama, allora lui non è quello!
Dai, non fare il complicato, dov’è adesso? Lui è là dove tu non potresti mai costruire lo stato. Ma dato che lo stai costruendo… Su, strepita il viceministro, finisci quello che volevi dire! Non serve, dice il mio amico, per una persona intelligente è chiaro anche il non detto.
Il viceministro scoppia a ridere forte. Con una mano indica il caffè e noi due al tavolino, con l’altra l’Audi. Non, non è stato necessario che spiegasse a parole il discorso delle sue mani.
Dopo, al commiato con il mio amico, quel cliente sprofondato nei propri pensieri ci dice: Ma non avete altri pensieri e occupazioni?
Ci fissiamo, confusi. Il mio compagno di scuola e io.
Ora, quindici anni dopo l’incontro con il viceministro, mi chiedo se ci siamo fissati come se ci fossimo separati il giorno prima. Oppure è più importante che mi ricordi che il cliente sprofondato nei propri pensieri ha acceso una sigaretta e ha fissato la strada deserta? Che non è né in Messico né in Texas. Il fumo della sua sigaretta svaniva rapidamente. Tempo fa ho pensato di non aver sentito da tempo dentro di me un avvertimento migliore, se pur inespresso: Se quella conversazione non te la annoti subito, finirà come…
Ventotto piccole storie: un mosaico di esperienze e speranze, ognuna con il suo universo unico. Da un lato, un passato perduto, basato su principi solidi e condivisi, che promette un futuro sicuro; dall’altro, un mondo nuovo che offre rifugio, ma che spesso si presenta con valori discutibili, ipocrisie e falsi miti.
BOŽIDAR STANIŠIĆ (Visoko, 1956). Scrittore, poeta e insegnante, fugge dalla Bosnia ed Erzegovina nel 1992 rifiutandosi di indossare qualunque tipo di divisa. Arriva in Italia e trova la sua residenza a Zugliano (Udine), dove si ferma con la famiglia e vive tuttora. È uno dei massimi conoscitori della letteratura dell’area balcanica, in particolare dell’opera del premio Nobel Ivo Andrić. Diverse sue prose e poesie sono sparse in numerose antologie italiane e straniere. Alcuni suoi lavori sono tradotti in francese, inglese, sloveno, albanese, giapponese e cinese.