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La diplomazia dell’annuncio e la diplomazia del fare

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Di Cosimo Risi.

                                                                                                     La prima tornata negoziale fra Americani e Iraniani è finita con il nulla di fatto. Il Vicepresidente americano rientra a Washington insoddisfatto: gli Iraniani hanno respinto le condizioni americane. Il Presidente del Parlamento iraniano rientra a Teheran insoddisfatto: le condizioni americane erano inaccettabili. Il solo a pronunciare parole di moderato ottimismo è il mediatore pakistano: le parti si sono riconosciute – la stretta di mano fra i due capi delegazione, la prima ad alto livello dopo i fatti del 1979 – e questo comporta l’avere trovato il minimo terreno comune.

                                                                                                     Le parti si rivedranno? Probabilmente si. Dove e quando è da vedere, e così il formato delle delegazioni. Il farle dirigere a livello politico è utile ai fini dell’annuncio, meno produttivo ai fini del risultato. I diplomatici devono agire nell’ombra, nelle segrete stanze, lontano dai riflettori e dai microfoni. I funzionari tacciono per contratto, i politici parlano per il consenso, le loro dichiarazioni a volte infiammano per mostrare ai compatrioti che l’interesse nazionale è saldamente presidiato e la vittoria è sicura. Questo è d’altronde lo slogan ripetuto da Donald Trump. Noncurante della situazione sul campo, egli proclama la vittoria americana grazie alla propria guida fatta di fermezza e apertura. Ignora il monito di colui che si profila come l’oppositore meno rumoroso e più insidioso: Papa Leone. La denuncia dell’idolatria dell’ego, del potere, del denaro: il messaggio lanciato dal sagrato di San Pietro non ha un destinatario dichiarato, si riconosce la sagoma dell’inquilino della Casa Bianca che, per avviare il negoziato, ha minacciato di distruggere la civiltà iraniana. L’eccesso verbale, per il Pontefice, suona da incitazione ad un crimine umanitario.

                                                                                                     I nodi della trattativa a venire sono sul tavolo: l’apertura di Hormuz in quanto scritta nel diritto internazionale marittimo, la rinuncia al programma nucleare militare, la rinuncia al sostegno delle milizie sciite che minacciano le monarchie sunnite del Golfo e Israele; l’attenuazione se non la cessazione delle sanzioni.

                                                                                                     La guerra del febbraio 2026 ha prodotto un duplice effetto sul piano strategico. Da una parte, le aviazioni americana e israeliana hanno distrutto buona parte dell’apparato militare dell’Iran, non tutto, tant’è che i pasdaran conservano una notevole capacità di deterrenza grazie ai droni ed ai missili. Dall’altra, ha mostrato l’efficacia della minaccia a Hormuz, al punto che l’Iran pretende il pedaggio per lasciare passare le navi. Il pedaggio andrebbe spartito con l’Oman sull’altra sponda. Ma questo è un dettaglio per i negoziatori di Teheran, col pedaggio otterrebbero due risultati fondamentali: essere sostanzialmente i padroni dello Stretto, da chiudere ed aprire a discrezione, come se fosse un canale interno, una sorta di Suez nel Golfo; tenere sotto scacco le monarchie sunnite che hanno il solo sbocco marino sul Golfo. L’Arabia Saudita sarebbe meno colpita, può dirottare gli idrocarburi verso il Mar Rosso, col rischio però di finire sotto al tiro degli Houthi nello Yemen.                                        L’impressione che si ricava dai giorni di guerra è che l’Iran è palesemente inferiore sul piano strettamente militare, ha qualche carta da giocare sul piano politico. Ed intende giocarla fino in fondo nelle trattative. La risposta americana è tempestiva: il blocco navale di Hormuz. Con la Navy incroceranno navi di altri paesi NATO, di sicuro del Regno Unito che coordina l’attività dei volenterosi. L’Italia dovrebbe figurare fra loro, con regole d’ingaggio da definire.

                                                                                                     Il dato interno, il cambio di regime o almeno l’ammorbidimento del regime vigente, è fuori dall’ottica americana, malgrado le dichiarazioni di gennaio a favore dei rivoltosi. La repressione interna si esercita con ferocia e si unisce, paradossalmente, ad un certo grado di coesione patriottica. Anche i rivoltosi ed i loro simpatizzanti patiscono i bombardamenti nemici.

                                                                                                     C’è una terza parte nel conflitto però assente dal tavolo. Esercita lo stesso una notevole pressione. Israele sostiene che il Libano non rientra nelle trattative, può perciò continuare l’opera di pulizia del sud del paese e pensare di istallarsi definitivamente al di qua del Fiume Litani. Le centinaia di migliaia di profughi, non tutti membri di Hezbollah, si affollano a Beirut e nel nord in cerca di un riparo per quanto fragile. L’IAF colpisce la capitale ed il quartiere del presidente sciita del Parlamento libanese. È il segnale che anche Nabih Berri è un bersaglio al pari dei capi riconosciuti di Hezbollah.

                                                                                                     Benjamin Netanyahu intende chiudere la vicenda libanese alla stregua della vicenda Gaza. Disarticolare gli avversari per trarre il massimo vantaggio dalla copertura americana. Oggi c’è grazie a Trump e domani potrebbe scemare se la base MAGA ritenesse che il sostegno a Israele è al punto di saturazione. Netanyahu gioca la partita interna in vista delle prossime elezioni e per ritardare ulteriormente la chiamata davanti al giudice penale. L’atteggiamento israeliano è l’incognita nella trattativa americano-iraniana. L’agenda di Gerusalemme non coincide sempre e in tutto con l’agenda di Washington. Il grado di pressione che Israele può esercitare sugli Stati Uniti va commisurato al corso degli eventi. Al momento si adegua all’appello americano di sospendere gli attacchi ed avviare nuove trattative con il Governo di Beirut dopo che le precedenti sono state infruttuose. Le LAF, le forze armate libanesi, sono incapaci di disarmare Hezbollah se la milizia rifiuta. Mancanza di mezzi e divisioni interne fra coloro che vorrebbero sbarazzarsi di Hezbollah, gli ambienti cristiani e sunniti, e coloro che simpatizzano con il movimento, gli ambienti sciiti.

La diplomazia è un esercizio difficile in costanza di conflitto e con una situazione generale largamente deteriorata dopo i fatti di Ucraina. Il diritto internazionale è la grande vittima del disordine mondiale. A questo proposito è bene rileggere il Tucidide de La guerra del Peloponneso (431 a.C.): I potenti prendono tutto quello che possono ed i deboli si adeguano.

Il diritto non ha valore universale, vale solo tra eguali. Quando vi è asimmetria di potere, la relazione è determinata dalla forza. La Terza Guerra del Golfo, le prime due furono combattute dagli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein, ci riporta indietro di un balzo, quando il diritto internazionale per come lo conosciamo dopo la Pace di Vestfalia era l’aggiustamento temporaneo dei rapporti di forza. Ora si tratta di capire, nel caso di Hormuz, se si riesce a salvare almeno il brandello del diritto relativo alla libera navigazione. L’interesse europeo è evidente, la necessità del fare è impellente.

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