Di Cosimo Risi
L’editore Fuori Scena, con l’Introduzione di Paolo Di Motoli, pubblica in italiano gli scritti di Vladimir Jabotinsky (1880-1940) intitolati al Sionismo militare, le origini della destra israeliana. Si risale alla teorizzazione della destra sionista contrapposta dialetticamente alla sinistra sionista di Theodor Herzl. A questa appartenevano i padri fondatori dello Stato di Israele, fra i quali il primo Primo Ministro David Ben Gurion ed alcuni loro eminenti seguaci come Golda Meir, Yitzhak Rabin, Shimon Peres.
È significativo che Benzion Netanyahu, padre del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, era l’assistente di Jabotinsky e che le teorie del giornalista di Odessa ispirano la pratica politica della destra al potere in Israele da anni. E lo governa nella fase di massima esposizione al pericolo.
Gli ordigni scagliati dall’Iran e dallo Yemen e dal Libano lo flagellano, demoralizzano la popolazione, ne mostrano la vulnerabilità malgrado l’imponente arsenale di attacco e difesa. Le IDF, l’esercito di popolo grazie alla coscrizione obbligatoria per uomini e donne, fatica a reggere i vari fronti bellici, è scosso dalle polemiche sui disastri umanitari a Gaza e in Libano, è diviso sulle deroghe accordate agli studenti delle scuole religiose.
Jabotinsky muore nel 1940, dopo un soggiorno anche in Italia di cui parla la lingua, non conosce lo Stato di Israele (1948). Conosce gli Arabi che abitano quel lembo di terra in coabitazione forzata con gli Ebrei. Egli non si ritiene nemico degli Arabi, non è l’uomo che vuole prenderne il posto in Palestina: “il mio atteggiamento verso gli arabi è lo stesso che ho verso gli altri popoli, ossia una cortese indifferenza”. Non vuole cacciare gli Arabi dalla terra che condividono con gli Ebrei, rivendica al contrario parità di diritti per tutti gli abitanti. Con una nota però: è “inutile sperare, in qualsiasi modo, in un accordo tra noi e gli arabi accettato di buon grado, né adesso né in un futuro prevedibile”.
L’insediamento ebraico in Palestina “porta con sé un significato ineluttabile e comprensibile per ogni ebreo e ogni arabo di buon senso: il nostro tentativo di stabilirci in Palestina non può che avere un unico obiettivo, assolutamente inammissibile per gli arabi palestinesi, ma che è nella natura delle cose, una natura che non si può modificare”.
Nel 1922 scrive in italiano a Benito Mussolini da giornalista a giornalista, Mussolini dirige il Popolo d’Italia ed è il capo dell’opposizione. Gli rinfaccia l’ostilità verso il movimento ebraico ed il progetto di creare in Italia un centro di movimento pan-arabo.
“L’Italia non ne caverà niente”, lo avverte Jabotinsky, se non che gli Arabi, in gesto di amicizia, chiederanno all’Italia di lasciare la Libia, come chiederanno ai Francesi di lasciare il Maghreb ed ai Britannici di lasciare il Mashrek. Al contrario gli Ebrei possono diffondere la cultura italiana nel Mediterraneo e ripristinare il primato della lingua italiana negli scambi commerciali, primato ora conteso dal francese e dall’inglese.
Ed infine sul militarismo del titolo. Jabotinsky è favorevole al disarmo generalizzato e, d’altronde, chi potrebbe avversare una speranza del genere. La lotta armata è tuttavia una risorsa contro i molti che non disarmano e anzi attentano alla esistenza ed alla resistenza degli Ebrei in seno alla diaspora (i pogrom) ed in Palestina con la loro cacciata. Il militarismo è una triste necessità da abbracciare per autotutela delle collettività ebraiche. La coscrizione dei giovani ebrei nella Brigata ebraica britannica ne rappresenta un’opportunità e un limite. Quest’ultimo a causa della riluttanza dei giovani ebrei ad integrarsi nelle truppe britanniche. Il Regno Unito è la potenza amica degli Ebrei, va sostenuta nello sforzo bellico contro l’Impero Ottomano per la liberazione della Palestina.
Se durante la Prima Guerra Mondiale si fossero arruolati in centomila ebrei, la vittoria britannica sarebbe stata schiacciante. Recando il sigillo ebraico, avrebbe consentito di liberare la Palestina e, insieme, favorire l’insediamento massivo degli Ebrei. Sarebbe stata la piena applicazione della Dichiarazione Balfour (1917). L’insediamento in Palestina – conclude Jabotinsky – non può che essere forzoso, tale deve restare finché gli Arabi non siano messi in condizione di accettare i nuovi arrivati.
All’epoca di Jabotinsky l’insediamento avveniva sulla scorta delle grandi potenze e del Mandato britannico sulla Palestina. Quando Londra rinunciò al Mandato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la fiaccola della resistenza passò alle milizie ebraiche poi trasformate in esercito nazionale. Il filo rosso a reggere i vari momenti è la necessità che gli Ebrei costruiscano Eretz Israel (Terra di Israele) lungo il perimetro biblico. Le implicazioni pratiche di questa impostazione sono evidenti fino ad oggi presso la destra israeliana laica.