Di Stefano Pizzin.
Un altro Paese inventato
Ogni volta che si parla di Medio Oriente, bisogna fare i conti con una colpa originale: gli accordi Sykes-Picot del 1916, con cui Francia e Gran Bretagna si spartirono le spoglie dell’Impero ottomano tracciando confini a tavolino, con il righello, incuranti delle etnie, delle religioni, delle tribù e delle rivalità che secoli di storia avevano depositato in quello spazio geografico. La Siria, nella sua configurazione attuale, è figlia di quel pastrocchio. Il mandato francese, formalmente istituito dalla Società delle Nazioni nel 1920, trasformò in uno Stato quello che prima era una provincia – o meglio, una costellazione di province – dell’impero sconfitto.
I francesi non si limitarono ad amministrare: lavorarono sistematicamente per dividere i gruppi etnici e religiosi, nel più classico stile coloniale. Favorirono le minoranze – cristiani maroniti, alawiti, drusi – come contrappeso alla maggioranza sunnita araba, che era anche la più nazionalista e la più insofferente all’occupazione. È un punto centrale: quella politica di promozione delle minoranze lascerà un’eredità tossica che avvelenerà la politica siriana (e di altri Paesi) per il resto del Novecento e oltre. Gli alawiti, in particolare, una setta eterodossa dello sciismo, vennero arruolati in massa nelle forze armate coloniali. I francesi preferivano truppe che non avessero ragioni di solidarizzare con la maggioranza sunnita – e gli alawiti, storicamente marginalizzati e poveri, avevano tutto da guadagnare dal servizio militare e poco da perdere nell’identificarsi con il progetto coloniale.
L’indipendenza arrivò nel 1946, dopo anni di negoziati e resistenza. La Siria che emergeva era un paese demograficamente complesso: una maggioranza sunnita araba di circa il settanta per cento, una minoranza alawita concentrata nella regione costiera del Latakia e nelle montagne dell’Alaoui, una minoranza cristiana di varie confessioni – greco-ortodossi, greco-cattolici, siro-ortodossi, armeni – che arrivava al dieci per cento della popolazione, e poi drusi, ismaeliti, yazidi, e una consistente minoranza curda nel nord-est, la regione della Jazira, nelle province di Hasakah, Raqqa e Qamishli. I curdi, linguisticamente e culturalmente distinti dagli arabi, oscillavano tra il dieci e il quindici per cento della popolazione totale, ma erano stati sistematicamente esclusi da ogni riconoscimento nazionale: non avevano lingua ufficiale, non avevano diritto alla terra e, in certi periodi, persino i nomi curdi erano vietati. Un destino amaro, quello del popolo senza nazione diviso tra Siria, Turchia, Iraq e Iran.
La prima fase di indipendenza fu caotica: colpi di stato a ripetizione, governi della durata di mesi, l’unione con l’Egitto di Nasser nella Repubblica Araba Unita (1958-1961) e la sua implosione, un altro colpo di stato, poi un altro ancora. La Siria del dopoguerra era una nazione in cerca di sé stessa, con una classe politica divisa per bande e un esercito che considerava il potere come un affare proprio.
Chi sono gli alawiti?
Una necessaria parentesi: non si capisce cosa sia stata la Siria negli ultimi cinquant’anni anni se non si conoscono gli alawiti, un ramo secondario dell’Islam sciita che ha saldamente tenuto le redini del potere fino alla fuga di Assad alla fine del 2024. La comunità religiosa alawita rappresenta circa il dodici per cento della popolazione siriana, concentrata storicamente nella regione costiera del Latakia e nelle montagne che la sovrastano. Le loro origini risalgono al IX secolo, quando Muhammad ibn Nusayr, discepolo dell’undicesimo imam sciita, fondò una corrente che si distaccò progressivamente dall’islam mainstream fino a diventare qualcosa di difficilmente classificabile. Gli alawiti venerano Ali, cugino e genero del Profeta, con un’intensità che va ben oltre la devozione sciita ordinaria — per loro Ali è una manifestazione del divino, una delle tre ipostasi di Dio insieme a Muhammad e Salman al-Farisi, un compagno del Profeta elevato a rango teologico. Celebrano alcune festività cristiane, tra cui il Natale e l’Epifania, usano il vino nei riti religiosi, e credono nella reincarnazione. I teologi sunniti li hanno storicamente considerati eretici, mentre gli sciiti li guardano con diffidenza, anche se l’Iran khomeinista, per ragioni squisitamente politiche, li ha riconosciuti come musulmani a tutti gli effetti. I riti alawiti sono tradizionalmente segreti, riservati agli iniziati maschi, il che ha alimentato nei secoli tanto il sospetto dei vicini quanto un senso di identità comunitaria molto coeso. Questo isolamento storico — secoli di marginalizzazione economica e diffidenza religiosa — spiega in parte perché, quando i francesi aprirono loro le porte dell’esercito coloniale, gli alawiti ci entrarono in massa: era la prima volta che qualcuno offriva loro mobilità sociale invece di disprezzo.
Il partito Ba’ath e il colpo di stato permanente
Il partito Ba’ath – letteralmente «rinascita» – era nato negli anni Quaranta come movimento panaraabo laico e socialista, fondato principalmente da Michel Aflaq e Salah al-Din al-Bitar, due damasceni di formazione parigina. L’idea era quella di superare i particolarismi religiosi e tribali attraverso un nazionalismo arabo unitario che portasse all’unificazione del mondo arabo. Tutto questo in teoria. In pratica, quando il Ba’ath prese il potere con il colpo di stato del marzo 1963, quello che emerse non fu il nazionalismo arabo laico sognato dai fondatori, ma qualcosa di assai meno presentabile: una struttura di potere senza democrazia, dominata dalla minoranza alawita.
Hafiz al-Assad – il nome significa letteralmente «guardiano del leone», con un narcisismo già codificato nell’anagrafe – salì al potere con un ulteriore colpo di stato nel novembre 1970, quello che lui stesso chiamò «il movimento correttivo». Aveva quarant’anni, era figlio di un villaggio alawita della regione del Latakia, aveva fatto carriera nell’aviazione militare, e aveva imparato tutto quello che c’era da imparare sulla politica del Medio Oriente: che la sopravvivenza dipende dalla capacità di controllare le forze di sicurezza, di dividere gli avversari, di usare le crisi esterne per consolidare il potere interno, proclamarsi laico per piacere all’Occidente (o socialista per ingraziarsi Mosca) e tenere il potere con la forza. Patrick Seale, nel suo fondamentale
Assad: The Struggle for the Middle East (1988), descrive un uomo di straordinaria pazienza strategica, capace di aspettare anni prima di muoversi, e di muoversi sempre al momento giusto.
Il regime di Hafiz fu costruito su tre pilastri: il partito Ba’ath come struttura di mobilitazione e controllo sociale, l’apparato militare e i servizi di sicurezza – i mukhabarat, la cui rete di spionaggio raggiungeva ogni quartiere di ogni città – e la famiglia Assad, con gli alawiti come base di supporto privilegiata. Non era un’ideologia, era un sistema di potere: ogni posizione chiave nell’esercito, nei servizi, nell’economia era occupata da alawiti o da figure di comprovata lealtà personale. L’opposizione sunnita, soprattutto quella ispirata ai Fratelli Musulmani, fu schiacciata con una brutalità che lasciò cicatrici ancora aperte: oltre alle sistematiche violazioni dei diritti umani, nel febbraio 1982, le forze di Assad massacrarono tra le diecimila e le venticinquemila persone ad Hama, città fortezza dell’islamismo sunnita. All’epoca la guerra fredda aveva le sue priorità, e il mondo guardò altrove, ma per la maggioranza dei siriani rimase una ferita indelebile.
In politica estera, Hafiz giocò una partita da potenza regionale: alleanza con l’Unione Sovietica, che forniva armi e copertura diplomatica; sostegno ai movimenti palestinesi come strumento di pressione regionale (e come valuta di scambio con tutti); occupazione militare del Libano, trasformato de facto in protettorato siriano dal 1976 in poi, dopo l’intervento nella guerra civile libanese; e una postura di confronto permanente con Israele – le alture del Golan, occupate dagli israeliani nel 1967 e annesse nel 1981, erano il simbolo di una ferita aperta che Hafiz usava sistematicamente per legittimare il regime sul piano della retorica nazionalista. Con Israele non ci fu mai pace, ma ci fu sempre un canale di comunicazione: il confine del Golan è stato paradossalmente uno dei più tranquilli del Medio Oriente per decenni, perché entrambe le parti avevano interesse a tenerlo sotto controllo.
Bashar, il dittatore per caso
Hafiz aveva un piano per la successione: il figlio maggiore Bassel, militare, duro, formato a immagine del padre. Ma Bassel morì in un incidente stradale nel 1994. Toccò allora a Bashar, che studiava oftalmologia a Londra, viveva la vita relativamente anonima di un secondogenito non destinato al potere, e probabilmente avrebbe preferito continuare così. Bashar fu richiamato in patria, iscritto d’ufficio all’accademia militare, promosso colonnello nel 1999, e poi presidente nel 2000, sei settimane dopo la morte del padre, con un referendum in cui ottenne il novantotto per cento dei voti, poco sotto i risultati della famiglia Kim in Corea del Nord.
I primi anni di Bashar alimentarono qualche speranza: era giovane, aveva vissuto all’estero, aveva una moglie britannica di origini siriane – Asma al-Akhras, figlia di un cardiologo londinese, presentata dalla stampa occidentale come una sorta di modernizzatrice del palazzo. Il «Forum di Damasco», i circoli di intellettuali che si riunivano in case private a discutere di riforma, sembrarono per un momento tollerati. Era il cosiddetto «Rinascimento di Damasco», breve e poi soffocato: nel 2001, il regime arrestò i principali esponenti del movimento di riforma civile. La natura del sistema aveva prevalso.
Bashar rafforzò l’alleanza con l’Iran – che era diventata strutturale dopo la rivoluzione del 1979, unita dall’odio comune per Israele e dagli interessi incrociati in Libano – e il sostegno a Hezbollah come strumento di pressione regionale. Era la triangolazione che definiva l’«asse della resistenza»: Damasco, Teheran, il Partito di Dio libanese. Dopo l’assassinio di Rafiq Hariri nel febbraio 2005 – per cui la Siria fu ampiamente ritenuta responsabile – la pressione internazionale costrinse Bashar a ritirare le truppe siriane dal Libano, ponendo fine a trent’anni di protettorato. Ma la Siria mantenne la sua influenza attraverso i suoi alleati libanesi e i servizi segreti. Anche l’alleanza con Mosca, dopo la fine dell’Unione Sovietica, rimase ben salda. Putin garantiva protezione militare, qualche aiuto economico, consigli su come «trattare» la sicurezza interna, e Damasco aveva da offrire quello sbocco sul Mediterraneo che al Cremlino sognano dai tempi degli zar.
Con l’Occidente, Bashar giocò una doppia partita: momenti di apertura, visite a Parigi e Londra, la promessa di una Siria «moderna», seguiti da gesti di sfida – il sostegno alle milizie in Iraq dopo l’invasione americana del 2003, la collaborazione con gruppi che gli stessi servizi siriani definivano jihadisti quando faceva comodo. L’economia rimase stagnante, corrotta, controllata da una cerchia di oligarchi vicini al regime, primo tra tutti il cugino di Bashar, Rami Makhlouf, che controllava circa il sessanta per cento dell’economia siriana attraverso le sue società.
Dalla primavera araba all’apocalisse
Nel marzo 2011, mentre la Tunisia aveva già rovesciato Ben Ali e l’Egitto stava cacciando Mubarak, Dera’a – una città del sud della Siria, vicino al confine con la Giordania – esplose. Tutto cominciò con dei bambini che avevano scritto sui muri della scuola slogan rivoluzionari, ispirati da quanto vedevano sulle televisioni satellitari. Vennero arrestati, torturati, uccisi. I genitori scesero in piazza. La repressione fu immediata e brutale, e quella brutalità diffuse la rivolta invece di spegnerla. In pochi mesi, la Siria era in fiamme.
Quello che seguì è stato uno dei conflitti più sanguinosi e complessi del ventunesimo secolo. Non una guerra civile, ma una guerra di tutti contro tutti, con intrecci, alleanze, rivalità, doppi giochi che hanno messo in crisi i più scafati analisti di questioni mediorientali. Da un lato il regime di Assad, sorretto da Russia e Iran, con Hezbollah come forza d’urto sul terreno. Dall’altro una costellazione di gruppi ribelli: l’Esercito Siriano Libero, di ispirazione laica e nazionalista; vari gruppi islamisti più o meno moderati finanziati dai Paesi del Golfo; e infine lo Stato Islamico – ISIS – che nel 2013-2014 sfruttò il caos per ritagliarsi un califfato che si estendeva dalla Siria all’Iraq. L’ISIS era nemico di tutti, ma il regime di Assad lo gestì con un’ambiguità calcolata: comprò il suo petrolio, liberò i suoi futuri leader dalle prigioni siriane nei primi mesi della rivolta, evitò di combatterlo per mostrarlo all’Occidente come il mostro che sarebbe arrivato in caso di sconfitta del regime.
Nel mezzo di questo caos, emerse il Rojava: la regione nord-orientale della Siria dove i curdi – le Unità di Protezione del Popolo (YPG) e la loro costola femminile (YPJ), poi confluite nelle Forze Democratiche Siriane (SDF) con l’aggiunta di arabi e altre minoranze – crearono un’amministrazione autonoma ispirata al «confederalismo democratico» di Abdullah Öcalan, l’ideologo curdo detenuto in Turchia. L’esperimento del Rojava era a tratti affascinante: democrazia dal basso, parità di genere, convivenza multietnica, cose inaudite in un mondo dove ogni etnia e religione pretende di schiacciare le altre. I curdi furono anche lo strumento che gli americani usarono, dal 2014 in poi, per combattere l’ISIS: le SDF furono l’esercito di terra della coalizione internazionale, pagando un prezzo altissimo in sangue. Dopo una lotta violentissima, Raqqa, la capitale del califfato, cadde nel 2017.
I massacri del regime – le armi chimiche usate a Ghouta nell’agosto 2013, i barili bomba lanciati sui quartieri residenziali, le prigioni di Saydnaya dove decine di migliaia di persone furono torturate e uccise – non produssero un’azione internazionale proporzionale. La «linea rossa» sull’uso delle armi chimiche, che Obama aveva annunciato come invalicabile pena un intervento americano, si dissolse in un accordo di facciata tra Washington e Mosca. La Russia intervenne militarmente dal settembre 2015, ribaltando le sorti del conflitto: i raid aerei russi colpirono indiscriminatamente opposizione moderata e jihadisti, permettendo al regime di riprendere Aleppo nel 2016 dopo un assedio durato mesi. I generali di Putin usarono la tecnica messa in atto in Cecenia: radere al suolo tutto, indiscriminatamente, provocando oltre 30.000 morti. Forti di questa esperienza la replicarono un’altra volta a Mariupol e in altri villaggi dell’Ucraina. Secondo stime delle Nazioni Unite, la guerra causò circa cinquecentomila morti e produsse circa tredici milioni di sfollati – più della metà della popolazione siriana del 2011.
La Turchia di Erdoğan giocò una partita tutta sua: sostenne l’opposizione islamista per bilanciare l’influenza curda alle proprie frontiere; intervenne militarmente più volte per creare zone cuscinetto nel nord della Siria; si oppose con ogni mezzo al progetto curdo del Rojava, che vedeva come un’appendice del PKK – il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che combatte in Turchia dal 1984 e che Ankara considera terrorista. La Turchia, alla fine, si è rivelata il soggetto decisivo negli esiti del conflitto e quello che, al momento, ha intascato i vantaggi maggiori.
Come il regime evaporò in dodici giorni
Nel novembre 2024 cominciò quella che all’inizio sembrava l’ennesima offensiva ribelle destinata a esaurirsi contro le difese del regime. Hayat Tahrir al-Sham (HTS) – «Organizzazione per la Liberazione del Levante» – mosse da Idlib, l’enclave nord-occidentale che controllava dal 2017, e prese Aleppo in meno di una settimana. Poi Hama, poi Homs. L’esercito siriano, che avrebbe dovuto difendere posizioni consolidate, si sgretolò: i soldati abbandonarono le uniformi, le divisioni corazzate si dissolsero senza combattere. L’8 dicembre 2024, HTS entrò a Damasco. Assad fuggì verso Mosca. Il regime che aveva governato la Siria per oltre cinquant’anni – prima Hafiz, poi Bashar – collassò con la velocità di un castello di carte bagnato.
Il crollo così rapido ha diverse spiegazioni. L’esercito siriano era un’armata nominalmente potente ma corrosa da anni di corruzione, demoralizzazione e perdite. I soldati combattevano per paura, non per convinzione. L’Iran e Hezbollah, indeboliti dalle campagne israeliane del 2024-2025 – la guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran, l’eliminazione della leadership di Hezbollah – non poterono intervenire con l’intensità del 2015-2016. La Russia era impegnata in Ucraina e non aveva interesse a investire ulteriori risorse in un alleato che non aveva mai saputo stabilizzarsi. Assad si era alienato persino i suoi ultimi sostenitori con l’incapacità di riformare l’economia e la dipendenza sempre più totale da Teheran. Aggiungeteci qualche generale comprato dai ribelli, le voci che gli Assad e la loro cerchia avevano già trovato casa a Mosca, la convinzione che non valeva più la pena morire per loro e il regime franò di botto.

Ahmad al-Sharaa: l’islamista che vuole piacere a tutti
Il vero nome del leader di HTS è Ahmad al-Sharaa. Il suo nome di battaglia – Abu Muhammad al-Jawlani – è quello con cui è diventato noto durante anni di jihadismo: era stato membro di Al-Qaeda in Iraq sotto Zarqawi, poi aveva fondato Jabhat al-Nusra, la cellula siriana di Al-Qaeda, nel 2012, salvo poi rompere con Al-Qaeda nel 2016 e rinominare il gruppo più volte, in un processo di progressiva «moderazione» la cui sincerità rimane oggetto di dibattito. Quando è entrato a Damasco, aveva ancora una taglia americana di dieci milioni di dollari sulla testa. Pochi mesi dopo, era ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump.
La sua strategia di deradicalizzazione dell’immagine è stata condotta con un pragmatismo che sfiora l’ironia (l’uomo assomiglia incredibilmente al dittatore protagonista dell’omonimo film di Sacha Baron Cohen): archivia il nome di battaglia, rilascia interviste alla CNN in cui promette rispetto per tutte le minoranze; visite a Riad, ad Ankara, a Parigi, a Bruxelles; dissoluzione formale dell’HTS come organizzazione; annunci di un governo di transizione «inclusivo». In un’intervista alla CNN nel dicembre 2024 ha dichiarato di voler costruire istituzioni moderne che rispettino tutti i gruppi etnici e religiosi. L’Unione Europea, con il pragmatismo che la distingue, e che assomiglia a una forma elegante di cinismo, ha revocato la maggior parte delle sanzioni economiche nel maggio 2025, mantenendo solo quelle legate alla sicurezza. Il Congresso americano le ha eliminate definitivamente pochi mesi dopo. Al-Sharaa, nel settembre 2025, è stato il primo capo di Stato siriano da almeno sessant’anni a parlare all’Assemblea Generale dell’ONU.
Il governo di transizione che ha presentato il 29 marzo 2025 è stato definito dall’ISPI «tecno-islamista»: una struttura che cerca di coniugare la presenza di tecnocrati con competenze specifiche – necessari per gestire un paese distrutto – e la fedeltà a un quadro ideologico islamico. La dichiarazione costituzionale firmata a metà marzo 2025 ha eliminato la figura del primo ministro, concentrando il potere nelle mani di al-Sharaa con prerogative presidenziali ampliate. La nuova costituzione provvisoria – destinata a durare cinque anni – fonda il diritto sulla sharia, richiede che il presidente sia musulmano, e lascia aperte questioni cruciali sulla libertà di espressione, i diritti delle donne e la protezione delle minoranze. Il parlamento eletto nell’ottobre 2025 non è stato eletto dai cittadini: settanta dei duecentodieci deputati sono stati nominati direttamente da al-Sharaa, gli altri scelti da comitati di tecnocrati e notabili selezionati dal governo. I segnali contraddittori non mancano. Nella regione costiera del Latakia, a marzo 2025, milizie associate al governo hanno massacrato circa millecinquecento civili alawiti nel giro di una settimana – una carneficina che ha rivelato quanto la vendetta settaria avveleni ancora il Paese. A luglio, altri massacri nella regione drusa di Suweyda. Nel giugno 2025, un attentato suicida affiliato allo Stato Islamico ha ucciso ventidue persone in una chiesa greco-ortodossa di Damasco: il governo ha visitato i sopravvissuti, ha espresso solidarietà, ma non ha potuto nascondere che l’ISIS sta sfruttando il vuoto della transizione per riorganizzarsi. L’«Iniziativa siriana del centenario», il primo movimento di opposizione politica civile emerso nell’agosto 2025, chiede emendamenti alla costituzione e maggiore pluralismo: il governo l’ha accusata di voler destabilizzare il potere centrale. Molte cose sono cambiate, in che direzione non è ancora chiaro.
I curdi traditi, come sempre
C’è una costante nella storia del Medio Oriente del Novecento che si ripete con la monotonia di una legge fisica: i curdi vengono usati, e poi abbandonati. Lo fecero gli inglesi dopo la Prima Guerra Mondiale, quando il Trattato di Sèvres del 1920 prometteva un Kurdistan autonomo e poi fu sostituito dal Trattato di Losanna del 1923 che non ne faceva menzione. Lo fecero gli americani più volte: in Iraq con i peshmerga negli anni Settanta, lasciati soli quando lo scià dell’Iran decise di fare pace con Baghdad; di nuovo nel 2019, quando Trump ordinò il ritiro delle truppe americane dal nord della Siria aprendo la strada all’offensiva turca contro il Rojava. Questa volta, il tradimento è stato più raffinato, e disgustoso, perché fatto con i sorrisi.
Il Rojava aveva rappresentato qualcosa di genuinamente inedito: un’amministrazione autonoma di ispirazione socialista-libertaria, con assemblee miste di donne e uomini a ogni livello di governo, milizie femminili – le YPJ – che avevano guadagnato fama mondiale nella battaglia di Kobane contro l’ISIS nel 2014-2015, e una struttura multietnica che includeva assiri, arabi, siriaci. Era anche, come tutti i progetti utopici condotti in condizioni di guerra permanente, molto meno idilliaco nella realtà quotidiana: autoritarismo nei confronti degli arabi nelle zone di recente conquista, nepotismo interno, dipendenza totale dal sostegno militare americano.
Con la caduta di Assad, le SDF si trovarono in una posizione impossibile. Avevano perso la loro ragion d’essere agli occhi degli americani – la guerra all’ISIS era formalmente finita – e il nuovo governo di Damasco, sostenuto da Turchia e Arabia Saudita, non aveva alcuna intenzione di tollerare un’entità para-statale nel nord-est. Dopo mesi di colloqui infruttuosi e settimane di combattimenti, il 30 gennaio 2026 le SDF hanno firmato un accordo con Damasco per l’integrazione progressiva nelle forze armate siriane. Il 2 febbraio, i mezzi corazzati del governo siriano sono entrati ad al-Hasakah, capitale del Rojava, e le forze curde non hanno sparato un colpo. L’esperimento è finito. Il governo di Damasco ha assunto il controllo delle risorse strategiche – i giacimenti petroliferi di Rmeilane, la diga di Tishrin, i valichi di frontiera con l’Iraq. Le SDF sono state smembrate e integrate come brigate dell’esercito siriano. Alle combattenti curde – le YPJ, quelle che avevano tenuto Kobane contro l’ISIS e che avevano ricevuto elogi da mezzo mondo – nessuno ha spiegato bene quale posto ci sia per loro in un esercito islamista (pare che avranno un loro reparto speciale, ma in che modo e con quale ruolo rimane un mistero). Scriveva un’ufficiale delle YPJ il giorno dell’ingresso delle truppe di Damasco: «Tutti i sacrifici fatti contro l’Is a Raqqa e altrove, per questo?» L’Unione Europea, che il 9 gennaio 2026 aveva promesso ad al-Sharaa un pacchetto di aiuti da 620 milioni in due anni mentre l’esercito siriano avanzava nel Rojava, non ha posto alcuna condizione a tutela della minoranza curda. Il Parlamento Europeo ha rifiutato persino di inserire la questione all’ordine del giorno con urgenza. Questo sarebbe il pragmatismo dell’UE, almeno Trump ci risparmia certe ipocrisie.
Israele, l’Iran e la Siria nel nuovo disordine mediorientale
La caduta di Assad ha cambiato radicalmente il calcolo geopolitico di Israele rispetto alla Siria. Per decenni Gerusalemme aveva gestito una forma peculiare di coesistenza con il regime degli Assad: nemici formali, un confine del Golan stranamente tranquillo, e la consapevolezza reciproca che una guerra aperta non conveniva a nessuno. Con la caduta del regime, Israele ha agito immediatamente e senza remore: nell’arco di pochi giorni dalla fuga di Assad, l’esercito israeliano aveva già distrutto la maggior parte delle capacità militari siriane – aerei, depositi di armi, strutture navali – per impedire che cadessero in mani ostili o rifornissero Hezbollah. Nel luglio 2025, Israele ha colpito persino il Ministero della Difesa siriano a Damasco, giustificando l’azione con la protezione della comunità drusa. Il nuovo governo siriano ha protestato; la Turchia ha condannato; il mondo ha preso nota.
La relazione tra la nuova Siria e Israele è complicata da un contesto regionale che si è trasformato radicalmente. Il 28 febbraio 2026, Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione contro obiettivi militari, nucleari e di comando in Iran, uccidendo la Guida Suprema Khamenei. L’Iran ha risposto con missili e droni contro Israele e installazioni americane nel Golfo. La guerra che molti avevano previsto e nessuno aveva voluto dichiarare è finalmente scoppiata, trascinando nel caos regionale Libano, Bahrein, Emirati, Qatar, Iraq, e la stessa Siria, che ha subito nuovi attacchi israeliani nel sud del paese. Il governo di al-Sharaa ha condannato le aggressioni israeliane sul suo territorio, esortando la comunità internazionale a intervenire. La nuova Damasco non è un alleato di Teheran – al-Sharaa ha pubblicamente sostenuto il disarmo di Hezbollah – ma non può permettersi di essere percepito come complice delle operazioni israeliane, e così si barcamena tra proteste formali e il concedere lo spazio aereo agli aerei israeliani che vanno a bombardare l’Iran.
Il ribaltamento è paradossale ma logico: la Siria, che per quarant’anni era stata uno snodo dell’«asse della resistenza» anti-israeliano – ospitando milizie, permettendo il transito di armi verso Hezbollah, offrendo a Teheran una proiezione sul Mediterraneo – è ora governata da un uomo che ha fatto il suo primo viaggio ufficiale a Riad e il secondo ad Ankara, che ha accolto un inviato americano nel maggio 2025, che è stato ricevuto all’Eliseo da Macron. La Siria si sta lentamente, cautamente, con molte contraddizioni, orientando verso un asse sunnita moderato – Arabia Saudita, Turchia, con la benedizione degli Stati Uniti – e lontano dall’influenza iraniana.
Quale futuro per Siria
C’è chi paragona la transizione siriana alla Tunisia post-Ben Ali, e chi la paragona all’Afghanistan dei talebani. Entrambi i paragoni sbagliano, perché la Siria non è né l’una né l’altro: è un paese con una storia urbana antica, con una classe media istruita in parte rientrata o pronta a rientrare dalla diaspora, con risorse naturali (petrolio, gas, terra agricola fertile) che potrebbero sostenere una ripresa, e con una complessità etnico-religiosa che rende impraticabile qualsiasi progetto di stato monocolore. Il punto di tensione centrale rimane quello tra islamizzazione e democratizzazione. Al-Sharaa ha scelto finora una via di mezzo che soddisfa parzialmente tutti e non soddisfa pienamente nessuno: un presidenzialismo autoritario con una verniciatura islamica, che presenta come temporanea la concentrazione del potere nelle sue mani e come progressiva la costruzione di istituzioni più rappresentative. La costituzione provvisoria ha la sharia come fonte principale del diritto, ma garantisce formalmente le libertà civili. Il parlamento del 2025 non è elettivo, ma è l’anticamera di elezioni future. I massacri di alawiti e drusi sono stati condannati dal governo, ma i responsabili identificati appartengono alle «frange più estreme» – una formula che in Medio Oriente si usa spesso per scaricare responsabilità senza assumersele.
I precedenti, nella regione, non incoraggiano l’ottimismo. La Tunisia ha avuto dieci anni di transizione relativamente ordinata, e poi nel 2021 il presidente Kais Saied si è arrogato poteri d’emergenza che di fatto hanno chiuso l’esperimento democratico. L’Egitto ha avuto diciotto mesi di governo dei Fratelli Musulmani, poi il colpo di stato di al-Sisi nel 2013, poi una dittatura militare più dura di quella di Mubarak. L’Iraq ha avuto venti anni di caos istituzionale nonostante (o a causa di) l’intervento americano. Nessuno di questi è la Siria; ma nessuno di questi è un modello rassicurante. Ci sono però anche segnali che val la pena non ignorare. Il fatto stesso che uno sheikh druso abbia potuto accusare al-Sharaa in faccia davanti alle telecamere – cosa impensabile sotto Assad – indica un cambiamento reale nel clima politico. L’«Iniziativa siriana del centenario», per quanto piccola, è un’opposizione civile che non mira a rovesciare il governo ma a sfidarlo politicamente: qualcosa che non è mai esistito nella Siria degli Assad. Il rientro di parte della diaspora – circa cinquecentomila siriani sono tornati nel corso del 2025 – porta capitale umano e aspirazioni che non si rassegnano facilmente all’autoritarismo. E al-Sharaa stesso – forse il politico più difficile da leggere del Medio Oriente contemporaneo – si è finora comportato con un realismo che suggerisce almeno una comprensione dei limiti del potere: non ha cercato di imporre un emirato afghano, non ha perseguitato sistematicamente i cristiani, non ha strappato i trattati con l’Occidente.
Alcuni giorni fa il governatorato di Damasco ha emesso un’ordinanza che vieta la vendita di bevande alcoliche, escludendo i quartieri cristiani della città, e specificando che è limitata alle aree in prossimità degli edifici pubblici e dei luoghi di culto. È un piccolo fatto, modesto di fronte a tutto quello che accade nel Paese, ma mostra come, anche nelle vicende meno importanti, il nuovo governo si muova in modo ambiguo, con passi verso l’islamizzazione ma con altrettante frenate, tormentato dalla necessità di rispondere ai desideri dei nuovi padroni del potere, allevati a pane e Islam, e quella di apparire al mondo come un Paese normale e non un nuovo califfato. Il futuro della Siria dipenderà da vari fattori: dall’esito della guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran – un conflitto che sta ridisegnando gli equilibri dell’intera regione; da quanto la Turchia si comporterà da patrono benevolo piuttosto che da potenza occupante nel nord; se i miliardi promessi dall’Europa e dai Paesi del Golfo per la ricostruzione arriveranno davvero, e in cambio di cosa; se l’integralismo verrà tenuto davvero a bada e se la generazione che ha vissuto la guerra – che ha visto i tanti morti, le prigioni di Saydnaya, i profughi – riuscirà a costruire qualcosa di diverso, o se le ferite sono troppo profonde e troppo il rancore accumulato.
Per il momento, la Siria è un cantiere. Il regime che ha massacrato il suo popolo per cinquant’anni non c’è più, e questo è già qualcosa. Chi lo ha sostituito ha un passato che spaventa e un presente che lascia aperte più domande che risposte. I curdi hanno perso il loro esperimento e non è chiaro cosa otterranno in cambio. Le minoranze alawita, drusa e cristiana guardano al futuro con una paura che ha basi concrete. I sunniti hanno vinto, ma non è ancora chiaro cosa abbiano vinto e cosa vogliano fare. Il futuro dipende, alla fine, dalla volontà dei siriani di ricostruire una nazione o di fare vincere la propria parte etnica, religiosa o politica.