di Davide Strukelj.
Il 9 novembre è la data alla quale si fa risalire la caduta del muro di Berlino.
Una data importante, sicuramente, che Francis Fukuyama volle far coincidere con la fine della storia… usando questa locuzione per l’ennesima volta nella storia.
Sosteneva Fukuyama che la tendenza mondiale verso la democrazia liberale e il superamento degli altri modelli politici rappresentassero una sorta di punto di arrivo, un traguardo finale di un processo lineare a cui ormai si stava arrivando.
Con tutto il rispetto per Fukuyama, va detto che quelli che lo avevano preceduto, col concetto della fine della storia, ovvero Hegel e Kojeve, non erano certamente dei principianti, eppure dopo di loro la storia ha continuato a correre.
Ma lasciamo per un attimo i grandi pensatori e veniamo ai commenti di certi politicanti italici, che come spesso accade usano ogni spunto per fare propaganda.
Gli assi portanti della comunicazione politica sul 9 novembre sono stati:
– la caduta del muro fu la fine del comunismo (con la banalizzazione classica secondo la quale le dittature est-europee coincidono con la dottrina comunista);
– la fine del comunismo (così inteso) determinò la fine delle dittature;
– la fine di quelle dittature portò alla libertà dei popoli.
E così, a partire da questa sottostruttura, si dipanano i messaggi social dei leader e dei relativi partiti politici.
Fratelli d’Italia (il partito con la fiamma tricolore nel simbolo) se ne esce con una Meloni armata di mazza che demolisce il muro dell’”egemonia della sinistra”.
Matteo Salvini romanticamente posta: “ricordo quei giorni e quella bellissima sensazione di libertà: giovani e anziani insieme, a demolire i muri della schiavitù e del comunismo”. Solo che dopo “quei giorni” ci mise 8 anni per capire, visto che nel 1997 si candidò al “parlamentino padano” coi comunisti padani (una delle tante stupidaggini leghiste, che comunque lo videro immortalato con il simbolo della falce e martello).
Ignazio La Russa, seconda carica della Repubblica nata dalla Resistenza, che vive col busto del duce in soggiorno definendosi “non anti-fascista”, posta: “rinnoviamo oggi il nostro impegno per custodire e difendere i valori di libertà e democrazia” … Quando si parla degli ossimori.
Galeazzo Bignami (nome e cognome che rappresentano una sintesi perfetta), per celebrare la data del 9 novembre, se ne esce con un “viva la libertà”… Che si sposa perfettamente con le sue foto vestito da SS.
Naturalmente potremmo continuare a lungo, citando e sgranando gli occhi… ma può davvero bastare.
Vorremmo solo terminare con un paio di (banali) conclusioni.
Le dittature del cosiddetto “socialismo reale” avevano in realtà ben poco a che vedere con gli ideali comunisti.
Esse si manifestarono, in verità, come un tradimento di quegli stessi principi di uguaglianza e libertà che pretendevano di incarnare, e si trasformarono presto in apparati autoritari mossi dal controllo e dalla paura. Confondere quelle esperienze con il pensiero marxista o con l’idea stessa di giustizia sociale significa ignorare la complessità della storia, ma soprattutto strumentalizzarla per convenienza politica.
Le idee, infatti, non cadono con i muri. Le idee, anche quelle imperfette o superate, evolvono, si rinnovano, si confrontano con la realtà e con la coscienza collettiva. Ciò che cade come i muri sono le dittature, di ogni colore. E queste cadono, inevitabilmente, per l’azione delle persone e per la loro Resistenza.
La libertà non si conquista distruggendo un simbolo, ma rifiutando le semplificazioni che ci vengono offerte al posto della comprensione. Ogni conquista di civiltà nasce da un processo, non da un atto iconico.
E infine, un principio elementare ma da tenere sempre presente: libertà e fascismo sono concetti incompatibili. L’idea stessa di libertà, se presa sul serio, nega ogni nostalgia per le ideologie fondate sull’obbedienza cieca, sulla discriminazione e sulla violenza.
La destra nostalgica, se davvero vuole parlare di libertà, dovrà prima fare i conti con la propria memoria, con i simboli che sceglie di venerare e con le parole che continua a travisare.
Perché il muro più duro da abbattere, oggi, non è quello di Berlino. È quello dell’ipocrisia.