di Elisa Campra.
Gli uomini e la natura sono da sempre impegnati in quella che un ex famoso social network definirebbe una ‘relazione complicata’ dove all’innamoramento smodato per il bel paesaggio, per il foliage autunnale così pittoresco e per i panorami mozzafiato seguono momenti di selvaggia avversione per quanto non è modellabile sulle nostre esigenze o non si comporta come a noi verrebbe più utile e comodo.
D’altronde, a ben vedere, il rapporto nasce col piede sbagliato: già il racconto delle Bibbia ci vede arrivare per ultimi nel giardino dell’Eden ma da subito diventarne la specie dominante per investitura e non perché, di fatto, fossimo diversi per composizione e biologia da tutto quanto il resto. È su questo tragico errore, direi, che si fonda l’idea che noi siamo ‘altro’ rispetto al contesto in cui viviamo ed è quotidiano osservare come questo grado di separazione non ci permetta di accettare come nostre pari tutte le altre forme di vita che ci circondano. La visione di noi stessi come entità distinta dal contesto naturale ci ha, nel tempo, così fortemente condizionato che oggi non ci accorgiamo nemmeno che i danni fatti all’ambiente non mettono a rischio il pianeta ma la nostra possibilità di viverci sopra; che non si tratta di salvare la natura ma di consentirci di continuare ad esistere seguendo la nostra fisiologia che, non a caso, si incastra perfettamente nel contesto ambientale in cui ci siamo sviluppati.
Mi piace dire che siamo intrinsecamente Natura, nostro malgrado, anche se parliamo, dipingiamo e costruiamo parcheggi. Questa non tanto pia illusione di estraneità ha plasmato nel tempo il nostro modo di esistere e, ovviamente, di progettare i luoghi in cui viviamo nonché il modo in cui, all’interno di questi, la natura trova il suo spazio: il verde urbano, a ben guardare, non è solo una questione di alberi o aiuole ma diventa il riflesso del nostro rapporto con il vivente e ne manifesta probabilmente tutti i limiti.
Il verde urbano, inteso come spazio pubblico fornito di natura e liberamente frequentabile da chiunque, è un apporto all’urbanistica relativamente recente che prende forma in maniera significativa soltanto nell’Ottocento, in particolar modo in Inghilterra. È lì, infatti, che durante la prima rivoluzione industriale assistiamo allo sviluppo caotico e rapido delle città dove le aree produttive, che allora funzionavano sostanzialmente a carbone e altre robacce, e le aree residenziali si intrecciavano senza particolare attenzione ai temi di inquinamento ambientale e salute pubblica. Il risultato di questo connubio erano città sovraffollate, fortemente insalubri e permeate da forti disuguaglianze e disagi sociali: epidemie incontrollate erano frequenti e mettevamo a rischio non solo i quartieri più poveri ma tutti gli abitanti mentre le tensioni tra le classi avevano la tendenza ad inasprirsi e radicalizzarsi.
In questo contesto, più per evitare rogne che per puro spirito di compassione e giustizia, nasce l’idea dello spazio pubblico naturale, del giardino e del parco, come strumento di svago per le classi lavoratrici, utile valvola di sfogo per migliorare le condizioni di vita di migliaia di persone ottenendo, nello stesso momento, il miglioramento delle condizioni di salute e un indiretto controllo sui comportamenti sociali.
Lo sviluppo della società porta pian piano a trasformare la concezione di questi spazi pubblici che diventano, nel tempo, luoghi rispondenti a nuove esigenze collettive, legate soprattutto al tempo libero ed alla qualità della vita.

Le trasformazioni sociali, quindi, si riflettono nel modo in cui immaginiamo e costruiamo le nostre città e la natura urbana di oggi ha radicalmente cambiato ruolo, passando dall’essere un elemento di decoro al diventare una alleata di primo piano nelle strategie di adattamento alle conseguenze del cambiamento climatico in atto. Il verde urbano oggi è diventato, improvvisamente scoperto in questa funzione, la nostra migliore arma per affrontare le isole di calore, lo smog, i ruscellamenti superficiali e la perdita di biodiversità.
Se è cambiato il ruolo della natura in città non è, però, mutato l’approccio che abbiamo nei suoi confronti ed ancora non siamo arrivati al momento in cui, sentendoci parte di un tutto, siamo disposti ad accordare agli altri esseri viventi, inclusi i vegetali, se non pari diritti almeno pari dignità. Il verde urbano, nella sua accezione più ampia e varia, è oggi invocato a gran voce dai cittadini e dalle comunità che si rendono conto della sua importanza e ne sono genuinamente sostenitori; è utilizzato dalle amministrazioni come strumento di più facile ed immediata realizzazione per rimediare e tamponare le inadeguatezze urbanistiche delle città ed è ampiamente pubblicizzato dalla politica che spesso lo celebra ma poi non lo finanzia, non conoscendone quasi mai le dinamiche e le necessità.
In questo clima un po’ di urgenza (il verde urbano come sollievo al cambiamento climatico) e un po’ di confusione (il verde urbano che cura i sintomi ma non estirpa l’origine della malattia ovvero uno stile di vita insostenibile) nasce il paradosso che ci vede desiderare e osannare la natura in città ma non in qualità di organismo vivente col quale condividere uno spazio bensì come un servizio che, in quanto tale, dovrà essere adeguato alle nostre precise esigenze.
Un esempio emblematico di quanto detto sono gli alberi. Sappiamo che ci servono, che ci sono indispensabili, per contenere le temperature in maniera capillare; sappiamo che sono in grado di assorbire molti degli inquinanti atmosferici e dei particolati derivanti dagli scarichi dei veicoli e da altre combustioni; sappiamo che sono in grado di immagazzinare tonnellate di CO2 svolgendo un ruolo non solo nella mitigazione ma anche nel contrasto al cambiamento climatico; sappiamo che sono rifugio per animali e nutrimento per insetti svolgendo un ruolo fondamentale per sostenere la biodiversità anche in ambito urbano. Eppure, ogni volta che si progetta uno spazio urbano che preveda degli alberi, è una lotta continua ed accanita tra i posti auto e lo spazio da destinare al loro apparato radicale mentre le foglie che cadono diventano un problema di pulizia e di decoro; gli eventuali frutti – che di solito sono sempre di piccole dimensioni – sono indesiderati perché sporcano le carrozzerie, macchiano o attirano animali indesiderati.
In un progetto urbano, quanto peso hanno le necessità reali dell’albero quando disegniamo lo spazio, quando destiniamo i fondi per la realizzazione o quando non li destiniamo per la successiva cura? La nostra visione ancora utilitaristica del verde, il nostro bisogno di una natura che sia sostanzialmente educata e sappia stare autonomamente nei limiti che noi decidiamo di tracciare per lei sono sostanzialmente figli di un approccio che ancora non abbiamo superato e che, di fondo, non riconosce la natura come soggetto a noi pari ma come oggetto, del quale possiamo disporre e che vogliamo ci obbedisca.
Un tale approccio non può che generare attriti, insoddisfazioni, storture che si riflettono su tutto il paesaggio urbano – creatura ibrida – all’interno del quale il verde è, al contempo, soluzione e problema; desiderio e preoccupazione; bellezza ordinata o selvatico incontrollabile e pericoloso.
Quanta strada ci aspetta ancora e, mi pare, ancora decisamente in salita.