di Guido Baggi.
“Obnubilata”, si diceva un tempo di una coscienza addormentata, annebbiata, offuscata e incapace di comprendere la situazione e reagire. Nel vocabolario della Treccani questo significato si legge ancora, anche se la parola è caduta in disuso nel linguaggio comune. La parola sì, ma la mente obnubilata no. Come definire una coscienza, a livello ormai mondiale, incapace di reagire al più totale disprezzo della vita e della dignità delle persone, incapace di reagire davanti ad un linguaggio carico di odio e promotore di calunnie, assuefatta al razzismo ed a ritualità religiose esteriori di cui non si conosce più il vero significato. Ci siamo, ci viviamo in mezzo, talvolta ne proviamo disgusto, qualcuno reagisce, ma non si vedono reali cambiamenti in meglio. Anzi, parlare di giustizia, di dignità di ogni persona umana, di rapporti civili se non educati, di collaborazione per un bene superiore, è diventato motivo di insulti, dove essere definiti ‘buonisti’ è sinonimo di ‘cretini che non capiscono’. Si, io non capisco quel ministro che riceve un premio per l’appoggio al governo di Israele nello stesso momento in cui i carri armati con la stella di David bombardano le tende degli sfollati nella striscia di Gaza. Ed ha anche spiegato che la colpa è dei terroristi di Hamas, quasi che questo giustificasse il genocidio in atto in quella Striscia che ormai fa notizia solo per i morti di fame e di bombe. Condannare il terrorismo ed i suoi misfatti non può giustificare il tentativo di eliminare un intero popolo. Eppure continuiamo a vedere, attraverso quel poco che la televisione di Stato ci consente, la gente che muore, le case che vengono abbattute, i sistemi di arma sempre più sofisticati, le guerre che dovunque sembrano dei videogame e ci abituano a considerarle un pericolo ‘per altri’, non per noi, che ci culliamo nell’illusione che il male si fermi al nostro confine. Non eravamo così. Poco più di 50 anni fa, per chiedere la fine della Guerra in Vietnam, nel mondo ‘libero’, scendevano in piazza operai, studenti, gente comune ed esponenti della cultura. Anche il mondo della musica e dell’arte sosteneva quella richiesta di pace. Davanti agli omicidi delle Brigate Rosse, alle stragi dei gruppi neofascisti, che ci hanno fatto vivere la ‘notte della Repubblica’, le piazze che chiedevano giustizia e dicevano ‘basta’ al terrorismo erano piene di gente, anche a Monfalcone. Cose del passato, quando in casa nostra i complotti erano veri e il pericolo dell’eversione armata risvegliava le coscienze, qualora fossero sopite. Oggi digeriamo tutto, anzi, quasi ci divertiamo davanti alle trovate di Capi di Stato che usano l’Intelligenza Artificiale per mostrare gli avversai in prigione o farci vedere futuri dorati dove ora ci sono macerie; ci pare normale che chi si sente al potere utilizzi ogni strumento possibile per cambiare leggi ad uso e consumo di una maggioranza parlamentare; ci stiamo abituando a pensare che è giusto che in pochi possano ‘comandare’ ai molti eletti al Parlamento, che si diffondano falsità per rafforzare la propria voglia di potere. Nel grande come nel piccolo. Ci pare normale che un consigliere comunale possa essere ‘delegato’ a ‘Legalità, Sicurezza, Lotta al degrado, Economia del Mare, Progettazione europea, Supporto al sindaco’, (quasi non bastassero un sindaco e otto assessori in Giunta) e contemporaneamente assolva al compito per cui è stato eletto al Parlamento europeo. E’ normale se le istituzioni pubbliche diventano un luogo da occupare e non quello che dovrebbero essere: un servizio a tutti i cittadini del territorio di propria competenza. E non si tratta di prendersela con questo o quel politico, perchè è il nostro modo di vivere e interpretare la democrazia che si è ammalato. Non ‘partecipiamo’ più, perchè la partecipazione chiede impegno e si è trasformata in tifoseria dove non occorre pensare, basta applaudire il beniamino che calcia in campo. E così passiamo il tempo a metter ‘like’ sui social invece di interrogarci sulla strada migliore per rispondere alle nostre stesse esigenze di vita in salute, di avere un lavoro con paga dignitosa, di non accorgersi che le tasse aumentano solo quando ci arrivano i bollettini, di non dover pietire un intervento pubblico lì dove l’intervento è semplicemente un dovere, di poter dire la nostra sulle scelte importanti per la città prima di vedere quanti milioni di euro sono già stati destinati dal ‘potere’ che elargisce opere quasi fossero suoi regali alla popolazione, che li ha pagati con le proprie tasche. La ‘partecipazione alle scelte’ che ci riguardano è la grande assente in questa epoca. Forse si potrebbe evitare di vedere gli ‘asili nido’ che non sono in grado di rispondere alle richieste dei residenti, o le multe e il sequestro di numerose biciclette se prima non si sono predisposti adeguati luoghi per la loro sosta, si potrebbe avere più verde pubblico in luoghi che d’estate si trasformano in vere fornaci, si potrebbe trovare il modo di disinnescare la bomba giovanile prima che esploda per mancanza di spazi e opportunità di incontro, di gioco, di cultura, di persone con cui confrontarsi già sulla strada; si potrebbe pensare che ogni persona ha diritto ad un luogo in cui esprimere la propria fede, a prescindere dalle più o meno sentite tradizioni locali. Si potrebbe far conoscere davvero la Costituzione della Repubblica italiana a tutti e non solo a quelli che chiedono di diventare nostri concittadini, senza limitarci a farne dono ai diciottenni che poi, per ben che vada, la mettono in mostra nella loro libreria. Quando sono arrivato a Monfalcone, agli inizi degli anni Settanta dello scorso secolo, non si viveva l’età dell’oro, eppure c’erano vita, partecipazione, confronti anche serrati, diverse visioni della città e del mondo, ma si poteva intervenire e dire il proprio parere. Di fronte ai grandi problemi si discuteva e l’atteggiamento non era quello di demonizzare l’avversario, bensì di vedere se era possibile dare risposte migliori alla città. Poi ognuno, bene o male, portava le proprie responsabilità, ma almeno non ci si limitava ad usare un dito per aumentare i ‘like’ del proprio beniamino. Tra chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui questo mio sfogo, c’è sicuramente chi mi dirà che sono vecchio, che il mondo è cambiato, che non capisco i pericoli che abbiamo attorno. Potrebbe anche essere, ma io non vorrei più accendere il televisore o guardare le notizie sullo smartphone battendo la testa sull’Ucraina, su Gaza, sulla Libia, sul Sudan, sull’Egitto, sul Congo, sul vuoto del Parlamento del nostro e di altri Paesi e via discorrendo… per dovermi chiedere: dove ha sbagliato la mia generazione? Una generazione fortunata, nata dopo una terribile guerra, beneficiaria della rinascita del Paese, capace di difenderlo dai suoi stessi terrorismi e di cercare l’affermazione dei diritti sulla sopraffazione, ma che ora si trova a guardare un mondo nel quale non si riconosce più. Ma non per questo dobbiamo stare zitti, anzi abbiamo il dovere di dire a tutti che è ora di tornare ad avere la mente libera, di togliere le nubi che la offuscano per poter cercare e vivere la pace, nel ‘piccolo’, a casa e in città, nel nostro Paese e nel ‘grande’ di questa nostra bistrattata Terra.