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La morte per FAME ma…non è il momento

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di Franco Belci.

L’escalation della guerra in Palestina è incontrollabile. Siamo arrivati al punto che la Francia, assieme a molti altri Stati che l’hanno preceduta, ha riconosciuto lo Stato palestinese, mentre il nostro governo si è arrampicato sugli specchi, affermando che “non è il momento” e che, anzi, un riconoscimento sarebbe controproducente.
Non commento neppure: siamo la retroguardia di un Europa già di suo alla retroguardia del mondo che si ritiene più avanzato. Non lo è più neppure economicamente: la vicenda dazi docet. Io credo che non abbia senso chiedersi se sia o meno genocidio.
Se l’era chiesto papa Francesco un anno fa: la risposta è nei fatti e non è negativa. Netanyahu ha scelto la fame come arma di guerra, negando l’evidenza. I bambini muoiono come mosche, nell’indifferenza della nostra premier che non è andata oltre, qualche tempo fa, a un generico “non siamo d’accordo con tutte le decisioni di Israele”: la fiera dell’ipocrisia. Nel frattempo, i coloni israeliani (ultimo episodio 30 giugno) continuano ad assaltare villaggi, la Francia promuove una protesta ufficiale; l’Italia zitta.
Quei coloni hanno pure aggredito tempo fa il loro stesso esercito, episodio sul quale il governo israeliano ha preferito soprassedere. Forse è giunto il momento per un appello ai tanti amici israeliani che non si identificano nel premier e lo hanno più volte pubblicamente contestato. Non dubito che, fossero stati in Israele, avrebbero fatto come quei ragazzi che hanno bruciato pubblicamente le cartoline per il servizio di leva.
Occorre ammettere però che troppe volte si sono sentiti in una condizione di oggettiva emarginazione, per l’omissione, nei documenti e nelle manifestazioni, di una netta condanna di Hamas. Purtroppo le azioni di Netanyahu hanno fatto passare in secondo piano quei fatti che sono stati all’origine della guerra, ma non per questo si può scordarli.
Come non ci si può dimenticare neppure che il premier israeliano è stato uno dei principali finanziatori di chi ha poi utilizzato i fondi per il 7 ottobre: sarebbe dovuto bastare questo per farlo dimettere.

Preciso, se mai ce ne fosse bisogno, che sono agli antipodi di coloro che pensano che quello di Hamas sia stato un atto legittimo di resistenza: resta, senza ombra di dubbio, terrorismo: uccisione di centinaia di vittime innocenti. Sarebbe però ora di avere coraggio, prima di tutto intellettuale. Di non farsi condizionare dal timore di essere considerato antisemita dai filogovernativi israeliani o filo israeliano se si pone la questione Hamas.
Solo così potremo radunare tutte le energie disponibili a cercare veramente non lo schieramento pro o contro, ma la pace. Occorre seguire la traccia di Alex Langer, che non fu un pacifista, ma un pacificatore, agì concretamente con le azioni, si mescolò alla guerra nel tentativo di portare le parti al negoziato, invocando perfino l’intervento della Nato quando capì che ci sarebbero state le stragi etniche.
Il mondo si girò dall’altra parte, come fa oggi.  Io spero che si possano ritrovare da qui a settembre, (in agosto metà degli italiani, quelli che se lo possono permettere, vanno in ferie e le fabbriche chiudono) tutte le donne e gli uomini che condividono una piattaforma: spetterà prima di tutto alle forze politiche e alle organizzazioni sociali lanciarla, se lo vorranno. Altrimenti ci sarà la supplenza della società civile.
Due, a mio giudizio, sono i possibili punti di partenza: il riconoscimento del fatto che la guerra è stata originata da Hamas, senza avventurarsi nella ricerca di una catena infinita di cause ed effetti che ci farebbe scendere fino alla storia medievale; ma anche del fatto che il governo Netanyahu ha risposto distruggendo Gaza, compresi ospedali, rifugi, campi profughi, ha usato la fame come arma di guerra, ha ucciso, direttamente o indirettamente, migliaia di bambini.
Con un’ultima avvertenza: è antisemitismo l’aggressione, violenta o verbale, agli ebrei in quanto tali; non lo è la critica, ferma e decisa, al governo e all’esercito di Israele. Se riusciremo a dirimere questi equivoci intellettuali, potremo continuare la strada con tante persone in più. Certo, è difficile pensare che vi aderiranno i komheinisti dell’una e dell’altra parte. Ma si potrà continuare con la grande maggioranza delle persone. Almeno lo spero.

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