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Non un martire, un grande europeo

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di Andrea Zannini

(Discorso pronunciato il 10 giugno 2024 alla commemorazione del Comune di Udine per il centesimo dell’uccisione di Giacomo Matteotti)

E’ difficile fare oggi un discorso esclusivamente storico su Giacomo Matteotti dopo il turno elettorale europeo che si è chiuso questa notte.

Non tanto per lo spostamento a destra del quadro europeo – ognuno può trarne le riflessioni che crede – quanto perché un europeo, un italiano, un friulano su due non è andato a votare. Il giudizio più preoccupante sul processo di costruzione europeo è questo.

Vengono in mente le parole che Matteotti scrisse nel 1923, 101 anni fa, indicando la strada degli Stati Uniti d’Europa come l’unica per superare “la frammentazione nazionalista in infiniti piccoli Stati turbolenti e rivali” del continente. Quegli stati la cui competizione nazionalistica avrebbe portato alla seconda guerra mondiale.

Dunque, proprio oggi, di fronte ad una nuova testimonianza di rifiuto della politica, ci torna in mente la lezione politica di Giacomo Matteotti. E’ un modo per ricordarne la vita e non solo la morte. Il martirologio non si addice proprio ad una personalità come Matteotti, e la sua tragica fine – anzi la sua uccisione – tende a farci dimenticare la sua lezione da vivo.

Giacomo Matteotti si iscrisse adolescente al Partito socialista, con un grande ideale davanti, quello della giustizia sociale, del riscatto dei poveri, che nel Polesine di fine Ottocento, dove nacque e crebbe, significava masse di contadini poverissimi. Lui, figlio della ricca borghesia padana – un’origine che gli verrà rinfacciata sia da destra che da sinistra – rinunciò ad una vita agiata, da possidente e magari da professore universitario, per difendere le ragioni dei più poveri. E si è visto cosa gli sarebbe costata questa scelta!

La generosità è dunque il primo tratto del politico Matteotti da ricordare. Il secondo è la serietà del lavoro. Il suo metodo era meticoloso. Proveniva dagli studi di giurisprudenza, dalla tradizione famigliare che applicò sia nel controllare i bilanci di leghe, sindacati e cooperative, sia nel lavoro amministrativo negli enti locali in cui subito fu chiamato, sia quando fu eletto in Parlamento. Tenersi ai fatti, ai numeri, questo il suo metodo. Contro i politici parolai, demagoghi, gli oratori da comizio, che con la loro vuota retorica e la loro opportunistica politica aprirono la strada al fascismo.

Non che Matteotti temesse il confronto, anche duro: ribatteva, rispondeva puntigliosamente, non si tirava indietro, e questo era considerato dai suoi avversari, che puntavano a rimanere sul vago e a mescolare le carte, un atteggiamento provocatorio. Quanto sarebbe importante che la politica eliminasse gli egocentrismi e gli esibizionismi, e fosse confronto diretto sulle cose reali e sui dati!

Matteotti vide con straordinaria lucidità l’avanzata del fascismo. Lo vide – ci sia concesso il paradosso – prima che Mussolini stesso fondasse nel 1919 i fasci di combattimento. Lo vide nella ondata nazionalistica che portò l’Italia in guerra nella primavera del 1915, lo vide nel militarismo stolido e criminale di Cadorna e dello stato maggiore italiano, nell’insensatezza di una guerra che era contro tutti i popoli europei, nel fallimento del liberalismo giolittiano.

Il suo, si badi bene, non era un pacifismo astratto, genericamente morale. La sua era una posizione politica lucida e articolata, nella quale individuava con acume chi, in Italia e in Europa, voleva la guerra e perché. Non basta dire che si è per la pace per fermare le guerre, bisogna individuare come nasce ogni conflitto, quali sono le sue motivazioni storiche e politiche.  Bisogna pensare, costruire, sostenere e credere in organismi internazionali che siano in grado di prevenire le guerre ed imbrigliare i guerrafondai! Altrimenti il pacifismo è un’arma spuntata.

Quando il fascismo dilagò, sostenuto dalla borghesia italiana e dagli agrari padani – che Matteotti conosceva bene – a poco valsero i suoi appelli a fermare la violenza delle squadre fasciste, appoggiate dai carabinieri e dalla magistratura, come più volte ebbe a denunciare, con nomi e cognomi, in Parlamento. E quando Mussolini giunse al potere per merito di Vittorio Emanuele III, che si rifiutò di firmare lo stato d’assedio durante la marcia di Roma, già allora, per il deputato socialista, era cominciata la dittatura. Poco prima di morire, nell’arile 1924, diede alle stampe un libro dal titolo che dice tutto: Un anno di dominazione fascista.

Pochi ebbero la medesima chiara visione di quello che sarebbe stato il fascismo: un intellettuale come Piero Gobetti, che si sarebbe precipitato a raccontare la figura del deputato socialista poco dopo il suo assassinio, Amendola, Rosselli e pochi altri. Rubo la riflessione seguente ad un amico, il senatore Corleone, che l’altro giorno, in un incontro su Matteotti e Gobetti, si è chiesto: chissà cosa sarebbe stata l’Italia del dopoguerra, invece di quella che abbiamo visto, se ci fosse stato Gramsci a capo del partito comunista, Matteotti di quello socialista, Gobetti di quello liberale e Rosselli del partito d’azione…

Tutti uomini, si noti, fatti fuori dal regime da Mussolini: lo “statista”, come è stato recentemente definito.

Nel dopoguerra la figura di Matteotti è stata in qualche modo santificata, iscritta nel pantheon dei “martiri del fascismo”, ma non c’è persona che avrebbe meno desiderato di sacrificarsi per il fascismo di lui. Egli voleva combattere, giornalmente e testardamente, con il fascismo, dal suo scranno parlamentare, cioè dall’istituzione che sopra ogni altra reputava il simbolo della democrazia.

Mi avventuro in un’altra considerazione senza possibilità di verifica – cosa che non si dovrebbe mai fare, ma che talvolta aiuta a comprendere i passaggi più complessi: non credo che Matteotti avrebbe abbandonato l’aula di Montecitorio, come fecero i partiti antifascisti proprio a seguito del suo omicidio, a seguito di quello che è stato chiamato l’Aventino. Credo che, se fosse toccato ad altri quello che è toccato a lui, Matteotti sarebbe rimasto lì, pervicacemente, ad elencare, a denunciare, a fare nomi e cognomi: come fece nei settantadue minuti del discorso alla camera del 30 maggio che gli costò la vita.

La lezione politica di Giacomo Matteotti è stata poco studiata, e forse volutamente poco capita; ha contato poco nella costruzione della nostra Repubblica. Penso per esempio alla sua intransigenza, che era tutto l’opposto di quanto è successo in Italia dopo il 1945, cioè con il trasloco di buona parte dello stato dal fascismo alla repubblica.

Ma penso anche al suo gradualismo, cioè all’idea che l’alternativa – una società nuova, avrebbe detto – debba essere costruita giorno per giorno, battaglia su battaglia, senza credere fideisticamente nella palingenesi della rivoluzione: il suo gradualismo non piaceva e non piace ai rivoluzionari romantici di cui il nostro Novecento è stato pieno.

Così come era considerato preciso, pedante fino all’antipatia, Matteotti sarebbe stato un politico scomodo anche nel nostro faticoso, contraddittorio dopoguerra repubblicano; che è stato però possibile anche da gente come lui.

Non martire, non eroe, non oppositore morto per colpa genericamente di “squadristi fascisti”, rendiamo onore a Giacomo Matteotti come un grande democratico, una grande figura del socialismo internazionale e – l’affermazione non credo abbia bisogno di spiegazioni – un grande europeo!

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org