di Cosimo Risi del 17/03/2024
Nel 1795 Immanuel Kant (1724-1804) scrive Per la pace perpetua. La lezione di Tucidide gli è nota al punto che teorizza come svuotarla di significato concreto.
Fra le specificazioni per raggiungere la fine di tutte le ostilità, la pace non è nello stato di natura, va costruita riducendo i motivi di frizione, è quella della corsa agli armamenti. L’imperativo è disarmare in maniera permanente: “Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono con il tempo scomparire del tutto”. La corsa agli armamenti è essa stessa foriera di guerre: “con i costi che richiede, la pace diventa alla fine ancora più pesante di una guerra”.
La pesantezza della pace rispetto alla leggerezza della guerra è un concetto solo in apparenza paradossale. Riflette l’operare del cosiddetto apparato industriale-militare, che influisce sulla decisione politica, non importa se in regime democratico o autoritario.
Kant aggiunge che le guerre di aggressione sono il modo per liberarsi del peso degli arsenali. L’accumularsi delle risorse belliche in uno Stato scatena nell’altro Stato l’attitudine all’aggressione preventiva per attaccare prima di essere attaccato. La deterrenza non è il rimedio del male, lo provoca anticipandolo.
Un’altra specificazione per la fine delle ostilità riguarda il finanziamento della spesa militare mediante il pubblico indebitamento: “Non devono essere fatti debiti pubblici in vista di conflitti esterni dello Stato”. Accumulare debiti per armarsi induce nello Stato vicino l’interesse ad armarsi a sua volta, ad evitare che il primo Stato raggiunga un tale livello di preparazione da avere la ragionevole aspettativa di vincere la guerra. Il processo ha un effetto cumulativo. Qualsiasi Stato che si senta minacciato è anche tentato di allearsi ad altri che condividano il senso di minaccia.
L’accumularsi del debito per il riarmo genera la corsa generale all’indebitamento e il diffondersi di un sentimento d’inquietudine. Tale sentimento minaccia la pace. Il vicino può essere indotto alla guerra preventiva se teme che il livello interno di debito pubblico per la corsa al riarmo diventi inaccettabile.
Kant dedica una riflessione alla virulenza dello sforzo bellico. Questo va contenuto entro limiti tali da rendere possibile il processo di pace: “Nessuno Stato in guerra con un altro si può permettere ostilità tali da rendere necessariamente impossibile la fiducia reciproca in una pace futura”.
Le ostilità permanenti possono sfociare in guerra di sterminio (bellum internecinum): “la guerra è solo il triste rimedio necessario nello stato di natura…per affermare con violenza il proprio diritto”. La guerra di sterminio può riguardare ambedue le parti e condurre al “grande cimitero del genere umano”. Sono “arti infernali” le armi che portano alla guerra di sterminio.
Chi voglia interpretare i fatti dell’Europa orientale e del Medio Oriente con la lucidità dello studioso e l’angoscia dell’uomo comune trova in Kant gli argomenti per capire e provare apprensione. E dire che Kant non conosceva la Bomba né, verrebbe di aggiungere, il film Oppenheimer, appena premiato con una messe di Oscar. Evocare la guerra per contrastare la guerra rischia di produrre la classica profezia che si auto-avvera.
E’ singolare la sortita del Presidente francese, fino all’altro ieri impegnato nell’impossibile mediazione con il Presidente russo. E’ di ieri infatti l’idea di schierare truppe NATO sul fronte ucraino. Perché l’Ucraina non perda ulteriore terreno? Perché osteggiare apertamente la Russia è il solo modo per indurla alla trattativa equa?
Il Premier Netanyahu approva il piano per assaltare Rafah, l’ultimo baluardo di Gaza. L’assalto finale facilita la trattativa per liberare gli ostaggi? Porta a disintegrare Hamas? Oppure Hamas, come sostiene qualcuno, è un’idea destinata a sopravvivere ai suoi attuali sostenitori?
L’armamentario diplomatico non si è sviluppato, da Kant a noi, con la stessa efficacia dell’armamentario militare. Le odierne “arti infernali” sono così terribili da rendere plausibile “il grande cimitero dell’umanità”. E da inverare la trappola di Tucidide millenni dopo il suo autore.