E’ più difficile del solito, quest’anno, fermarsi a riflettere su avvenimenti che ci hanno toccato da vicino, ma che sono accaduti molti anni fa, come quelli che siamo invitati a commemorare nel Giorno del ricordo, dedicato ai massacri delle foibe e all’esodo giuliano-dalmata.
E’ più difficile del solito perché la nostra mente è distratta da ciò che avviene sotto i nostri occhi, e a breve distanza dal nostro Paese, dove vediamo scatenarsi gli stessi elementi dai quali scaturirono le tragedie occorse ottantant’anni fa ai confini della nostra Regione: il principio che la violenza serva ad affermare le proprie idee, il desiderio di vendetta, il veleno del nazionalismo somministrato a popolazioni fragili, la guerra come scorciatoia semplice per la soluzione di problemi complessi.
E’ ulteriormente difficile, poi, provare a riflettere e provare a capire, mentre siamo costantemente invitati, dagli organi di informazione, ma anche nel discorso pubblico e politico, a ricordare e a celebrare. Il nostro Paese – non da solo – è stato colto negli ultimi anni da un’urgenza, da un’ansia memorialistica. Si moltiplicano gli appelli a tenere salda la memoria, a mantenere vivo il ricordo, ad esempio nelle celebrazioni stabilite per legge che ritornano all’inizio dell’anno.
La scelta, italiana ed europea, di dar corpo ad un calendario civile – che ha naturalmente come archetipo, che pochi tuttavia vogliono riconoscere, il calendario ecclesiastico – viene normalmente giustificata con la motivazione, del tutto ragionevole, che senza ricordare il passato, finiamo inevitabilmente per ripercorrere gli errori già compiuti. Ma il calendario civile, che abbiamo stabilito sulla base di questo ragionevole intento, rischia tuttavia di risolversi in una ritualità destinata poco per volta a ripetersi uguale, perdendo progressivamente di significato rispetto ai fini con cui era stata concepita. Più che il ricordo – ormai pochi possono dire di avere ricordi degli episodi drammatici che oggi richiamiamo – più che la complessa operazione psichica che chiamiamo memoria, ci sarebbe in realtà bisogno di comprendere, dunque prima di tutto di conoscere. Parola difficile, questa: conoscere. Perché implica uno sforzo, comporta ad esempio lo studio, oppure l’interesse, addirittura la ricerca… insomma: un coinvolgimento attivo, non passivo. Richiederebbe di informarsi, di attivarsi, di concentrarsi, di focalizzarsi, tutte operazioni rispetto alle quali preferiamo invece solitamente sostituire le molto più tranquillizzanti e passive funzioni a cui involontariamente ci richiamano queste ricorrenze ufficiali: qualche cartolina storica che ci mette in pace con le conflittuali questioni della nostra storia e del nostro passato.
Anche per questo ho ritenuto importante accettare l’invito di Apertamente, dell’amico Paolo Polli e dell’amministrazione comunale di Gradisca ad essere qui oggi, a parlare in occasione del Giorno del ricordo: per provare a trasformare questi minuti che abbiamo a disposizione in un’occasione di riflessione non superficiale, in un momento – spero che la parola non susciti timore – di approfondimento, che possa essere utile.
Partiamo dalla data che è stata prescelta come anniversario per il Giorno del ricordo, vale a dire il 10 febbraio 1947, il giorno in cui venne firmato a Parigi il Trattato di Pace che pose termine, sotto il profilo diplomatico, alla Seconda guerra mondiale. La data non ha evidentemente alcun rapporto con i massacri delle foibe che, come diremo, ebbero luogo tra 1943 e 1945, e per i quali sarebbe stato difficile individuare un evento-simbolo o una data significativa. Ha invece una relazione con l’esodo giuliano-dalmata, detto anche esodo istriano o altro. Il Trattato di Parigi prevedeva infatti che i cittadini italiani, che al momento della dichiarazione di guerra dell’Italia alla Francia, sette anni prima, erano domiciliati nei territori passati dopo il 1945 alla Jugoslavia dovessero scegliere se rimanere nella neonata Federazione jugoslava, e perdere la cittadinanza italiana, oppure abbandonare il Paese per altra destinazione. Questa opzione, che comportò la perdita di tutti i beni immobili sul suolo jugoslavo, fu abbracciata da un numero di italiani tra i 280 e i 300 mila, secondo le stime più aggiornate.
Il Trattato di Parigi del 1947, che seguì la conferenza di pace dei mesi precedenti, fu l’accordo diplomatico che le potenze vincitrici del conflitto – i cosiddetti “alleati” – sottoposero alla firma degli Stati che avevano scatenato la guerra. Tra cui anche, quindi, il nostro Paese, che si trovò nella condizione difficile – mentre la Costituzione non era ancora entrata in vigore e non vi era ancora un Parlamento politico eletto, solo l’Assemblea costituente – di sottoscrivere una pace onerosa e che faceva scontare alla neonata Repubblica italiana le colpe delle scelte politiche del regime mussoliniano.
Celebrare il Giorno del ricordo nella data della firma del Trattato ha – ci sia permesso dirlo – un implicito significato vittimistico e anche, in qualche modo, revanscista. Considerando che all’origine di tutte le tragedie che oggi commemoriamo vi è stata la scelta del governo italiano di prendere parte ad una guerra a fianco della Germania e di Adolf Hitler, cioè colui che intendeva sottomettere il continente all’egemonia nazista e che ideò per dissidenti, ebrei, zingari e quant’altri la soluzione finale, sarebbe stata molto più opportuna, da parte del Parlamento, la scelta di una data che rendesse omaggio al dramma delle centinaia di migliaia di persone che dovettero abbandonare le proprie case e le proprie terre. Per esempio il simbolico 2 febbraio 1947, quando il piroscafo Toscana imbarcò per la prima volta a Pola 1865 nostri connazionali, portandoli a Venezia e iniziando una spola che doveva svuotare la città istriana della sua componente italiana.
Per inquadrare il dramma delle foibe e quello dell’esodo dai territori jugoslavi bisogna in ogni caso partire da un’altra data cruciale, il 6 aprile 1941, quando l’esercito tedesco, affiancato dalle truppe italiane e da quelle ungheresi, invase la Jugoslavia. Fu quella la scintilla che fece detonare, per la seconda volta almeno nel secolo, la polveriera balcanica, con esiti più mortali di quella precedente: ebbe infatti come seguito la guerra di liberazione contro gli occupatori; una guerra civile tra ustašcia croati, četnizi serbi, domobranzi sloveni, partigiani comunisti; la lotta, sanguinosa, per la creazione di uno stato socialista; lo sterminio degli ebrei, l’espulsione di centinaia di migliaia di persone dalle terre dove avevano vissuto, e tutte le tragiche conseguenze che la guerra si tirò dietro.
Riguardo alle foibe, la storiografia internazionale, in primis quella italiana, slovena e croata, è ormai giunta ad alcuni punti fermi di convergenza. Inghiottitoi naturali presenti a centinaia in tutto l’altipiano carsico, anche se la più tragicamente famosa, quella di Basovizza, è in realtà un pozzo minerario dismesso, durante la seconda guerra mondiale, a partire dal 1941 ma soprattutto dopo la caduta del fascismo nel 1943 e fino all’estate del 1945, le foibe divennero luoghi dove gettare i cadaveri di morti in combattimento oppure vittime di eccidi. La foiba di Basovizza, ad esempio, ora monumento nazionale, venne probabilmente utilizzata per gettarvi i corpi di alcune centinaia di prigionieri rastrellati, sommariamente processati e fucilati a Trieste ai primi di maggio del 1945; oltre che i corpi di morti nello scontro nella stessa località tra tedeschi e jugoslavi di qualche giorno prima.
In precedenza, dopo l’8 settembre 1943, nell’Istria liberata dall’occupazione fascista, le forze di liberazione croate avevano proceduto all’eliminazione fisica di centinaia di “nemici del popolo”, cioè i quadri dirigenti italiani, ai quali spesso vennero associati semplici cittadini, magari benestanti. Concentrati in alcune località, costoro venivano processati, giustiziati e quindi “infoibati”. Come in tutte le rese dei conti che seguono le occupazioni militari, ebbero questa sorte anche semplici dipendenti pubblici, vittime di faide e vendette personali, malcapitati innocenti.
La seconda fase di tali uccisioni ebbe invece luogo ebbe luogo dopo l’aprile 1945. Tra Istria e Venezia Giulia decine di migliaia di persone furono arrestate, inviate nei campi di concentramento o fucilate e fatte sparire nelle foibe: “scomparvero” circa 10 mila sloveni domobranzi e 60 mila croati ustašcia, quindi collaborazionisti dei nazisti. Poi, oltre a questi, alcune migliaia di italiani, tra i 3 e i 5 mila individui secondo stime ormai convergenti. Nel complesso, una gigantesca epurazione che guardava da un lato verso il passato, con il fine di regolare i conti con tutti quelli che si riteneva avessero collaborato con l’occupazione italiana e tedesca; dall’altro lato, lo scopo era quello di creare il terreno per il dispiegamento del nuovo regime comunista, eliminando ex-ante i possibili focolai di resistenza al nuovo sistema sociale e politico.
Nel discorso pubblico italiano, a partire dagli anni Novanta, è entrata nell’uso, a proposito delle infoibazioni degli anni 1943 e 1945, l’espressione “pulizia etnica”, che altro non è che il calco di una espressione serbocroata utilizzata dai mass media durante le guerre jugoslave degli anni Novanta. Furono quei crimini, una pulizia etnica? A questa domanda risponde il Vademecum per il giorno del ricordo, redatto per cura dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, che offre uno strumento semplice, pratico e aggiornato sul tema delle foibe e dell’esodo. Uno strumento molto utile, soprattutto per gli insegnanti, perché riassume in modo chiaro e didatticamente molto efficace il nodo di problemi che qui richiamiamo.
In termini generali, l’espressione «pulizia etnica» – spiega il Vademecum che non può essere certo accusato di negazionismo e nemmeno di riduzionismo – non può essere riferita al gruppo nazionale italiano storicamente insediato nella Venezia Giulia, a Fiume e in Dalmazia. L’italianità di questo gruppo aveva solo in parte caratteri definibili come “etnici”, derivanti cioè da una continuità plurisecolare di insediamento. Era una popolazione frutto di integrazioni continue, che aveva il suo antecedente nella dominazione plurisecolare veneziana delle coste dell’Adriatico, terminata nel 1797, e che aveva lasciato l’impronta venetofona e paesaggistica di quelle terre costiere; ma era stata anche formata da immigrazioni recenti, cioè posteriori all’assegnazione dei territori al Regno d’Italia dopo il Trattato di Rapallo nel 1920 e anche dopo l’occupazione italiana del 1941.
L’obiettivo del governo jugoslavo nella primavera del 1945, cito il Vademecum, «non era quello di cacciare gli italiani dalla Venezia Giulia, ma di mobilitarli a forza nella lotta per l’annessione della regione alla Jugoslavia». Le stragi, continua il documento, «oltre all’intento punitivo», cioè rispetto all’aggressione italiana, «ne avevano altri due: decapitare la società della sua classe dirigente, fedele all’Italia, ed intimidire la popolazione italiana, affinché non si opponesse all’annessione».
Va poi considerata la differenza tra le due ondate di infoibazioni. Nelle esecuzioni del 1943 contò maggiormente l’intento vendicativo rispetto ad italiani che erano stati in diversi casi protagonisti dell’invasione e dell’occupazione italo-tedesca, assieme al carattere di jacquerie sociale: numerosi furono i possidenti trucidati dai contadini. In quelle del 1945 fu prevalente l’intento politico, quello cioè di preparare il dispiegamento del regime comunista, eliminando ogni e qualsiasi ostacolo alla sua realizzazione. In questo caso gli ordini giunsero dall’alto, cioè dallo Stato jugoslavo in formazione, e furono realizzati grazie alla polizia politica (Ozna). Poi, certamente, capitarono in questo bagno di sangue anche persone innocenti, che non avevano nulla a che fare con l’occupazione fascista, vittime di vendette personali e anche, perché no, qualcuno ucciso solo in quanto italiano. Come la studentessa italiana Norma Cossetto, violentata e uccisa nell’ottobre 1943, rea unicamente di essere figlia di un fascista e di non volersi aggregare alla resistenza istriana.
Sottolineare l’improprietà dell’espressione “pulizia etnica”, che è stata purtroppo utilizzata anche in discorsi dei presidenti della Repubblica, non è in alcun modo uno sminuire la dimensione e la tragicità di quei fatti: è restituirli alla loro realtà storica, inquadrarli in un contesto che permetta di comprenderli, senza le grossolane semplificazioni a cui conducono alcune ricostruzioni revisioniste, ad esempio televisive. Dove i partigiani titini sono presentati come criminali sanguinari, messi sullo stesso piano dei “cattivi” tedeschi, con un unico, scoperto fine: far risaltare per contrasto i “buoni” italiani, cioè lo stereotipo dell’italiano, soldato o civile, che fa la guerra controvoglia, esportatore di umanità, ovunque egli si trovi.
Si tratta questa di una costruzione culturale e retorica che ha avuto ed ha come fine unico la rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale. Non sarà mai abbastanza presto, purtroppo, che il nostro Paese faccia i conti veramente con il suo recente passato, cominciando da cose piccole, come mettere una indicazione stradale – oggi totalmente assente – che spieghi come giungere al campo di internamento di Gonars in Friuli, dove furono detenuti migliaia di prigionieri sloveni e centinaia furono lasciati morire di fame e di malattie; oppure che un qualche rappresentante dello Stato italiano si rechi finalmente a porgere omaggio nel campo di internamento di Arbe/Rab, in Dalmazia, dove i morti sloveni internati dall’esercito italiano furono invece migliaia, tra cui centinaia di bambini e lattanti.
Veniamo al secondo capitolo del tragico ricordo commemorato il 10 febbraio. L’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia – questi i bei nomi storici di quelle terre – fu un processo di lungo periodo, che ebbe luogo tra 1941 e 1956. Da Zara partirono già nel 1941 circa 10 mila persone, quindi altre migliaia negli anni successivi a causa dei bombardamenti alleati, dal 1944 per l’entrata delle truppe dell’esercito di liberazione jugoslavo, per terminare nei primi anni Cinquanta. Da Pola, per fare un altro esempio, ne partirono circa 30 mila sui 31.700 residenti. Le esplosioni della spiaggia di Vergarolla del 18 agosto 1946, che fecero 65 vittime, furono vissute come un attentato terroristico alla comunità italiana per espellerla.
Con la firma del Trattato di pace nel 1947 iniziò la pronuncia delle opzioni, e le partenze raggiunsero le decine di migliaia negli anni seguenti. Ebbero termine nel 1956, dopo al firma del Memorandum d’intesa, a seguito del quale i 2/3 degli abitanti della cosiddetta zona B, circa 40 mila persone, lasciò quelle terre. Tutto questo ebbe luogo in un clima di intimidazione, soprusi e abusi della polizia jugoslava, confische e quant’altro. Quando le autorità jugoslave realizzarono che in alcune località, soprattutto urbane, si stava realizzando una vera e propria desertificazione, per timore anche dello smacco politico internazionale che ciò comportava, cercarono di reagire, inasprendo i controlli sul possesso della lingua italiana, o re-slavizzando cognomi che erano stati italianizzati in età fascista. A questo si sovrappose la crisi tra Jugoslavia e Cominform, e la scomunica stalinista del nuovo regime titino.
Nel 1949 venne messo a punto il sistema jugoslavo mutuato dai gulag staliniani che aveva il suo centro in Goli Otok. Gli arresti italiani furono circa 2 mila tra il 1949 e il 1952, all’interno di quel gruppo di operai, soprattutto monfalconesi, che avevano dato vita al cosiddetto “controesodo” comunista dopo il 1945 verso il nuovo Stato di Tito, ma che in quanto filostalinisti furono perseguitati. Ci sono poche storie grottesche e drammatiche come quella dei comunisti italiani che lasciarono la nuova democrazia borghese italiana per costruire il socialismo in Jugoslavia e finirono nei campi di lavoro di Tito.
L’esodo degli italiani dal nuovo Stato jugoslavo va ricompreso nel gigantesco fenomeno delle migrazioni forzate. Queste interessarono alcune decine di milioni di persone durante la guerra, soprattutto nei territori dell’Europa orientale, e circa 40 milioni di persone al termine della guerra, di cui 11 milioni ritornarono nella Germania occupata dagli alleati, con una migrazione di cui solo recentemente si sono presi in considerazione i caratteri, e che sembra abbia provocato centinaia di migliaia se non milioni di morti tra i tedeschi di ritorno in patria. Dalla nuova Jugoslavia, ad esempio, fuggirono negli ultimi giorni della guerra decine di migliaia di austriaci e tedeschi, mentre molti altri, un numero imprecisato, fini nei campi jugoslavi.
La storia dell’accoglienza e dell’integrazione degli esuli istriano, giuliano, fiumano-dalmati in Italia è stata faticosamente ricostruita nel tempo. E’ una delle tappe più difficili e moralmente dolorose della storia della Repubblica, al cui interno è finita spesso in un cono d’ombra. Da un lato vi è stata la rimozione del problema costituito dalla necessità di dare una casa e un Paese a decine di migliaia di persone senza costruire dei ghetti o delle nuove cittadine sul modello fascista; dall’altro vi era, da parte degli esuli, la rivendicazione di un’italianità che fu incompresa, considerata inopportuna per come si era conclusa la guerra, se sono reazionaria. Per la sinistra della Prima repubblica, soprattutto per quella delle regioni rosse e del PCI, gli esuli rappresentarono una strana genìa, furono spesso indicati, cito, come “fascisti in fuga dal paradiso socialista”. Così l’esito fu, semplicemente, per gli italiani di Istria e Dalmazia, quello di sentirsi stranieri in patria.
Naturalmente, sulla rielaborazione dei drammi del confine adriatico dopo il 1941, pesò in modo determinante la questione di Trieste, cioè la più importante vicenda italiana di politica internazionale dell’immediato dopoguerra. Questione che, come è noto, imbalsamò a lungo lo statuto della città giuliana, senza peraltro modificare il destino della città, che era stato peraltro quasi immediatamente stabilito, ma che ebbe una sistemazione diplomatica lunghissima, che si concluse solo con il Trattato di Osimo del 1975.
La Presidente del Consiglio ha parlato nei giorni scorsi, in occasione delle cerimonie per il Giorno del ricordo di quest’anno, di una congiura del silenzio che ha impedito a lungo di parlare di foibe e di esodo. E’ un giudizio condivisibile, che va però circostanziato, altrimenti non fa che alimentare l’idea del complotto contro il quale è finalmente giunta l’ora della riscossa. Un atteggiamento rivendicativo che nuoce alla comprensione storica.
I primi a mettere la sordina ai fatti degli anni ’40 e ’50 furono i due grandi partiti protagonisti del dopoguerra, la DC e il PCI. La Democrazia Cristiana, che pilotò tutta la questione internazionale di Trieste, aveva per necessità uno sguardo strabico. Con un occhio guardava al confine orientale, rispetto al quale gli accordi internazionali, presi già nel corso della guerra, non lasciavano dubbi. Dall’altro guardava all’Alto Adige, dove la situazione era, rispetto all’Alto Adriatico, capovolta, con centinaia di migliaia di germanofoni inglobati nello Stato italiano. Il giudizio storico sull’agire della Democrazia Cristiana può essere discusso ma l’atteggiamento del partito di De Gasperi in merito al confine orientale fu costantemente quello di ricercare la moderazione, i buoni rapporti con i vicini jugoslavi – peraltro non alleati di Mosca –, l’opportunità di non rivangare troppo il passato. Esemplare la convergenza a cui si giunse riguardo ai colpevoli delle tragedie del 1941-45: i responsabili jugoslavi delle epurazioni degli italiani del 1943-45 non vennero perseguiti, così come non vennero consegnati agli jugoslavi i generali italiani responsabili dei crimini di guerra durante l’occupazione italiana della Slovenia, di Fiume e della Croazia.
Per certi versi ancora più equivoco fu l’atteggiamento del Partito Comunista, che scontava le incertezze politiche del 1943-45, quando in nome dell’alleanza contro i nazifascisti e dell’adesione all’internazionale comunista dimostrò acquiescenza contro i progetti espansionistici jugoslavi. Dopo la rottura tra Tito e Stalin del 1948, il PCI rimase in mezzo al guado ideologico: fedele a Mosca ma non ostile rispetto al progetto socialista jugoslavo, e contemporaneamente pienamente coinvolto, sebbene all’opposizione, nella democrazia parlamentare italiana; distante dal progetto mondialista dei Paesi non-allineati promosso da Tito, ma sempre più scettico rispetto al modello URSS, soprattutto dopo la denuncia dei crimini staliniani e i fatti del 1956 in Ungheria. Tutto questo portò ad una sistematica riduzione e rimozione, fino agli anni Ottanta, da parte del PCI, delle tragedie del confine e dell’esodo istiano, giuliano dalmata.
Solo tre soggetti, in queglii anni che sono stati in seguito chiamati del “lungo silenzio”, si fecero carico del lontano, ingombrante dramma delle foibe e dell’esodo. In primo luogo gli Istituti di storia della Resistenza che, con maggiore o minore entusiasmo e partecipazione, a seconda della loro maggiore o minore radicalità partitica, avviarono e pubblicarono ricerche sulla seconda guerra mondiale e sul tema complesso del confine orientale. Quindi, in secondo luogo, le associazioni e istituzioni degli esuli istriano-giuliano-dalmati che, con accenti e temi diversi, e non sempre senza strumentalità politica, batterono il ferro della memoria e della necessità di non rimuovere quello che con termine biblico ormai entrato in uso fu chiamato “l’esodo”.
Infine, il terzo soggetto che non cessò mai di far sentire la sua voce fu il Movimento Sociale Italiano che ebbe in Trieste uno dei suoi centri d’elezione, e dove raccolse anche consensi elettorali a due cifre. Essendo il partito che portava sulla bandiera la fiamma della Repubblica mussoliniana di Salò, partito erede, quindi, della medesima parte politica che aveva provocato, con la guerra in Jugoslavia, l’apertura di quella tragedia politica di cui le foibe furono uno dei capitoli, i missini erano probabilmente gli ultimi che si sarebbero dovuti permettere di utilizzare tale argomento in forma rivendicativa.
Come concludere? Il ricordo di quei fatti, che ci celebra oggi, non può coesistere con il negazionismo, e nemmeno con la riduzione di quei fatti a episodi trascurabili; non può, d’altra parte, risolversi in slogan vuoti come quello della “memoria condivisa”: ognuno ha, per sé e per le proprie famiglie, la propria memoria, ed è giusto che non la condivida, che la conservi come un elemento fondante la propria identità personale.
La storia richiede, più che memoria, attenzione, approfondimento, puntualità: tutti gli aspetti della difficile storia dell’Adriatico nel Novecento vanno tenuti in conto, analizzati, contestualizzati e compresi. Non per portarli davanti ad un tribunale, ma per trarne una compiuta responsabilità personale e collettiva, una coscienza, una maggiore capacità di vivere collettivo. La storia – questo ci insegnano le vicende che oggi commemoriamo – non può più essere storia nazionale. I tragici anni delle foibe e dell’esodo possono essere compresi solo in una dimensione che superi ormai quella della nazione, della rivendicazione del proprio Paese, dell’italianità contrapposta al punto di vista altrui.
La mia generazione, assieme a quelle che seguono, ha una grande occasione, l’occasione data dall’abbattimento di quelle frontiere lungo le quali si svolsero i drammi che oggi ricordiamo, l’opportunità costituita dall’abolizione dei confini che è stata resa possibile dalla costruzione del progetto europeo. Molto spesso, di questo progetto, ancora incompleto e incerto, ci dimentichiamo da dove scaturì. Scaturì dalla catastrofe dei 40 milioni di morti della Seconda guerra mondiale, dalla volontà di coloro che vi erano sopravvissuti di evitare che i popoli europei, che per secoli si erano uccisi l’un l’altro, corressero il rischio di cadere per la terza volta – che sarebbe probabilmente stata l’ultima – in un conflitto continentale.
Ricordiamo dunque la crudeltà inumana delle foibe, la lacerazione dell’esodo, e assieme ricordiamo da dove viene e che significato ha, oggi e per il futuro, l’Europa unita.