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L’8 settembre di Gorizia

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di Carlo Michelutti a cura di Marzio Lamberti

8 settembre

“Ma in sostanza signor colonnello, noi, ora, cosa dobbiamo fare ?”.E’questa la domanda che l’8 settembre del 1943 un soldato italiano pone al suo superiore, manifestando tutta l’angoscia e tutto lo smarrimento che si diffondono nell’esercito che si sfascia ma anche nella popolazione che assiste, attonita, alla tragedia più spaventosa di tutta la storia dell’Italia unita. Il Paese è in preda ad uno sbandamento e ad un degrado materiale e morale di fronte ai quali i passati drammi nazionali come la sconfitta di Caporetto, impallidiscono.

Anche a Gorizia la situazione appare estremamente confusa, resa ancora più complessa da un fattore specifico e di essa peculiare – che si manifesta puntualmente ogni qualvolta la storia della città volta pagina – cioè la pressione, alle sue porte, dell’elemento slavo, nella fattispecie di quello slavo-comunista sotto forma di formazioni militari partigiane già consistenti e organizzate, le quali avevano fatto capolino in città addirittura il 25 luglio precedente, giorno della caduta del fascismo. I tedeschi, che avevano subodorato la defezione dell’alleato, entrano in Italia a fine agosto da Tarvisio con il Rgt. della 7l° Divisione di fanteria comandato dal col. Krancke, attestandosi a Moggio. Le formazioni di Tito, come testimonia Teodoro Francesconi nel suo libro “Gorizia 1940-1945“, già il 3 settembre addirittura conoscono la data precisa dell’armistizio, probabilmente informate da una delle numerose missioni alleate presenti nelle file della resistenza jugoslava. Ci troviamo di fronte alla situazione paradossale per cui i nostri avversari prevedono o conoscono l’evolversi degli avvenimenti, mentre i comandi italiani ne sono completamente all’oscuro.

Nella zona di Gorizia il Regio Esercito dispone di 54 mila uomini, la Div.”Julia”, la Div. “Torino” e l’82° Rgt. Fanteria in città, e il 9° Alpini a Tolmino. Uno schieramento massiccio, quindi, e più che sufficiente – se non fossero sopravvenuti il crollo e la sindrome del “tutti a casa” – ad arginare non solo gli attacchi tedeschi, ma anche quelli dei reparti di Tito (non aveva precisato il proclama armistiziale di Badoglio che le forze armate regie “…reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”?).

9 settembre

 Il giorno 9 i tedeschi del 171° Rgt. Artiglieria del col. Scharenberg giungono a Salcano, ma lì segnano il passo fino al giorno 11 di fronte alla Divisione “Torino”. Intanto formazioni partigiane jugoslave prendono possesso di Vertoiba, di San Pietro e di Sant’Andrea. In città già dalla sera dell’8 settembre ha inizio, come del resto in tutte le città italiane, il saccheggio di caserme e di depositi militari. In un caos indescrivibile la gente dà l’assalto alla caserma del Fante in via Duca d’Aosta sottraendo viveri e vestiario, mentre partigiani sloveni prelevano armi e munizioni, e in alcune caserme gli stessi militari che le stanno abbandonando “spaccano tutto”. Vittorio Pettarin nella sua cronaca “Accadde a Gorizia l943-1945” ricorda che alcune vie erano percorse da cavalli imbizzarriti. Un uomo riuscì ad issarsi su uno di essi e a guidare la folla tumultuante verso la caserma dell’artiglieria mentre altri gruppi si dirigevano verso l’aeroporto

10 settembre

Il mattino del giorno 10 una folla proveniente dalle frazioni, molti i bambini e le donne, sventolando bandiere con la stella rossa giunge in città e ascolta i discorsi, in sloveno e in italiano, che alcuni capi partigiani pronunciano dal balcone del Municipio. Nel pomeriggio i partigiani ottengono dal presidio militare il permesso di tenere un comizio in Piazza della Vittoria che verrà interrotto dal gesto di un ufficiale dell’Aeronautica che strappa una bandiera jugoslava issata sulla fontana del Pacassi. Si forma allora un corteo, nel quale si notano molte donne in costume, che salutando con il pugno chiuso, percorre le vie cittadine. Gli studenti delle scuole superiori organizzano un loro corteo intonando l’Inno di Mameli. Si incrociano all’altezza del caffè Teatro con i dimostranti slavi, ma senza scontrarsi.

Lo stesso giorno 10 i partigiani ottengono dal comando di presidio la scarcerazione di tutti i prigionieri politici e militari a Gorizia e a Gradisca e dalle carceri “sussidiarie” di Sdraussina e Castagnevizza. Sono circa duemila, in prevalenza sloveni. Sfilano anch’essi per la città festeggiati dai dimostranti. I tedeschi si trovano ormai nei sobborghi settentrionali della città ma non dispongono di forze sufficienti per debellare la resistenza partigiana. Uno scontro durissimo, che dura sette ore, si svolge nella zona di Valdirose con i mortai partigiani che sparano dal San Marco mentre i tedeschi rispondono dal Castello.

11 settembre

La sera del giorno 11 i tedeschi occupano le stazioni Centrale e Montesanto e vi sistemano un piccolo reparto del genio ferrovieri. Sia i tedeschi che i partigiani parlamentano con il generale Malaguti comandante della Div. Torino per indurlo a schierarsi dall’una o dall’altra parte: i primi lo fanno con il col. Scharenberg, i secondi tramite il cap. William Jones, membro di una missione alleata presso l’armata di Tito. Il gen.Malaguti tergiversa:quando poi sembra decidere, è troppo tardi, poiché i soldati hanno già abbandonato le caserme. Emerge qui una delle vicende più amare di quelle infelici giornate. Migliaia di soldati laceri e affamati si riversano per la città cercando abiti civili e chiedendo la direzione per tornare alle loro case. I tedeschi li insultano e li malmenano per le strade e li radunano nel campo Baiamonti, nel centro del quale si forma in breve un’enorme catasta di armi. Dalle tribune, ricorda Vittorio Pettarin, un altoparlante diffonde le note di un valzer di Strauss. I tedeschi che sorvegliano i prigionieri sono pochissimi, molti giovanissimi, con le loro divise estive dai calzoni corti.

Dalle memorie di Piero Lamberti di Gorizia Sergente del 23° Rgt. di Fanteria operante in Jugoslavia

8 settembre

 Il giorno 8 settembre 1943 fui inviato dal Comando del 23° Fanteria di stanza a Novo Mesto (Slovenia) a Gorizia per consegnare alcuni documenti al Comando deposito del Reggimento sito nella mia città in via Duca D’Aosta. Lungo il tragitto, alla stazione di Postumia (Slovenia), appresi dell’armistizio dalla radio. Giunto a Gorizia mi recai al Comando cui consegnai i documenti.

10 settembre

Il giorno 10 settembre i Tedeschi occuparono la Caserma ordinando di consegnare tutte le armi in dotazione e quelle nei depositi, armi che furono ammassate nel cortile centrale. Poi ci radunarono e chiesero chi intendeva continuare a vestire la divisa. Chi avrebbe rifiutato sarebbe stato inviato nei campi di concentramento in Germania. Pochi aderirono. Tutti gli altri furono trasferiti e rinchiusi nel campo di calcio di via Baiamonti, poco distante, dove restammo all’aperto fino al giorno dopo.

11 settembre

 Il giorno 11 settembre alle ore 10 ci ordinarono di metterci in fila e ci portarono incolonnati alla Stazione Transalpina dove ci fecero salire sui carri bestiame. Qui, in attesa della partenza, vidi mia moglie con in braccio mio figlio che proprio due giorni prima aveva compiuto due anni. Poi un militare tedesco li allontanò e chiuse la porta del vagone. C’erano alla Stazione tante persone poiché la voce della cattura dei militari italiani si era sparsa ovunque per la città. Il treno stipato all’inverosimile partì lungo la nostra valle dell’Isonzo passando per Canale, Caporetto, Tolmino e poi Jesenice (Slovenia), e su verso l’Austria e la Germania……

notte dell’11 settembre

La notte dell’11 settembre i partigiani occupano la Stazione centrale e organizzano la resistenza; qui i tedeschi, ai quali si è affiancata 1’88° compagnia controcarro dell’8° alpini che il generale Zannini, comandante del XXIV Corpo d’Armata, ha pensato bene di mandare da Udine a dare man forte ai tedeschi che, come sottolinea Teodoro Francesconi, “solo a Gorizia subiscono una battuta d’arresto” .

Inizia quella che verrà chiamata la “Battaglia di Gorizia”. Circa duemila uomini, in gran parte provenienti dai cantieri di Monfalcone, formano la “Brigata proletaria“, uomini che, secondo il Francesconi (che è un ex combattente del Btg- Bersaglieri Mussolini, della Rsi) “assumono veste di protagonisti” occupando una posizione di primo piano.L’ importanza della “Battaglia di Gorizia’ viene rimarcata e addirittura enfatizzata proprio dai comandi tedeschi e dai bollettini del Quartier Generale del Fuhrer che, rilevata l’attività, nelle zone ad oriente di Gorizia di “ribelli sloveni insieme con gruppi di comunisti italiani”, ne segnalano le inverosimili perdite di “oltre mille morti e migliaia di prigionieri”.

Un rapporto della Questura repubblichina di Gorizia inviato al Ministro dell’Interno nell’aprile 1944 segnala che dopo il 10 settembre, contro i partigiani che “hanno occupato tutta la provincia non escluse, sebbene con forze modeste, Gorizia e le località friulane, le truppe germaniche hanno dovuto affrontare un problema di ordine militare e non di polizia“. Il rapporto aggiunge che. “…solamente l’uso di mezzi bellici preponderanti quali artiglierie, l’aviazione e i carri armati è valso a far sgomberare i ribelli dal capoluogo e da altri comuni nonché dalle vie di comunicazione di maggiore importanza” .

12 settembre

 Alla Stazione centrale di Gorizia la mattina del giorno 12 si contano i primi caduti italiani della Resistenza. La “Battaglia di Gorizia” e l’apporto italiano assumono un significato simbolico, politico e civile straordinario, meritevole di ulteriori riflessioni intorno alla sua natura a metà strada tra sollevazione spontanea e i prodromi di una lotta ideologicamente e militarmente organizzata.

 Pomeriggio del 12 settembre .

Nel tardo pomeriggio del 12 settembre i tedeschi entrano in forze a Gorizia dove, secondo la giornalista Jolanda Pisani “una notevole folla di cittadini si era raccolta per salutare con fiori, bandiere e battimani  l’arrivo delle truppe germaniche”. Vale la pena di sottolineare, a conferma delle contraddizioni del momento, che si tratta di quelle stesse truppe contro le quali appena qualche ora prima partigiani italiani si erano battuti nello scontro alla stazione Centrale (e le stesse truppe che con molta diligenza deporteranno tutta la comunità ebraica di Gorizia il 23 novembre successivo). Il grosso delle truppe tedesche era stato preceduto da un carro armato che si era fermato davanti al caffè Garibaldi. I carristi erano scesi ed erano entrati nel caffè dove, come ricorda Vittorio Pettarin, hanno ordinato una bottiglia di cognac “attorniati e complimentati dalla gente”. Le testimonianze di una accoglienza favorevole della cittadinanza sono numerose; perfino “Vanni” Padovan, commissario della “Garibardi-Natisone”, riconoscerà nelle sue memorie che “..non solo i grandi padroni accolgono con entusiasmo le truppe germaniche, ma tutta la piccola borghesia cittadina fece un’accoglienza festosa ai nazisti perché si pensava che avrebbero portato l’ordine e la legge”. Aggiunge Jolanda Pisani : ‘Nella loro mente (dei Goriziani),confusa e smarrita nel caos che regnava sovrano da tre giorni e soprattutto dal terrore che la città venisse occupata dagli slavi …s’era profilata la speranza che i tedeschi avessero riportato l’ordine e tutelata e difesa l’italianità di Gorizia”.

Dalle memorie di Vilma Braini staffetta partigiana deportata a Bergen-Belsen

Vilma nasce il 14 giugno del 1928 a Gorizia. La famiglia è di origine slovena. Vive e cresce a S. Andrea. Nel 1943 il padre di Vilma viene arruolato forzatamente in quanto sloveno nei Battaglioni speciali e mandato prima a Melfi e poi in Sardegna. Da  questo drammatico fatto,   Vilma prende coscienza dell’oppressione razziale nei confronti degli sloveni. “Perché non si poteva parlare sloveno?” Era la domanda che fece fare a Vilma la scelta dell’antifascismo

8 settembre e nei giorni seguenti.

Si trova insieme ai ragazzi che come lei collaboravano con i partigiani, sul ponte 8 agosto a raccogliere le armi che i militari italiani in fuga abbandonavano per tornarsene a casa, armi che venivano inviate  ai partigiani già da un anno  operativi poco oltre Gorizia. Diventa staffetta partigiana. Appena sedicenne viene arrestata prima dalle SS e in seguito anche dalla X Mas e incarcerata due volte a Gorizia per la sua attività di staffetta e di informatrice del movimento partigiano. Il 24 febbraio 1945 Vilma viene deportata come prigioniera politica prima  nel campo  di concentramento   di Ravensbruch e poi in quello  di Bergen-Belsen. Riesce a sopravvivere con grandi sofferenze fino alla liberazione. Ritorna a casa nel giugno del 1945. Aveva 17 anni appena compiuti.

Nei giorni successivi – Tenuto conto della composizione sociale della città e della situazione politico-militare incredibilmente complessa e infausta, bisogna riconoscere che si tratta di atteggiamenti che appaiono comprensibili. Sta di fatto che i tedeschi non tuteleranno per niente l’italianità di Gorizia, anzi faranno di tutto per soffocarla. I valori e i sentimenti di italianità della città non furono mai così mortificati come nel settembre ’43 e nei mesi successivi. Teodoro Francesconi scriverà che Gorizia “già avamposto orgoglioso della nazione“, ora si vede da essa abbandonata e minacciata da due eserciti stranieri. La successiva amministrazione germanica del Litorale Adriatico privilegerà la componente economico-amministrativa legata alla tradizione asburgica, e anche gli sloveni, riaprendo i loro circoli e le loro scuole. Ai posti di responsabilità verranno chiamati ex ufficiali dell’esercito A.U., come il conte Marino Pace che diventerà Prefetto della provincia, il quale amava definire gli italiani “beduini”. Davanti a questi fatti e durante questo tormentato periodo l’atteggiamento “politico” della città rivela una pressoché totale estraneità. Latita in particolare la presenza di un organismo militare e politico cittadino. Il CLN, che si era fatto vivo il 2 settembre con un esposto al Prefetto tendente a vedere ristabilite in città le libertà democratiche, è poi completamente assente lungo tutto il mese e, quindi, nel corso della Battaglia di Gorizia. “La gioventù di città – osserverà Emilio Mulitsch -rimase quasi assente” . Scriverà Roberto Spazzali: “In Gorizia non esisteva una formazione armata partigiana italiana organicamente riconoscibile“- il rapporto della Questura di Gorizia dall’aprile del ’44, già citato, preciserà che “di gruppi partigiani facenti capo al comitato di liberazione nazionale non si ha qui sentore di esistenza”. In uno scenario così convulso e disperato si avverte il bisogno di cogliere un segno di normalità nello scorrere della vita quotidiana della città. I giornali ricompaiono con le cronache locali soltanto il 20 settembre e, accanto alla notizia che nella serata del 12 una colonna di SS germaniche è entrata a Gorizia “attraverso i due corsi imbandierati” avvertono che il servizio di autobus funziona regolarmente e anche quello ferroviario “tranne quello per Trieste”. Vittorio Pettarin riferisce “Trascorsero alcuni giorni, in città ritornò la quiete. La gente usciva dalle case per la passeggiata lungo il corso. Coprifuoco o no rincasava alle ore nove. Questa, dei goriziani, era una vecchia abitudine”. Il settimanale della Curia isontina “L’Idea del Popolo” pubblica il suo ultimo numero il 12 settembre con la cronaca delle funzioni religiose svoltesi proprio l’8 settembre, ricorrenza della Natività di Maria Vergine, nel Santuario di Montesanto. Vi hanno partecipato tremila fedeli, di cui mille ottocento hanno ricevuto la Santa Comunione. “L’Idea del Popolo” pubblica il proclama armistiziale di Badoglio, ma non rinuncia a richiamare i fedeli all’osservanza dei principi della morale cristiana, fra i quali quello della modestia nel contegno e nel vestire. Quasi accanto al testo del comunicato del maresciallo Badoglio appare il seguente appello :”Signorine! Signorine! Andando a quel modo in bicicletta, sedendo a quel modo in luogo pubblico, date scandalo! Sarete responsabili di tanti e tanti peccati! Pensateci e pensate anche alla vostra anima!”. Un segno di normalità, almeno questo.

La divisione Torino

7 settembre

 Ed ecco come il generale Malaguti comandante della Divisione Torino descrive la prima fase della battaglia: “Alta data del 7 settembre la Divisione era ripartita in tre nuclei: uno nella zona Monte Santo – Sabotino  ); un secondo a Zolla (ora Col, frazione di Aidussina -nda) ; il terzo a Prevallo (ora Razdrto, frazione di Postumia sulla strada Postumia-Aidussina nda) . A Gorizia era dislocato il solo Comando di divisione. Compito dei distaccamenti era di impedire ai tedeschi di venire su Gorizia: però se questi si fossero presentati in forze superiori, parlamentare per cercare di farli desistere; cercare di non essere disarmati; alla violenza opporre la violenza”.

8 -11 settembre

 La Divisione ebbe due scontri coi tedeschi, rispettivamente in Val d’Isonzo, tra Monte Santo e Sabotino (82° Fanteria) e a Prevallo (81°Fanteria). Il primo fu causato dal fatto che le truppe tedesche di fondo Valle Isonzo agli ordini del colonnello Scharemberg tendevano ad impossessarsi del ponte di Salcano;   Il secondo fu originato dal fatto che un battaglione del 81° Fanteria che doveva sistemarsi su una quota che delimitava da sud l’occupazione della stretta di Prevallo, la trovò occupata da truppe tedesche; ne nacque un combattimento in seguito al quale i tedeschi dovettero abbandonare la posizione;   – La “Torino”, dunque, respinse tutti gli attacchi tedeschi dal 9 all’11 settembre.

 12 settembre.

 La “Torino dovette ripiegare, imbattuta, per ordine del Comando del 24°Corpo d’Armata di Udine. il 12 settembre i tedeschi poterono così occupare Gorizia.

 La resistenza dei fanti italiani della Torino, delle Guardie alla Frontiera e degli alpini della Julia a Gorizia, in val Bacia, nella zona Aidussina – Postumia, nell’Alto Isonzo, nell’Alto Friuli ed a Tarvisio (che bloccò l’avanzata tedesca fino al 12 settembre) aveva tuttavia dato il tempo agli operai di Monfalcone di organizzarsi, di costituirsi in “Brigata Proletaria” e dl combattere insieme ai partigiani sloveni, per altre due settimane.  I militari italiani pagarono per questo loro comportamento un grosso tributo: 157 caduti dei quali 29 fanti della “Torino” catturati dai tedeschi a Salcano, fucilati e sepolti in una vecchia trincea a Sella Montesanto

Italico Chiarion.  La divisione Torino e il ruolo dell’esercito italiano nella battaglia di Gorizia. sintesi

La Brigata Proletaria

8-9 settembre.

gli operai dei C.R.D.A. di Monfalcone e di altre fabbriche, erano già preparata a combattere

nasce un Comitato d’azione.

10 settembre

 A Monfalcone un grande comizio, con la partecipazione di migliaia di operai. Molti operai monfalconesi, ancora in tuta da lavoro, ma armati, iniziarono a confluire a Cave di Selz, nei pressi di Ronchi,  per organizzare la difesa del territorio dall’invasione nazista.

11 settembre

Viene costituita la brigata italiana divisa in tre battaglioni che venne chiamata Brigata Proletaria. Ad essi si unirono anche alcuni ufficiali e soldati antifascisti dell’ormai dissolto regio esercito italiano . A comandare un battaglione fu designato anche un goriziano ufficiale dell’esercito italiano.

notte fra l’11 e il 12 settembre.

 I partigiani della “Brigata Proletaria” (circa 1.000-1.500 combattenti in buona parte operai del monfalconese), che si è costituita poche ore prima a Ville Montevecchio ed a cui il comando sloveno ha affidato il compito di controllare le vie di comunicazione per Trieste e di chiudere gli accessi alla valle del Vipacco, prendono posizione alla periferia meridionale di Gorizia. I reparti proletari occupano il paese di Merna ed il campo di aviazione, dove vengono danneggiate le installazioni militari e bruciati alcuni velivoli negli hangar, fanno saltare il ponte ferroviario di Rubbia e distruggono un tratto di binari provocando l’interruzione della linea ferroviaria per Trieste.

 12 settembre

Reparti del secondo battaglione, occupano la stazione ferroviaria centrale di Gorizia, mentre il primo ed il terzo battaglione sono schierati tra Gabria e Merna con il compito d’interrompere le strade e la linea Trieste Gorizia, cosa che viene eseguita con la distruzione dei ponti sul Vipacco.

26 settembre Il successivo impiego di gran parte degli effettivi della 24° Panzer-Division del 2° Panzerkorp-SS, che si unirono alla 71ª divisione di fanteria, infranse la resistenza dei partigini italiani e sloveni che abbandonarono l’ultimo ridotto in loro possesso, Merna. Nei giorni successivi ci furono, per la sola Brigata Proletaria, circa un centinaio tra morti e dispersi oltre ad un numero ben maggiore di feriti. A tali perdite si devono aggiungere quelle di parte slovena, mai quantificate.

Luciano Patat – La battaglia di Gorizia del settembre 1943  (in “Storia contemporanea in Friuli”, anno XXXIV – 2004, n. 35) sintesi

Carlo Michelutti. 

Laureato in Giurisprudenza si era trasferito a Gorizia dove aveva ricoperto per lunghi anni importanti incarichi dirigenziali in Comune nei settori economici e programmatori. Andato in pensione nei primi anni novanta il suo nome fu proposto come candidato sindaco per il centro sinistra per le elezioni amministrative del 1994. Nel 1995 iniziò la sua collaborazione con NotizieNovice e poi nel 2008 con GoriziaEruopa. Di grande spessore la sua collaborazione con Isonzo-Soča

Poi progressivamente spostò la sua attenzione sulla storia della città e sulla storia europea che coinvolgeva Gorizia con preziosi articoli sull’esodo e sulla composizione etnica della città e sui rapporti transfrontalieri Scrisse più articoli sulle due Gorizia denunciando le due diverse velocità con cui si muovevano. Soprattutto i ”professionisti” delle tensioni tra le due comunità.”

Di rilievo le sue ricerche sulla resistenza a sull’area giuliana. Particolarmente approfondita la sua analisi sulle giornate attorno all’8 settembre 1943, una delle pochissime della città stretta tra due eserciti.

La sua collaborazione terminò nel 2014 anno in cui ritornò a vivere nel suo paese d’origine.

E’ morto nel 2021.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org