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Un protagonista della cultura di confine

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Un interessante percorso di liberazione da 150 anni di nazionalismo

Intervista di Jernej Šček a Livio Isaak Sirovich

(pubblicata sul supplemento Sobotna Priloga del 10/6/2023 del quotidiano di Lubiana Delo) Testo integrale in italiano per Apertamente

Livio Isaak Sirovich, nato nel 1949 nella città contesa tra l’appena formata repubblica italiana e la federazione socialista jugoslava da madre ebrea tedesco-lituana e da padre di antica origine dalmata. Geologo ed esperto di rischio sismico per il prestigioso Istituto nazionale di Oceanografia e Geofisica di Trieste. Curioso per natura, è arrivato districandosi tra i labirinti della sua storia familiare ad intercettare i grandi quesiti della storia locale, che sulla frontiera adriatica sempre ha dimensioni mondiali, affermandosi con alcune opere fondamentali per ricchezza documentaria, rigore storiografico e un linguaggio fresco e brioso, perfino spumeggiante. In pace con le proprie radici miste, si firma con i cognomi materno e paterno, cambiato in »Siro« durante il fascismo. Uno di quei vicini di casa che tanto di buono fanno per noi, con cui intendo per tutti quanti ci adoperiamo in direzione di una matura e serena convivenza sull’Alto Adriatico.

Invece dell’introduzione una frase dello scrittore sloveno triestino Alojz Rebula che dà il la al romanzo Informbiro a Zabrinje (ancora non tradotto): »In cento passi varchi la soglia dalla tua piccola proprietà per entrare nella politica mondiale.«

»Quando si sta da un lato della barricata è impossibile farsi un quadro completo della situazione« lei mi ha scritto nella dedica di un suo libro, e ha aggiunto »io stesso ci ho messo molti anni per cercare di farmi un quadro obiettivo del rapporto tra italiani e sloveni a Trieste«. Per me sono state parole importanti e penso che il suo percorso – di liberazione dal nazionalismo, se capisco bene – possa interessare ai lettori. Tanto che sento quasi il dovere di chiederle di approfondire la questione. E quali sono secondo lei gli scogli maggiori che hanno ostacolato la pacifica navigazione delle due comunità di questa città?

Le racconto un aneddoto. Mia moglie e io abbiamo un’amica di famiglia, di una dozzina d’anni più di noi, discendente da famosi imprenditori ebrei dell’Austria-Ungheria, un cui rampollo era morto in guerra da irredentista, medaglia d’oro (i discendenti avevano abbandonato l’ebraismo). C’era fra noi un grande affiatamento. Quando però, nel 1985, mi pronunciai pubblicamente contro il fatto che il mio circolo alpinistico, assieme ad altri, aveva fondato il “Comitato di Difesa dell’Identità Italiana di Trieste” per opporsi alle proposte di legge di tutela della minoranza slovena, questa nostra amica sentì il bisogno di fare una precisazione per lei importante: “Noi daremo il bilinguismo agli sloveni solo quando anche loro lo daranno a noi a Capodistria”.

Le spiegammo che a Capodistria-Koper c’era già, ma lei assolutamente si rifiutò di crederci. Tempo dopo, trovandomi appunto a Capodistria-Koper, feci il giro di negozi, uffici pubblici, del tribunale, delle Poste etc. prendendo i moduli bilingui e scattando delle foto, e le portai le prove che c’era. Problema superato, pensai. Anni dopo, venne a trovarmi a Trieste un carissimo amico mio e di mia moglie, lo storico della Shoah Marcello Pezzetti del Centro di Documentazione Ebraica di Milano (assieme, nel 1991, avevamo viaggiato in Lituania quando stavo preparando il libro sulla famiglia di mia madre; all’epoca, causa il crollo del sistema economico sovietico, era anche pericoloso). Lo invitai a pranzo e pensai di fargli conoscere un paio di amici interessanti, fra i quali la signora in questione. Tutto bene (eravamo a Contovello-Kontovel, in comune di Trieste), finché Pezzetti chiese degli sloveni della zona. E – inaspettatamente – la mia amica se ne uscì tal quale con l’obiezione cui pensavo di avere risposto con il pacchetto di moduli e foto presi a Capodistria-Koper: daremo a loro solo dopo che loro avranno dato a noi.

“Sai che con questa frase hai diminuito la mia fiducia nell’umanità?” le dissi. “Perché?” fece lei stupefatta. E allora raccontai a Pezzetti che tempo prima ero andato a Capodistria a prendere prove di bilinguismo, ma, evidentemente, invano.

In altre parole, il nazionalismo e la paura degli altri si annidano molto in profondità nel nostro cervello.

Lei ha cercato di fare qualcosa per far riflettere a proposito della convivenza italiani-sloveni e sciogliere certi nodi (vedi foto ripulitura cartelli Briščiki/Borgo Grotta). Cosa potremmo o dovremmo fare noi e cosa potrebbero o dovrebbero fare gli italiani a questo punto per una più completa comprensione e accettazione reciproca?

Ah la foto! Sì, assieme ad altri ricercatori e impiegati del mio istituto di ricerca (l’OGS, che ha sede sull’altipiano, a Borgo Grotta Gigante-Briščiki) abbiamo ripulito tre volte da scritte antislovene la tabella toponomastica del borgo. Dopo decenni di polemiche, questo tipo di targhe bilingui era stato finalmente collocato nel 1995 dal sindaco Riccardo Illy per iniziativa del suo vicesindaco Roberto Damiani. Recentemente, il comune ha anche sostituito quella della foto perchè la precedente era stata in seguito danneggiata con una grossa accetta. Adesso è di nuovo sporca (comunque, questo genere di gesti di intolleranza è per fortuna in netto calo). Ma naturalmente il problema non si risolve solo ripulendo le tabelle. Un illuminato intellettuale altoatesino-sudtirolese, Alexander Langer, che ho molto stimato, diceva sempre che la misura della qualità dei rapporti tra maggioranze e minoranze linguistico-nazionali di solito sta nel grado di conoscenza delle rispettive lingue. Dopo una trasmissione televisiva di Gad Lerner sulle polemiche triestine a proposito di tutela della minoranza (Profondo Nord, RAI 3) Alex mi chiese com’era la nostra situazione; gli spiegai che quasi tutti i nostri sloveni sono bilingui, mentre la stragrande maggioranza degli taliani (me compreso, purtroppo) non parla sloveno. Ed egli rispose: »capisco«.

Insomma, la mia idea è che si dovrebbe inserire lo sloveno come seconda lingua fin dalle scuole materne. Del resto, sempre secondo me, l’Europa non fa passi avanti anche perché non abbiamo una lingua comune.

Chi e quanti hanno fatto tesoro della lezione del Narodni dom sulla violenza del nazionalismo? In questo caso, italiano?

Posso sbagliare, ma la mia sensazione è che la restituzione dell’edificio alla comunità slovena sia stata digerita dalla maggioranza degli italiani che partecipano alla vita sociale-politica della città. Ma è stato un percorso difficile, anche perché c’erano resistenze e alcuni esponenti politici e intellettuali temevano la reazione dei circoli nazionalistici, gli stessi che nel 1985 avevano fondato il comitato di difesa italiana. Dopo la bomba piazzata nel 1974 alla scuola slovena di San Giovanni, la violenza fisica tipo 1920 mi sembra per fortuna del tutto accantonata.

Però si legge anche di proteste, di qualche manifestazione pubblica contraria alla cessione…

Sì, alcuni leader nazionalistici non si sono mai rassegnati. Mi riferisco in particolare all’ex deputato dell’MSI De Vidovich, all’avv. Sardos Albertini storico presidente della “Lega Nazionale”, a circoli dell’estrema destra (ultimamente, anche Casa Pound) e a loro simpatizzanti. La loro versione dei fatti del 1920, ripetuta in varie occasioni, è che “i terroristi jugoslavisti” avevano nel Narodni dom un deposito di armi ed esplosivi e che l’incendio fu causato da loro incaute operazioni con materiali infiammabili. Pare impossibile, ma dicono proprio così.

Fatto sta che siamo arrivati a un episodio, che non so se definire grottesco o pericoloso.

La mattina del 13 luglio 2019, era programmata la deposizione di una corona d’alloro al Narodni dom da parte del presidente Pahor. Un paio di associazioni nazionaliste italiane decisero allora di anticiparlo, deponendo nello stesso luogo una loro corona (a sostegno della tesi dell’ “autoincendio”). Il questore di Trieste vietò loro di farlo alle 9 del mattino, concedendo però di farlo dopo le 14:30, ossia dopo la visita del presidente Pahor (prescrizione Cat. A4/GAB./2019, 11/7/2019). E il De Vidovich, i due fratelli avv. Sardos Albertini, accompagnati da una trentina di persone, collocarono ugualmente la corona prima dell’arrivo del presidente Pahor, corona che si dovette asportare prima dell’inizio della manifestazione autorizzata.

Qual’è a suo avviso il significato della visita dei presidenti Mattarella e Pahor, nel centenario dell’incendio del Narodni dom di Trieste il 13 luglio 1920, alla foiba di Basovizza e al monumento dei quattro antifascisti fucilati nel 1930?

C’era bisogno di questi due gesti simbolici, che facessero capire come entrambe le popolazioni hanno patito sofferenze a causa del Nazionalismo e dello scontro tra ideologie contrapposte, e che occorre andare avanti insieme. Tuttavia, secondo me, si è trattato di due omaggi asimmetrici. Ed è l’omaggio al pozzo della miniera di Basovizza a lasciarmi in parte l’amaro in bocca. Mi spiego. I fatti del 1930 sono chiari: dopo che da anni il regime fascista stava perseguitando violentemente gli sloveni e i croati compresi nei confini del dopo 1918, un gruppo di giovani riuniti nella organizzazione TIGR decise di ribellarsi, e contro chi voleva a tutti i costi cancellare la loro lingua e la loro identità ricorse anche alla violenza. Che le memorie di sloveni e italiani di Trieste siano divise è testimoniato dal fatto che quasi tutti gli sloveni chiamano “eroi” i quattro fucilati del 1930, mentre moltissimi italiani nemmeno conoscono l’episodio e parecchi li giudicano terroristi perché pur sempre condannati da un tribunale (sia pure da quel mostro che fu il Tribunale speciale fascista). Nel ribellarsi, però, questi giovani commisero anche eccessi, errori e perfino stupidaggini. Ad esempio, nel marzo del 1929 il TIGR cercò di boicottare le elezioni-farsa in cui si poteva votare solo Sì o No alla lista di 400 parlamentari compilata dal Gran Consiglio del Fascismo. A Beram (Pazin, Istria), per evitare che andassero a votare, i giovani del TIGR non trovarono di meglio che sparare a terra davanti ai contadini condotti ai seggi dai militi fascisti. Col risultato che i proiettili di rimbalzo ferirono alcune persone e addirittura uccisero uno degli stessi attivisti del TIGR. Il 10 febbraio 1930 misero invece una bomba nella tipografia del giornale fascista di Trieste, che conduceva una spietata campagna di stampa contro “gli slavi”. L’ordigno avrebbe dovuto scoppiare dopo che le maestranze erano tornate a casa, e invece perse la vita un tipografo trattenutosi in ufficio. Per altro, mi sembra che nessuno dei 4 fucilati fosse direttamente responsabile dei due fatti di sangue. Durante la fucilazione ci furono poi terribili manifestazioni di odio anche da parte di civili italiani.

Mi sembra che lei ne ha scritto in Cime Irredente…

Sì, alcuni civili usarono addirittura il sangue dei fucilati per farsi una specie di trofeo.

Diceva dell’amaro per l’omaggio al pozzo-foiba di Basovizza.

Sul posto, c’è un bassorilievo in pietra che segnala la (presunta) presenza nel pozzo di 500 metri cubi di cadaveri, corrispondenti a “2500 italiani uccisi”, “solo perché italiani” viene detto assai spesso. C’è anche un blocco di roccia su cui il Comando della Guardia di Finanza di Trieste ricorda “i 97 finanzieri trucidati nella Foiba di Basovizza”. Ovviamente, i visitatori pensano che un’informazione scolpita nella roccia sia certa. E invece la storiografia ha dimostrato che sono falsi sia quel numero sia che gli italiani venissero uccisi solo a causa della loro appartenenza nazionale.

Non si deve mai dimenticare il contesto. La seconda guerra mondiale fu atroce e si concluse quasi dappertutto anche con vendette e giustizia sommaria, che coinvolsero colpevoli e innocenti, italiani e non. Secondo la migliore sintesi disponibile (Vademecum per il Giorno del Ricordo; http://www.irsrecfvg.eu/) nei territori di Gorizia, Trieste, Istria e Fiume, dall’autunno del ’43 a tutto il 1945, le vittime di parte italiana furono circa 3-4000; numeri purtroppo in linea con la resa dei conti tra italiani, che avvenne nell’Italia settentrionale. (In Italia, in base a una legge del 2004, nel “Giorno del Ricordo” si celebrano le tragedie delle foibe, dell’esodo degli esuli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra, e in generale del “confine orientale”; ndr).

Al pozzo della miniera di Basovizza avvennero quasi sicuramente alcune esecuzioni di massa. Viene riportata in particolare la testimonianza di un sacerdote sloveno su “processi” sommari, il 2 maggio 1945, contro circa 150 membri della Polizia fascista di Trieste, poi certamente uccisi, e sul trasporto in loco il giorno dopo di altre 250-300 persone. Però quando, nel dopoguerra, gli angloamericani condussero una campagna di recuperi con una benna, riuscirono ad estrarre soltanto una decina di cadaveri, alcuni in divisa tedesca (presumibilmente corpi recuperati dopo la battaglia di Opicina, o magari prigionieri passati per le armi).

La verità è purtroppo che i fatti avvenuti alla cosiddetta “foiba” di Basovizza sono stati presentati come azioni puramente anti-italiane, e ingigantiti, allo scopo di tenere vivo negli italiani il risentimento contro gli “slavo-comunisti”.

Mi ha anche raccontato che in famiglia avete notizie sulla cattura dei finanzieri triestini…

L’unico sopravvissuto della caserma di Campo Marzio, l’ex tenente Luciano Segulin, era molto amico dei miei genitori, e mi trattava come un figlio. “Zio” Luciano, scomparso qualche anno fa, me l’ha raccontato varie volte. Durante la guerra la Guardia di Finanza svolgeva ovviamente anche attività militari. Egli stesso era rimasto vittima di un’imboscata nella Selva di Tarnova ed era stato ferito molto gravemente. Era invalido di guerra. Ma nel 1945 aveva comunque ripreso servizio e il primo maggio 1945 si ritrovò ufficiale di picchetto della caserma. Nel pomeriggio, si presentarono in caserma due individui in impermeabile beige e chiesero appunto dell’ufficiale in servizio. Gli dissero di avvertire tutti i commilitoni perché il giorno dopo sarebbero venuti in forze a prenderli tutti e avrebbero fatto una brutta fine. “Zio” Luciano avvertì immediatamente il comandante della caserma, che tuttavia non diede sufficiente peso alla minaccia. L’indomani, era incerto se andare in caserma o meno; la parola definitiva l’ebbe sua madre e così si salvò. Ma la verità è che non si è mai saputo dove i 97 finanzieri venissero uccisi. Qualche ricerca fu fatta, anche con il coinvolgimento di parenti; alcuni indizi portavano a Rodik-Roditi, altri al campo di concentramento di Borovnica, ma non si arrivò mai a una individuazione certa.

Purtroppo, secondo me, i due presidenti hanno insomma compiuto un opportuno gesto simbolico di fratellanza, ma con la loro muta presenza alla “foiba” di Basovizza – senza distinguo – hanno finito per avallare la strumentalizzazione nazionalistica del triste luogo.

Lei conosce bene questa terra mista, così bella e fragile, così difficile da capire “da fuori”, confine orientale per gli uni, occidentale per gli altri, territorio ad alta densità letteraria, diviso tra Venezia e Vienna, tra il mondo latino e quello slavo. Stiamo superando i conflitti Novecenteschi, o ci stiamo rintanando nuovamente dietro una specie di cortina di ferro virtuale?

Credo che stiamo andando verso l’accettazione reciproca, ma lentamente e con intoppi. Non conosco a sufficienza la situazione interna slovena. Per quanto riguarda il campo italiano, purtroppo vi sono ancora troppe associazioni – come ad esempio la Lega Nazionale e l’Unione degli Istriani –  impegnate a tener viva una memoria  molto di parte (costruita anche su fatti storici volutamente distorti) e ad alimentare il nazionalismo. E purtroppo queste associazioni riescono ad esercitare qualche influenza anche presso il Governo centrale.

Può farmi qualche esempio?

Attraverso la ricorrenza ufficiale del “Giorno del Ricordo”, noi in Italia continuiamo a voler dimenticare le nostre “imprese” durante il fascismo, e in parte strumentalizziamo in senso nazionalista le vicende del 1943-1947. Tanto che il nostro presidente Napolitano (ex comunista) nel suo discorso ufficiale del 2007 arrivò in pratica a parafrasare le tesi dell’estrema destra, con queste parole: »Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo […] che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”«[1]. Il disegno annessionistico jugoslavo di Trieste c’era, ma non si deve dimenticare che per anni noi avevamo perseguito l’annessione di tutti i Balcani, e non solo.

Qualcuno parla del nazionalismo slavo come di un provincialismo senza cultura di chi si chiude a riccio rispetto all’altro. Quindi, le chiedo provocatamente, vale il vecchio paradosso della sinistra internazionalista: per non incappare nel nazionalismo, bisogna fondersi nella maggioranza? Nel caso nostro, assimilandosi nell’italianità? Un cancellamento culturale autoinflitto, come ai tempi scismatici tra titini e stalinisti nel 1948?

No, naturalmente. Tutte le culture umane – che rispettino la Persona e le sue libertà fondamentali – hanno pari dignità. Purtroppo, gli sloveni di Trieste hanno subito tante pressioni di snazionalizzazione. Veda ad esempio il bellissimo libro di Nino Di Giacomo »Gli Jurcev ex a.u.«. A proposito, sa se sia tradotto in sloveno?

Purtroppo non in forma di libro: Martina Gorela ci ha scritto un’interessante tesi di laurea, proponendo una prima traduzione con la relatrice Marija Pirjevec – la sorella dello storico – alla Scuola superiore interpreti e traduttori, ma sono oramai passati 25 anni. La conoscenza evidentemente non basta mai in una città che chiama il suo più rappresentativo buffet »Da Pepi« di Via Cassa di Risparmio »Pepi s’ciavo« …

Sì, e c’è anche la variante autoironica politicamente corretta »Giuseppe lo Sloveno«… Temo che domini un certo torpore civile e civico.

… la famiglia Tomažič ha patito le tragiche vicende di Danica Tomažič e Stanko Vuk – descritta da Tomizza ne Gli sposi di via Rossetti – nonché la fucilazione di Pinko-Pino Tomažič nel dicembre 1941, eppure il locale continua a essere un’attrazione turistica per così dire “senza memoria”. Come si spiega?

… e il giorno della fucilazione il locale patì anche un’atroce profanazione da parte degli squadristi, che avevano appena fucilato il figlio dei suoi titolari. Come me lo spiego? Con la superficialità, con il desiderio di dimenticare il passato brutto sia da parte slovena che da parte italiana, e in particolare, da parte italiana, con la rimozione delle atrocità di un regime (quello fascista) che negli Anni ’30 aveva goduto, soprattutto a Trieste, di largo consenso.

Pare anche a lei che nell’estrema Sinistra alberghi una certa pulsione scissionista? Quest’anno, di fronte alla Risiera per il 25 aprile, un gruppetto di comunisti internazionalisti e no-vax gridava »fascisti!« a quelli di +Europa. La Risiera sta diventando quasi un pretesto per polemiche nella sinistra? Perché?

Effettivamente, da alcuni anni una piccola minoranza tenta di strumentalizzare le maggiori celebrazioni in Risiera (il 27 gennaio Giorno della Memoria per la Shoa e per tutti i deportati, e la Festa della Liberazione il 25 Aprile). Quest’anno, c’è stata una strana saldatura fra alcuni esponenti di estrema sinistra e oppositori dei lasciapassare vaccinali (green pass), e no-vax, i quali non sono voluti entrare nell’ex lager e hanno invece approfittato del 25 aprile per reclamare l’uscita dell’Italia dalla Nato e l’abolizione dell’obbligo vaccinale. E non sono mancate alcune bandiere palestinesi. Un’altra strumentalizzazione ricorrente da parte di (pochi) estremisti di sinistra, è infatti che gli israeliani si comporterebbero coi palestinesi come i nazisti con gli ebrei. E quindi sti tizi non celebrano i morti ebrei perché accusano “i sionisti” (essi fanno di israeliani ed ebrei tutto un fascio) di voler sterminare i palestinesi; da cui (in alcune ricorrenze del 27 gennaio) anche singole scritte “Israele=SS” o “Sionismo=Nazismo”. Secondo me, questo 25 aprile i contestatori erano persone in parte accecate dall’ideologia e in parte affette da fobia nei confronti dei vaccini. (Per colmo di ironia, parecchi no-vax esibivano tatuaggi, che comportano l’assunzione attraverso la pelle di sostanze dannose). Alcuni ultra-sinistri invece scadono in uno strano antisemitismo “di sinistra”.

Da sinistra, in Italia qualcuno critica il modo in cui – nel Giorno del Ricordo (10 febbraio) – vengono celebrate le tragedie del ’43-’54 di quello che, per gli italiani, è il confine orientale. Si nota inoltre che a Trieste molti sentono di dover celebrare, più che la liberazione dal nazifascismo, il ritiro dell’esercito jugoslavo il 12 giugno 1945, che sarebbe stata “la vera liberazione”. Siccome poi la “Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale” (MVSN, l’esercito del partito fascista) e la “X Mas” del principe Borghese, avevano combattuto cercando di fermare “gli slavi”, i loro labari partecipano a molte manifestazioni ufficiali della “Repubblica nata dalla Resistenza”. Pare passare nel dimenticatoio che l’esercito jugoslavo era fra gli Alleati contro il nazifascismo.

Per me, che sono italiano, questo è un argomento assai doloroso. E aggiungo che purtroppo quest’anno il nostro Parlamento ha approvato all’unanimità (con una sola astensione) anche la “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini” il 26 gennaio di ogni anno. Su proposta ovviamente delle Destre, hanno scelto il giorno di una famosa battaglia in Russia, che avevamo invaso assieme ai nazisti. Sicché adesso il ricordo dei lager nazisti (27 gennaio) si trova circondato appunto dall’eroismo alpino a fianco dei nazisti (26 gennaio) e dalla celebrazione delle foibe e dell’esodo (10 febbraio). Da noi, pare che nessuno si sia accorto che i neofascisti contestavano da sempre la data del 10 febbraio (1947) perché aveva segnato la firma a Parigi del Trattato di Pace. Non per niente, la data del 10 febbraio è stata scelta e proposta da un neofascista, Roberto Menia, noto anche per violenze contro la minoranza slovena di Trieste. Ma c’è una cosa che lei non mi chiede e che allora io chiedo a lei: come mai a Roma molti si bevono tutte queste proposte in arrivo dalla Destra anche estrema? Secondo me, perché la nostra cultura storica media è di basso livello e pervasa da un nazionalismo di fondo, che parte dallo splendore dell’Impero romano per approdare al “buono italiano” nelle colonie e nella civilizzazione dei Balcani, che, non a caso, nel ’41-’42 molti di noi italiani speravano-credevano di poter conquistare. E poi, come ad esempio l’Austria, non abbiamo mai preso davvero coscienza delle nostre responsabilità negli orrori del nazifascismo. Il nostro nazionalismo – spesso addirittura inconsapevole – ci fa stracapire e travisare il passato.

Durante i gravissimi incendi di questa estate, da Monfalcone a San Michele del Carso-Brestovec e Lipa, il quotidiano della famiglia Berlusconi (Il Giornale) ha sparato un titolo su una scritta comparsa proprio nella zona dell’incendio e che costituirebbe offesa ai “martiri delle foibe”. Qui se ne è capito poco. Lei ne sa qualcosa?

Il giornale si riferiva alla grande scritta “TITO”, fatta a suo tempo allineando pietre sull’erba, che si trova sul versante sopra il Grad Rihemberk – Schloss Reifenberg, nella Braniška.

Ce ne sono ancora parecchie così in Slovenia. Difficile capire se coloro, che ogni tanto le ripuliscono, intendano celebrare il Tito delle spietate esecuzioni del 1945 contro ustaša, belogardisti etc. oppure il Tito interessante leader dei Paesi non allineati. Fatto sta che nel luglio 2022 vigili del fuoco dell’Italia e della Slovenia stavano aiutandosi reciprocamente in modo ammirevole per cercare di domare gli incendi, che dalla parte italiana del confine si stavano estendendo in Slovenia. Un bell’esempio di convivenza, direi. E a questo punto, il 20 luglio l’Unione degli Istriani e il 21 “Il Giornale” denunciano che nella zona degli incendi, sopra Grad Rihemberk appunto è comparso uno <<Sfregio sloveno ai martiri delle foibe, sulla collina appare la scritta “TITO”>>. E Il Giornale aggiunge: “all’ombra di quella fortezza una colonna italo-tedesca venne attaccata e neutralizzata dopo ore di combattimenti feroci. Rimasero un pugno di superstiti che vennero derubati ed arsi vivi dai partigiani slavi. Solo un milite italiano riuscì miracolosamente a scampare alla mattanza”. Non dicono perché “italo-tedesca”, quando, in che contesto. Unione e Giornale si riferiscono a un episodio avvenuto il 2 febbraio 1944, quando i partigiani combattevano gli aggressori tedeschi e italiani che avevano invaso il Regno di Jugoslavia per annettersi i Balcani. Pare sia vero che i partigiani uccisero tutti i componenti della colonna, se non sbaglio 70 militi fascisti e 12 tedeschi. Ma omettono di dire che si era in una guerra feroce scatenata dall’”Asse” e che il 15 febbraio tedeschi e italiani effettuarono una durissima rappresaglia in cui 1200 abitanti dei villaggi vicini (Komen, Tomacevica, Dovce, Mali Dol e Branik) vennero deportati in Germania, le case bruciate e fatte saltare in aria.

Insomma, nel momento in cui i vigili del fuoco dei due paesi fraternizzavano, “occorreva” riattizzare l’odio italiano contro “gli slavi”.

Non crede che il bilinguismo funzioni davvero solo se anche la maggioranza parla la lingua della minoranza? Che altrimenti esso diventi una gabbia e alimenti lo slittamento della minoranza verso la lingua della maggioranza?

Sono d’accordo, è quello che – con altre parole – diceva anche Alex Langer.

Mi sembra che nell’Istria slovena le iniziative a favore del bilinguismo – p. es. le tabelle con i toponimi italiani e veneziani storici nelle città del Litorale – incontrino il consenso della maggioranza slovena. Mentre in tutta la provincia di TS parlano lo sloveno solo 3 dipendenti delle Poste. Quanto ai moduli bilingui, siamo-siete in alto mare. Farsi mettere le pipete giuste dei cognomi sul Passaporto rimane un problema, si incontra uno sfiancante no se pol, da decenni…

Il caso del mio amico Miran Košuta (docente di lingua e letteratura slovena all’Università di Trieste) sarà forse estremo, ma fa capire le difficoltà incontrate dagli sloveni in uno Stato, l’Italia, in cui c’è poca consapevolezza della esistenza di una componente slovena.

Nel 1899, un impiegato italiano dell’anagrafe si sognò di registrare suo nonno alla nascita come Cossutta, mentre qualche anno prima la sorella era stata registrata correttamente come Košuta. Cento anni dopo, Miran decide di riacquistare il cognome originario. Dopo un lungo iter, riceve il decreto che lo riconosce come Miran Košuta. Tutto a posto. Ma sulla Gazzetta Ufficiale si ritrova stampato »Mirian Košuta«. La Gazzetta gli ha storpiato il nome, e purtroppo è quella che conta. Gli tocca quindi chiedere rettifica, e la ottiene: dopo alcuni mesi stavolta si ritrova come »Miaran Košuta«. Semplice disattenzione? O ripicca di un impiegato, come un secolo prima? Chissà. Finalmente, alla terza pubblicazione è Miran Košuta.

Ma non è finita. Pare che l’Italia non riesca a usare i segni diacritici su passaporti, tessere sanitarie, carta nazionale dei servizi, codice fiscale, registri dei vaccinati Covid etc., per i quali lui risulta sempre e solo »Kosuta«. E quindi per scaricare dal sito del Ministero della salute la certificazione del vaccino anticovid ha dovuto falsificare il proprio cognome in »Kosuta«. Cosa che deve fare anche ogni volta che dichiara il proprio codice fiscale, perché le »pipette« non sono accettate, mentre deve esserci esatta corrispondenza ad esempio tra la »S« del codice fiscale e quella del cognome.

A proposito; chissà come se la cava lei che di pipette ne ha due!

Un bel rompicapo, in effetti. Però a Trieste c’è ancora chi sostiene che la minoranza slovena sia (si noti) »la più protetta d’Europa« (sottinteso: troppo protetta). E continuano petizioni ed articoli contro il bilinguismo, dei vari Cecovini e Camber, anche se per fortuna non siamo più – mi pare – a livello dell’allora sindaco di Trieste Staffieri, arrabbiato perché chiamiamo i čevapčiči cevapcici e non – come lui pretendeva si facesse – “rotolini di carne allo spiedo”.

Gli sloveni più tutelati dei sudtirolesi dell’Alto Adige? O dei valloni in Belgio e dei catalani in Spagna? Non ci voleva molto a sospettare che fosse una bufala. E invece molti ci credettero e tuttora ci credono, semplicemente perché la frase gratifica il loro pregiudizio. Quella che il Parlamento europeo avesse detto che la minoranza slovena era “la più protetta d’Europa« è stata semplicemente una bugia di un personaggio assai importante a Trieste: Manlio Cecovini, sindaco, leader del partito “Lista per Trieste” e contemporaneamente capo del Rito Scozzese della massoneria italiana, poi parlamentare europeo. La questione venne verificata a Bruxelles e saltò fuori che non era stato il Parlamento a fare quella affermazione, ma lo stesso Cecovini, a titolo personale. Cecovini, il cui nonno poi era un Čehovin, dell’omonimo villaggio della Vipava. C’est la vie.

Nel 1991 lei scoprì per caso la corrispondenza tra sua madre Ruth, scappata a Trieste nel 1936, e i suoi parenti vissuti in Lituania fino all’estate del 1941, gli Isaak, una famiglia in trappola tra Hitler e Stalin come si intitola un suo libro. Ci faccia ripercorrere brevemente la storia familiare materna e il suo viaggio in Lituania alla ricerca delle sue radici ebraiche.

Mia madre era ancora viva. La lettura della corrispondenza è stata un’avventura dello spirito. Dalle lettere i miei parenti uscivano vivi, erano finalmente presenti. È finita che – per la prima volta dopo 55 anni – mia madre potè celebrare Hannuka in famiglia. La festa di cui non mi aveva mai raccontato nulla. Ruth aveva sempre detto che il suo villaggio nell’estrema Prussia Orientale, passato alla Lituania, non esisteva più perché la zona era stata arata dai cingoli dei carri armati tedeschi e sovietici. E invece ho ritrovato il villaggio (Prökuls) e casa nostra intatti, e a Panevėžys la fossa comune in cui finirono i miei nonni, due sorelle di Ruth coi loro mariti e neonati. Sopra c’era questa lapide: «Luogo di sepoltura di 4000 uomini di varie nazionalità uccisi dai fascisti lituani». Perché ai sovietici interessava passare sotto silenzio che quei morti erano tutti ebrei e – pur di screditare i nazionalisti lituani – erano disposti a mettere in ombra perfino le responsabilità degli Einsatzkommando nazisti. Nella zona delle trincee era cresciuto un bosco, sento ancora il freddo che ti entrava nelle ossa. Le trincee parallele in cui avevano buttato i corpi si distinguevano benissimo perché il terreno si era assestato, le potevi seguire per 50… 80 metri, non so.

Tornato a Trieste, non ho avuto il coraggio di raccontare tutto alla mamma. Le ho fatto vedere le foto della casa, ma non altro. Senza volerlo, mi sono comportato come la sua sorella minore Nora (“Putti”) che dalla Lituania le scriveva prima a Haifa, dove Ruth era fuggita nel ’35, dopo le leggi antisemite di Norimberga, e poi a Trieste, dov’era andata per sposarsi con papà. Anche Putti nelle lettere risparmiava a Ruth le cose più brutte che accadevano da loro, anche quando dovettero fuggire di notte nella Lituania interna, perché Hitler si era preso il distretto di Memel, dove vivevano.

Ruth era fuggita da sola, a 19 anni, a Haifa. Come aveva fatto, nel loro paesino a prendere consapevolezza del pericolo? Gli ebrei italiani al tempo ebbero pochi sentori.

Suo padre, mio nonno, era uno stimato commerciante, si sentiva tedesco, aveva combattuto per il II Reich nella Grande Guerra e faceva parte di un’associazione di combattenti ebrei tedeschi di prima linea. Da un giorno all’altro, dopo l’entrata in vigore delle Leggi di Norimberga nella vicina Germania, molti notabili tedeschi improvvisamente presero a evitarlo. Capitò che al suo passaggio qualcuno sputasse per terra, ma lui continuava a sentirsi sicuro, un vero tedesco. Ruth invece non poteva accettare il nuovo clima e se ne andò.

Cosa la portò a Trieste? Tatiana Bucci descrive come la famiglia materna, i Parlow, scelse la Fiume asburgica di inizio secolo perchè città di mare, via di uscita in caso di nuovi pogrom.

Sa? Siamo molto amici di “Tati”. No, la mamma approfittò delle “Maccabiadi”, le gare di ginnastica organizzate a Haifa dal movimento sionista, e si fermò la. Dove conobbe mio padre, che era stato mandato a Haifa dal Lloyd Triestino per fare un controllo contabile nell’ufficio locale. A un certo punto, papà dovette tornare in sede, ma avevano deciso di sposarsi e così lei lo raggiunse a Trieste, in tempo per celebrare le nozze prima dell’avvento della legislazione antisemita anche in Italia. Dalle lettere si capisce che Ruth non ebbe cuore di dire ai suoi che il fidanzato era cattolico, ma essi lo compresero ugualmente. Intanto, a casa, Putti ascoltava la musica italiana sulle onde corte e la pensava “laggiù sulle rive dell’Adriatico”.

Ha ricevuto un’educazione religiosa, da sua madre ebrea e/o da suo padre cattolico?

Mamma era orgogliosa di essere ebrea e io l’ho sempre saputo, ma non mi ha trasmesso nessun insegnamento religioso. Mi raccontava spesso delle tragedie occorse alla sua famiglia per mano dei nazisti e anche degli antisemiti lituani. Pensi che le avevano ucciso una cinquantina di parenti entro il quarto grado di parentela (primi cugini), compresi , come dicevo, madre, padre, due sorelle coi loro neonati e i mariti. Penso che abbia rinunciato a farmi ebreo perché stimava che da cattolico sarei stato più al sicuro e anche perché la famiglia di mio padre preferiva così. Quando mio padre, italiano, nel 1937 a Trieste, disse ai suoi che voleva sposare una ragazza ebrea, sua madre restò alquanto interdetta. Pensi che mia nonna ingenuamente scrisse al Prefetto di Trieste di essere in ansia perché suo figlio voleva sposare “una ragazza di altra razza”, e lo pregò di informarsi in Lituania sul conto della sua famiglia.

E papà?

Era un mangia-preti, non li poteva soffrire. Era vicino al movimento Giustizia e Libertà. Io nacqui dopo molti anni dal matrimonio e mi fecero battezzare. Per la Prima Comunione e la Cresima, a soli 8 anni, fui mandato a scuola di catechismo dalle Ancelle della Carità di Santa Maria Crocifissa (mai capito perché “crocifissa”). E furono forse proprio queste suore a seminare nel mio animo quel qualcosa che 30 anni dopo mi spinse ad abbandonare il Cristianesimo (senza aderire ad altre religioni). Preparavano noi bambini a prendere in bocca la particola e a inghiottirla, ma senza farle toccare i denti. “Se toccherete coi denti quella consacrata, commetterete sacrilegio!”. La cialda di farina mi si appiccicava sul palato; non capivo come potessi, io, così piccolo, commettere un peccato così grande pur senza volerlo. Dopo averci dato la cresima, il vescovo (Santin) ci disse che così eravamo diventati soldati di Cristo. Altro colpo alla mia piccola fede.

Anche i Sirovich ebbero il cognome italianizzato nel ’28, e divennero “Siro”. E fu con quel cognome che nel 1985 lei – assieme a parecchi altri soci del Club Alpino Italiano, CAI – protestava perché il vostro club (l’Alpina delle Giulie) aveva contribuito a fondare il Comitato di Difesa dell’Identità Italiana di Trieste, contro la tutela della minoranza slovena. Come lei scrive in Cime irredente, il Vicepresidente dell’Alpina non credeva alle sue orecchie, e le chiese se era di padre e madre italiani.

Nonno era la terza generazione dei Sirovich che lavorava per il Lloyd di navigazione; si rassegnò al cambio di cognome perché temeva il licenziamento. Nel 1985 non lo sapevo, ma i maggiorenti del CAI di Trieste erano molto nazionalisti e per loro era ovvio che i triestini italiani si dovevano schierare contro i triestini sloveni. E così il vicepresidente mi sottopose a una specie di interrogatorio e – dal suo punto di vista – trovò la spiegazione della mia “infedeltà nazionale”: da parte di padre avevo una lontana ascendenza dalmata (“quindi slava”, sentenziò) e da parte di madre ero addirittura ebreo (quindi “apolide”, concluse). Tutto chiaro, poveruomo.

Parlando del suo libro, Gilberto Finzi scrisse sul Corriere della Sera: »E l’Alpe mormorò: non passa lo sloveno.« La sua ricerca sul tempestoso caso storico-alpinistico del comitato italianissimo di difesaha fatto scuola. Tra perle di rara bassezza storica, falsificazioni e witz che fanno più piangere che ridere c’è anche una telefonata che le fecero: »Ebreo, porco s’ciavo, l’italianità no se toca, te spareremo.« Non dev’essere stato semplice, a metà anni 80, scavare negli scheletri dell’armadio dell’Alpina.

Quella sera, mia madre era venuta a tenerci i bambini per permetterci di uscire. Mi ero molto raccomandato che non rispondesse al telefono, e così per fortuna fece. I “patrioti” registrarono le minacce nella segreteria telefonica. Venne poi fuori che erano tre esponenti del Fronte della Gioventù (i giovani del Movimento Sociale Italiano di Almirante). Uno ha percorso una brillante carriera politica nell’Msi, in Alleanza Nazionale e nel Partito delle Libertà di Berlusconi come consigliere e assessore comunale, provinciale e regionale, nonché candidato sindaco nel 2001, fino a due condanne (Corte dei Conti e Tribunale penale) per rimborsi di spese di rappresentanza in Regione.

Quale fu il nodo della protesta contro la strumentalizzazione politica delle vs. tessere CAI? Ci chiarisca la diatriba riguardo la partecipazione della vs. sezione CAI al Comitato di difesa di stampo nazionalista. Nel frattempo, il libro ha avuto sei edizioni. Com’è, se è, cambiato il clima politico nell’ambiente alpinistico triestino?

Per fortuna, è radicalmente cambiato. Pensi che all’epoca il direttivo dell’Alpina discusse più volte come espellermi. La sesta edizione, rinnovata, è stata invece presentata al pubblico proprio dall’ultimo presidente del club, e mi hanno festeggiato.

Il comitato di difesa protestava contro una proposta di legge nazionale per la tutela degli sloveni del Friuli Venezia Giulia, ed effettivamente nel 1985 la legge non venne approvata dal Parlamento. Ne venne varata un’altra, parziale, solo nel 2001. Dal 2009 sarebbe possibile attivare nelle scuole italiane l’insegnamento dello sloveno come seconda lingua straniera a titolo di sperimentazione (chissà cosa ci sarà da sperimentare). Ma si è riusciti ad attivare questi corsi solo in due scuole: in un quartiere molto periferico (Melara) e a Muggia. Il centrodestra continua ad essere fieramente contrario. A proposito, forse avrà notato che la attuale presidente Meloni non parla mai dell’Italia come Stato o Paese, ma sempre come “Nazione”.

Cosa c’entra la Massoneria in questa storia? Felice Venezian e Costantino Doria, iniziatori dell’Alpina 1883, Giuseppe Caprin, Teodoro Mayer, fondatore del Piccolo, e poi Giorgio Pitacco, »nazionalista e conservatore«. Nazionalismo e massoneria, un binomio esplosivo tutto triestino.

C’entra molto. La massoneria italiana ha sempre cercato un ruolo nazionale nella storia d’Italia: prima in funzione risorgimentale contro il potere temporale del Papato, poi a favore dell’irredentismo, dell’espansione coloniale-imperiale e infine, in parte, anche appoggiando Mussolini (che poi però fece presto a sbarazzarsi dell’ingombrante compagnia). Tanto per dire, subito dopo il 1918, Arturo Ziffer fu Maestro Venerabile della Loggia massonica Alpi Giulie, presidente della Società Alpina delle Giulie, e del gruppo paramilitare Sursum Corda, che voleva indurre gli sloveni a italianizzarsi anche a suon di bastonate. Anni fa, quando Cecovini era contemporaneamente sindaco e “Sovrano Gran Commendatore etc.”, ad assumere il ruolo di presidente del mio club venne il suo vicesindaco. Ma penso che sia acqua quasi passata. O quasi.


[1] https://archivio.quirinale.it/discorsi-bookreader//discorsi/Viaggio_in_Italia_discorsi_interventi_Napolitano_2006_2007.html#page/144/mode/2up

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