di Anna Cecchini del 26/10/2022
Trasformare il grigio in verde. Creare una rete ecologica che collega paesaggi naturali e culturali di alto valore, rispettando le esigenze economiche, sociali e culturali delle comunità locali. Questa la visione delle Giornate della Cortina Verde Europea, il progetto lanciato dall’European Green Belt Initiative, che il mese scorso ha fatto tappa nel goriziano con un evento organizzato dall’associazione Adriatic Greenet, in collaborazione con ANPI provinciale e Kinoatelje.
Lungo l’ex Cortina di ferro, che ha diviso il continente europeo in est e ovest, si è sviluppata una straordinaria rete ecologica e un paesaggio di memoria vivente. Attraverso 24 paesi e più di 12.500 chilometri – dal Mare di Barents al confine russo-norvegese, lungo la costa baltica, attraverso l’Europa centrale e i Balcani fino al Mar Nero e all’Adriatico – si sono finalmente creati nuovi spazi e connessioni tra i popoli, che oggi sappiamo essere sconvolti da nuove guerre, a testimonianza della loro fragilità.
Una cintura che, da nord a sud, attraversa un’enorme varietà di paesaggi naturali e antropologici e che vogliamo immaginare come la spina dorsale di una rete ecologica e di pace paneuropea, da connotare con infrastrutture verdi per armonizzare le attività umane e l’ambiente e creare occasioni di sviluppo per le comunità locali.
Un piccolo ma fondamentale tratto di questa rete attraversa proprio il nostro territorio (Adriatici Green Belt) ed è quello che domenica 18 settembre abbiamo percorso a piedi e in bicicletta per vivere assieme l’esperienza del museo diffuso.
La giornata non poteva che cominciare dalla piazza Transalpina – Evropa Trg, luogo simbolo dal 2004 della caduta del confine tra Italia e Slovenia. Con la guida di David Kožuh, curatore del Goriški muzej di Nova Gorica, abbiamo ripercorso la travagliata storia della città del Novecento, culminata nel 1947 con il tracciamento del confine tra Italia e Jugoslavia e l’innalzamento dei fili spinati. Costruita nel 1906 sotto il governo asburgico per collegare Gorizia con il cuore dell’Impero, unita al centro cittadino, a S. Pietro e alla stazione Meridionale con un’efficiente e trafficata linea tranviaria, che Kožuh ci ricorda staccasse ben 4000 biglietti giornalieri, la Transalpina, dopo il 2004 e ancor più nel 2009, è tornata a rappresentare il fulcro della connessione transfrontaliera ed è diventata il simbolo di CEC 2025.
Gli eventi storici del Novecento sono rappresentati dal mosaico circolare che reca l’esplosione dei numeri 57 e 15, che identificavano il cippo confinario, e dalla placca metallica che identifica il punto esatto della frontiera, che è diventato il luogo più fotografato di Gorizia. Abbiamo ricordato come anche l’innalzamento della rete divisoria nel 2020 a causa della pandemia sia stato vissuto con rinnovata sofferenza da entrambe le comunità e che, in quell’occasione, la Transalpina si era trasformata nel punto di ritrovo tra goriziani e novagoriziani per i quotidiani scambi di notizie, documenti, generi alimentari, per partite di pallavolo e brindisi oltre la rete, a testimoniare che qualunque muro è ormai impossibile da sopportare.
Da qui la considerazione che qualunque progetto concepito in occasione di CEC 2025 non possa prescindere dal sentire comune e dall’esigenza di mantenere il senso di apertura e di rispetto della connessione spaziale e culturale, patrimonio consolidato della cittadinanza.
Una breve visita con la guida di Nika Šimac alla Collezione museale Kolodvor nell’edificio della stazione ferroviaria permette di esplorare la sua raccolta di materiale audiovisivo e documentale sulla nascita del confine italo – jugoslavo, sullo shock culturale subito dalla popolazione, già duramente provata da due guerre mondiali, che dovette decidere dall’oggi al domani dove vivere e accettare l’imposizione di una separazione lacerante.
Tra tante foto emblematiche, spicca quella del matrimonio immortalato da una foto scattata sul lato italiano con il filo spinato e la Transalpina sullo sfondo. Scopriamo che il futuro marito, rimasto in Jugoslavia, era fuggito in Austria e poi negli Usa, per poi far ritorno a Gorizia e sposare la fidanzata cittadina italiana. La foto fu scattata proprio sul confine per permettere ai parenti jugoslavi – che si notano a margine dell’inquadratura – di essere immortalati nella foto ricordo.
Dalla Transalpina ci dirigiamo a piedi verso il valico di Rafut, attraversando la galleria ciclopedonale sotto il monastero di Kostanjevica. Circa a metà della galleria se volgete lo sguardo in alto a sinistra vedrete una targa in lingua slovena che tradotta ci dice “Qui ci siamo amati, completamente nudi” . Rimane la curiosità per un amore così grande da meritare una targa in una buia galleria.
A Rafut ci aspettano aneddoti curiosi, come quello di un noto senzatetto italiano che nel ’47 ebbe la disgrazia di andare a finire i propri giorni in una stalla di là dal confine e che non poté ricevere a lungo degna sepoltura a causa delle diatribe confinarie. Finì che per procedere all’inumazione si dovette scavare un buco sotto la frontiera, trasferire la salma in Italia e procedere finalmente alle esequie.
Ma a Rafut c’è anche un’altra piccola chicca, il museo del contrabbando, al quale ci accompagna Davor Mihelič. Due piccole stanze allestite in quello che fu il posto di controllo, con tanto di arredi originali e di reperti di ogni genere per raccontare gli ingegnosi artifici messi in atto da ambo le parti per continuare a fare ciò che il confine pensava di poter interrompere: incontrarsi e scambiarsi quel che manca. Caffè e grappa, giornali e carne, oggetti del desiderio o della necessità, valuta nascosta nel sellino di una bici e dentro i tacchi delle scarpe. E quella domanda impressa sulle pareti che ci ha sempre impaurito e che è durata per troppo tempo: “Imate kaj za prijaviti?” “Ha qualcosa da dichiarare?”.
Da Rafut ci spostiamo in direzione di Merna. Il percorso può essere fatto agevolmente in bicicletta, in gran parte lungo le piste ciclabili slovene, per raggiungere torretta di controllo confinario che si trova proprio di fronte all’ingresso dell’aeroporto. Giungendovi in auto da Gorizia, si deve attraversare la statale e costeggiare il perimetro del complesso della Guardia di finanza tra orti, campi e vigne e, dopo aver sconfinato – ce ne accorgiamo perché sopravvive un cartello indicatore -, si raggiunge il manufatto in mattoni rossi.
Si tratta del più piccolo museo della Slovenia, primato conteso con un minuscolo tabacchino a Maribor, solo due metri per due, e una scala che sale all’osservatorio che consente un’ampia visuale sulla pianura a est del centro abitato. Si tratta di un edificio che rappresenta la frontiera in tutta la sua drammaticità, assieme al ricordo dei graniciari, le guardie di confine reclutate tra i militari serbi, bosniaci o macedoni perché non possedevano legami con il territorio e non avrebbero avuto remore a sparare senza esitazione a chi provava a passare clandestinamente il confine. Il flusso era costante e i graniciari che riuscivano “fermare” il fuggitivo erano premiati con un giorno di ferie supplementare.
Il numero di persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Italia non è noto. I documenti sono ancora coperti dalla segretezza e la supposizione di almeno 300 vittime nel mezzo secolo di sopravvivenza del confine è affidata ai “si dice”, così come le possibili aree di occultamento delle vittime, forse il bosco del Panovec, o anche i depositi di calce delle fornaci di Salcano. Nell’attesa di ristabilire la verità storica quando anche l’ultima cortina della Guerra Fredda verrà sollevata, assieme a quella delle vittime dei flussi irregolari degli ultimi decenni provenienti dalla rotta balcanica, non sono mancati i racconti di quelle fra le temute guardie di confine che sono state capaci di chiuso un occhio per consentire a qualcuno di raggiungere una vita diversa da quella toccatagli in sorte.
Dalla torretta di avvistamento al piccolo cimitero di Merna nei pressi dell’ex valico confinario ci sono poche centinaia di metri. Anche qui si è ha voluta lasciare una traccia delle vicende del Novecento. Se lo visiterete, potrete vedere un tratto della cosiddetta “linea francese”, la prima ad essere tracciata dagli alleati con un barattolo di calce e che non risparmiò neppure i morti. Fortunatamente superata dal confine definitivo, che destinò alla Juogoslavia l’intero cimitero, oggi la linea della memoria reca su tutta la sua lunghezza la frase “Spomini se name” Ricordati di me”, taglia a metà perfino una tomba e ci rammenta che solo negli anni ’50 fu possibile visitare il cimitero e i propri morti, ma non più di due volte al mese, sopportando rigidi controlli che si allentavano solo in occasione del 2 novembre, trasformando il giorno dei morti in quello più propizio per le fughe.
Il programma della giornata ci porta ora dalla pianura al piccolo centro carsico di Sela na Krasu, teatro di aspri combattimenti durante la Grande Guerra.
Attraversiamo il bosco di pini neri devastato dagli incendi di luglio, dove tra i tronchi anneriti cominciano a spuntare i primi ciuffi di scotani e che ci ricordano le terribili giornate in cui Italia e Slovenia hanno combattuto fianco a fianco una battaglia durissima contro il fuoco, che, come i cambiamenti climatici, se ne frega dei confini e colpisce seguendo altre logiche, evidenziando la trascuratezza umana nei confronti del territorio e dell’ambiente.
Dopo un piacevole momento conviviale in un agriturismo locale, l’ultima parte della giornata ci riporta in cammino per raggiungere lo Špik, osservatorio privilegiato affacciato sul Golfo di Trieste e sul vallone di Brestovica. I roghi hanno devastato la vegetazione e aperto nuovi varchi, svelato cippi, torrette di osservazione e trincee prima invisibili, lasciandoci riflettere ancora sulle complesse vicende di questo tormentato confine e sulla fragilità dei territori.
La giornata si conclude sulla vetta del Kremenjak, dove la vista spazia da Grado al Nanos, per l’ennesima foto di gruppo che sigla il termine di una giornata ricca di spunti e di interrogativi, ancora più consapevoli della complessità di ciò che siamo e della necessità di affrontare le sfide del futuro nel rispetto della memoria di ciascuno e dell’ambiente.