di Federica Marzi – La lingua di mia mamma[1]
La lingua di mia mamma è un rettangolo con la punta. Domenica siamo andate a mangiare un gelato. Lei l’ha preso al cioccolato senza panna. Io al cioccolato con panna. Era biologico.
Mamma dice biologico con la bocca piena di gelato e la faccia contenta. La sua lingua è più grande della mia, per questo lei finisce il gelato prima e sa tutte le lingue. Fa la traduttrice. Vuol dire che la stessa cosa si può dire uguale ma con parole diverse. Quando sarò grande e avrò trent’anni parlerò anch’io tante lingue.
Col suo rettangolo con la punta, mamma, a casa, mi parla in italiano. Mi legge sempre belle storie. Quando ero piccola, ma molto più piccola e avevo quattro anni, dicevo se fusti. Lei diceva se fossi. Mamma mi ha insegnato a parlare bene l’italiano. Per questo mi piace.
A scuola mamma parla in sloveno con le maestre. Diventa rossa se sbaglia, ma lo stesso le piace questa lingua. Quando mi domanda smešno che vuol dire, sorridente?, e io le rispondo noooo!, divertente, lei mi chiede come dicono le maestre. Loro dicono come dico io. Allora vuol dire che è giusto. Anche a me piace lo sloveno perché ha tanti significati e le parole sono molto belle.
Quando torna dalla Germania dove va a fare le traduzioni, mamma mi porta sempre una storia. Quella che mi piace di più è Bitte aufmahen, la storia di un lupo che ha paura di un mostro che però è un aquilone. Ma il tedesco è noioso. Mamma vorrebbe andare in Germania, io lo so. Allora è meglio se mi racconta le favole in tedesco, che poi magari parla di qua e non va a vivere di là.
La lingua di mia mamma è anche il triestin. Ma a me non piace. A me mi non si dice. Quando dico così, mamma dice che questa è la lingua della nonna. E che posso parlarla se voglio, perché è bello avere tante lingue e non solo quella che c’è nella bocca. Quando parlo in triestin la faccio ridere. Meglio così. Così ride e non piange.
Quando mamma e papà non vogliono che capisco, parlano in inglese. Ma io so poco di lui. So solo di Cat Cookie. E che lui non litiga come fanno loro. E allora è normale che non capisco.
Il tema si intitolava Materni jezik. Lingua madre, materna. La lingua della mamma.
Maia l’aveva scritto in italiano anche se era un compito di sloveno. Riportava qualche correzione in rosso e nessun commento finale della maestra. C’era invece una comunicazione sul diario che mi invitava a un nuovo colloquio. Motivo: lo scarso rendimento scolastico di Maia.
Maia aveva travisato a modo suo il titolo, andando fuori tema e, soprattutto, fuori lingua. Eppure era riuscita a mettere a fuoco con una precisione quasi angosciante tutta la nostra complicata storia di famiglia. Storia di gente che è di una razza a parte perché è di confine. E alla quale i guai certo non mancano, né sono mai mancati.
Proprio quella mattina Maia mi aveva chiesto in bagno: – Aindovina come si dice piatto in sloveno?
– Piatto piano e liscio, oppure la cosa che si mette in tavola?
Facciamo questi giochi di equilibrismo ogni tanto. Senza riuscire a equilibrare niente.
Ho cercato di “aindovinare”.
La prima parola che mi è venuta in mente è – come sempre – tanjur, in croato, che per un po’ si è aggrappato al tedesco Teller. Volevo scovarlo per assonanza lo sloveno krožnik, ma lui vagava in un angolo del mio cervello cercando inutilmente di insinuarsi fra tutte le altre parole e rimanendomi sulla punta della lingua. La mia lingua a rettangolo con la punta.
Tempo scaduto.
Ero stata battuta un’altra a volta due a uno. Del resto lo sloveno non è la mia lingua madre. Semmai quella di mio nonno e di mia figlia.
Maia si è messa a ridere invece di finire di lavarsi i denti. Marco stava sbuffando con le chiavi della macchina in mano. Lui non sopporta arrivare a scuola in ritardo, soprattutto per colpa mia.
Io, invece, non sopporto che il croato, dopo tanti anni, batta ancora sul tempo lo sloveno.
Questo succede perché ho amato prima Nenad e poi Marco. Arrivato in Germania come me, portato dalla guerra scoppiata nell’ex Jugoslavia, anche Nenad mi ha amata. Per un periodo.
Nenad mi ha portato le sue storie di paesi crollati e poi risorti nella stessa lingua di prima solo con un nome diverso. Sono nata dall’altra parte dei suoi confini e le sue storie non sono poi tanto dissimili dalle mie. Facevamo a gara a chi ne avesse di più e, naturalmente, a chi il tedesco ce l’avesse migliore. Anche qua mi batteva sempre lui, diciamo pure quattro a due. Ma era lui a provenire dal croato e non io, e questo, per il tedesco, è un vantaggio non da poco.
Insieme parlavamo una lingua perfetta. Avevamo la concretezza cristallina del tedesco punteggiato dalle labiali italiane che ci scambiavamo in punta di labbra, più tutti gli sciabordii e ciangottii del croato che avevano il sapore della lingua di Nenad. Con lui sono crollate d’un colpo le mie barriere linguistiche, liberando le cateratte del mio corpo.
Quando la nostra storia è finita, sono dovuta tornare indietro e riunificarmi all’Italia. Intanto Nenad mi aveva restituita alle mie lingue slave.
Non c’era riuscito il mio nonno paterno che pur parlava perfettamente tre lingue. Ma il suo sloveno e il suo croato non contavano. Anche se erano due, si infrangevano contro il fulgore unico della lingua del sì. Lui, però, a causa loro era stato torturato al Coroneo. A dir il vero non sono più sicura che ‘torturato’ sia la parola giusta. Ma io, da piccola, devo averlo capito in questo modo, perché così mi arriva la storia del nonno sloveno rinchiuso in una prigione fascista di Trieste.
La lingua di mia madre, quella che mi ha raccontato tutto, è sempre stata fuori misura. Tragica, teatrale, onomatopeica.
Ogni tanto la tirava fuori e me la mostrava. Bianca, cadaverica e porosa. Rettangolare ma senza punta. Significava che non andava di corpo da giorni.
La lingua di mia madre aveva un gusto per i particolari corporali, fisici, terreni. Mescolava i concetti agli impasti, le idee ai pruriti, i sentimenti alle evacuazioni.
La lingua di mia madre è il triestino. Con questa lingua ha detto un giorno: – Qua semo in Italia e se parla italian.
Al che papà, che parlava un dialetto sloveno, non ha potuto che rispondere: – Taku je, cussì xe.
E così sia.
Con un colpo secco gli aveva reciso la lingua, rendendo per metà muta anche me. Mi avevano scomposta, separata in casa, lasciandomi il triestino come unica ciambella di salvataggio e tanta confusione sul perché il nonno e il papà parlassero una lingua diversa che io non dovevo imparare.
Col tempo, però, la lingua di mia madre l’ho abbandonata.
Marco mi ha chiesto una volta: – Ma com’è che noi due parliamo in lingua e mai in dialetto?
– Per scelta – gli ho risposto io secca.
Così come un giorno abbiamo deciso di amarci e rispettarci per tutta la vita, inerpicandoci mano nella mano fin sulle vette dell’astrazione ultima, traduttrice io, filosofo lui. Soggetti deboli, intertestuali, dialogici. Figli, per scelta, di una lingua minore.
Solo adesso non sappiamo più dirci una cosa tanto semplice e concreta come per esempio che il nostro matrimonio è finito. Per questo dovremmo inventare un’altra lingua che ci soffi sulle ferite, come faccio con Maia quando si sbuccia un ginocchio, o che bisbigli appena, perché il terremoto arrivi con passo di piuma.
Le lingue di mia mamma sono tre. L’italiano di casa mia, il triestin della nonna e lo sloveno della mia scuola. Sono contenta di parlare tre lingue anche se loro non vanno sempre d’accordo. Certe volte fanno come mamma e papà, e allora io non so proprio più cosa fare con loro.
Quando ho immaginato Maia, volevo che fosse di queste terre, come mio nonno, come mia madre e mio padre, come Nenad, come me e Marco. Volevo che fosse come tutti noi, ma tutti noi messi insieme. Una Maia frontaliera, che è una razza a parte e di nessuna razza. Abitante di un confine-porta dal quale poter entrare e uscire con un senso di dolce familiarità per le cose e le persone. Volevo che avesse un’infanzia felice e che questo non smettesse mai, neanche nella vita futura.
Adesso, invece, la stiamo separando. Ci saranno due nuove case con la porta chiusa quando lei starà nell’una o nell’altra e le lingue non si mescoleranno più come prima. La Germania rimarrà lontana, anche se torna spesso a farmi visita nei miei sogni. Perché ho bisogno di una lingua-sponda, una, unica e indivisibile.
Io, Marco e Maia volevamo essere una famiglia felice declinata per tre. Ora dovremo trovare parole nuove per riuscire a fare i conti con il retro della nostra felicità o con un suo surrogato, per separarci da noi e da lei, a giorni alterni.
La felicità è una parola grossa. Volevamo che Maia fosse felice, ma non ci siamo accorti che le stavamo ritagliando una felicità su misura per appiccicargliela addosso, dimenticando quanto ci si possa sentire stretti in una cosa così.
E ora, che ci piaccia o meno, e in qualsiasi lingua vorremo dircelo, dovremo fare comunque senza e imparare l’arte dell’arrangiarsi. All’italiana.
Perché così è, direbbe ancora una volta mio padre scuotendo la testa.
Taku je.
Cussì xe.
[1] Il presente racconto è stato pubblicato nell’ottobre 2017 nella traduzione croata di Lorena Monica Kmet sulla rivista letteraria bosniaca «Strane» (https://strane.ba/federica-marzi-mamin-jezik/) con il titolo Mamin jezik. Viene qui proposto nella sua versione originale italiana per la prima volta (F.M.).
Federica Marzi è nata e vive a Trieste. Lavora a Gorizia, è docente di lingue straniere. Già autrice di saggi e racconti in varie lingue, ha pubblicato nel 2021 il suo primo romanzo La mia casa altrove (Bottega Errante Edizioni), menzione speciale al Premio FiuggiStoria 2021.