di Cosimo Risi del 18/3/2022
La Camera dei Deputati vota a larga maggioranza la risoluzione che impegna il Governo ad aumentare la spesa militare fino al 2% del PIL. Oggi supera di poco l’1% e pone l’Italia nel retrovia degli stati membri NATO, esposti alle rampogne delle Amministrazioni di Washington dei vari colori per risparmiare su spese essenziali, tanto ci pensa l’ombrello americano.
C’è voluta l’invasione dell’Ucraina e, assortita nel menu, la deterrenza nucleare perché i paesi europei prendessero coscienza che il mondo della pace e della cooperazione dei Trattati è “pieno di terrori”, come le notti nel Trono di Spade. Il terrore si scatena sulla popolazione ucraina, si stende come inquietudine sulle popolazioni vicine, ci tocca dappresso nell’accoglienza ai profughi.
Pagare di più il carburante e le bollette, non esportare certi prodotti, vedere inesigibili i crediti in rubli, smantellare le attività ludiche messe in piedi non solo per gli oligarchi ma per la borghesia russa che si svagava dalle nostre parti: tutto questo peserà sull’afflato umanitario e spingerà alcuni a chiedersi “dove finiremo di questo passo?”.
Le notizie di un piano di pace in quindici punti aprono uno spiraglio. Nel frattempo le offensive proseguiranno con maggiore virulenza, per porre le parti in posizione di vantaggio nelle trattative. Il che significa che da un lato i negoziatori negoziano e dall’altro le vittime e le distruzioni crescono. E’ la logica perversa delle trattative in costanza di conflitto. Com’è pure prevedibile che l’ipotetico cessate il fuoco sarà violato, con accuse reciproche di averlo violato.
Ne avremo ancora per un bel pezzo prima di tirare un sospiro di sollievo e pensare, anzitutto, alla ricostruzione di un paese in parte distrutto. Il morale delle persone, quello sarà molto più difficile da ricostruire. Ma il fattore umano è l’ultimo ad essere considerato dagli strateghi. Sarà inoltre impossibile tornare alla distensione, occorrerà una nuova perestrojka fra trenta anni per ritrovarla.
Fra i punti dell’accordo figura la rinuncia dell’Ucraina ad aderire alla NATO. Tornano attuali alcune formule: dalla neutralizzazione permanente dell’Austria, alla neutralità di Svizzera e Svezia, alla finlandizzazione. Sono, appunto, le stesse formule che si evocavano al fine di prevenire l’attacco e che non hanno impedito a quei paesi di vivere in democrazia e sicurezza.
E allora perché calpestare il diritto internazionale? La domanda rimarrà probabilmente senza risposta, come senza risposta, almeno formale, è la domanda riproposta da Mikhail Gorbacev nella sua autobiografia (la possiamo rileggere nella nuova edizione Marsilio-Feltrinelli) circa l’intesa verbale con George Bush perché la NATO non si estendesse a Est dopo l’unificazione tedesca.
Il Consiglio europeo è chiamato a discutere dell’impatto economico della crisi bellica. Torna in auge la politica comune dell’energia, quella della difesa sembrando ormai acquisita. Riemergono le riserve che già disseminarono il cammino, anni addietro, della Carta dell’Energia. Un misto di interessi nazionali presentati come legittimi e di timori che l’integrazione più avanzata premi i sovranisti.
Il sovranismo si sta rivelando la “tigre di carta” del famoso apologo del Presidente Mao. E’ la cortina dietro cui si nascondono le forze politiche per non avanzare verso l’integrazione, altrimenti i sondaggi premiano i sovranisti. La sicurezza non la si protegge con i sondaggi ma con decisioni coraggiose.
Scrive bene Tony Blair (la Repubblica, 16 marzo) che dobbiamo ritrovare l’autostima e, con essa, il coraggio. Arriva fuori tempo massimo al pari di altri europeisti timidi. Durante la sua Premiership ci attardò con la promessa di indire un referendum sull’euro. Si tenne invece il referendum su Brexit. I sovranisti hanno la sfrontatezza che a volte difetta agli europeisti.
Finché c’è guerra c’è speranza è il film tardivo di Alberto Sordi. Non faceva ridere.