di Gianluigi Chiozza del 25/2/2022
Mio nonno materno, Giuseppe Ceschia, era direttore didattico. Nato a Capriva, sposato con Fosca Bisiach, maestra elementare, viveva a Gorizia con la loro figlia Maria.
A inizio maggio del 1945, all’arrivo dei partigiani di Tito in città, si era sparsa la voce che molti goriziani sarebbero stati fatti prigionieri. Forse ancora non era chiaro l’obiettivo di quella epurazione: decapitare la parte più italiana della città, per rimuovere un ostacolo importante alla realizzazione del disegno titino di annettere quei territori alla neonata Repubblica Jugoslava. La presenza, tra le “liste di proscrizione”, di servitori dello stato, insegnanti, commercianti,professionisti, impiegati dell’ufficio anagrafe non lascia molti dubbi al riguardo. E la teoria avanzata da tanti giustificazionisti che si trattava di fascisti da punire per le violenze inferte alla popolazione slovena non regge per la presenza di tante persone inermi e addirittura di sindacalisti e antifascisti.
Fattostà che Giuseppe, il quale non aveva mai nascosto il suo spirito fortemente italiano, sia in famiglia sia nello svolgimento del suo lavoro, per sfuggire ad un’eventuale retata si allontana da Gorizia e si nasconde nella natia Capriva.
Là però lo raggiunge la notizia che i partigiani, recatisi a casa di un suo amico come lui irreperibile, ne hanno prelevato le figlie.
E’ il 3 maggio del 1945. La guerra è finita, per il resto d’Italia, il 25 aprile.
Spaventato, inforca la bicicletta e rientra di corsa a Gorizia. Sul ponte VIII agosto lo fermano, lo identificano e lo accompagnano a casa, dove mia nonna prepara per tutti il caffè. Poi escono insieme e di lui si perderanno le tracce.
Più volte mi sono interrogato su questa strana tappa familiare: un gesto di generosità dei partigiani o un ultimo, sadico, schiaffo?
In realtà nel pomeriggio dello stesso giorno mia madre è riuscita ad intravedere Giuseppe nel cortile della caserma oggi occupato dal mercato all’ingrosso, vigilato da una persona conosciuta che sembrava collaborare con i carcerieri (punto questo che mia madre non ha mai voluto approfondire, ma il dubbio le è rimasto per tutta la vita).
Da quel giorno Maria e nonna Fosca hanno cercato notizie del loro congiunto, ma invano. Tante voci si sono accavallate: infoibamenti nelle alture alle spalle di Gorizia, avvistamenti di goriziani in campi di prigionia a Lubiana, rientri.
Ma di Giuseppe nessuna notizia.
Della memoria dei deportati si è occupato un Comitato appositamente costituito, la cui attività di ricerca, purtroppo senza grandi risultati, si è conclusa con la realizzazione, a 40 anni dai tragici fatti, del lapidario al Parco della Rimembranza, su progetto donato dal grande architetto Paolo Caccia Dominioni. Sul monumento sono riportati i nomi di 665 goriziani deportati nel maggio del 1945.
Non sono mancate polemiche riguardo a questo numero: da un lato si è scoperto, negli anni successivi, che alcuni (14?) dei presunti deportati (per lo più militari) erano in realtà rientrati direttamente alle loro famiglie, in altre regioni italiane; dall’altro si è appreso di numerose altre persone scomparse i cui nominativi erano stati omessi. Tanto è vero che c’è chi vorrebbe realizzare un altro lapidario, progettato dalla compianta Barbara Fornasir, in continuità con quello di Caccia Dominioni. Temo che questa iniziativa possa rinfocolare polemiche laceranti e riaprire piaghe dolorose. Non è il numero esatto delle vittime che conta, e altre pietre non potranno mai lenire l’angoscia di non poter conoscere dove posare un fiore in memoria dei propri cari. Molto più importante sarebbe poter conoscere qualcosa di più sulla loro fine, come da sempre chiedono i congiunti dei deportati, per molti anni rappresentati dalla signora Clara Stanta Morassi ed ora da sua figlia Laura. Le quali ogni 3 maggio, ai piedi del lapidario, hanno rinnovato con pacatezza e senza muovere accuse il loro desiderio di sapere, tra i consensi e la solidarietà delle pubbliche autorità (recente la presenza della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati), ma senza che poi abbia fatto seguito un’azione politica capace di far riaprire gli archivi di Belgrado e di Lubiana.
Molto di più si sarebbe potuto sapere nei primi anni successivi alla fine della guerra. Ma la particolare, astuta, posizione assunta da Tito e dalla sua Jugoslavia tra i paesi non allineati ha impedito che Roma ed i suoi alleati alzassero la voce sull’argomento foibe. Poi, caduto il muro di Berlino e resasi autonoma la Slovenia, qualcosa si è fatto, ma molti documenti oggi non si trovano più, o Belgrado non li mette a disposizione. Raoul Pupo, in occasione dell’interessante e riuscito evento organizzato da Apertamente per il giorno del ricordo, ad una mia domanda sul tema, ha risposto che anche da parte slovena oggi si fanno ricerche, facendomi però capire che non dobbiamo aspettarci molte novità.
Tornando alle vicende di mia madre, devo aggiungere che la deportazione del padre Giuseppe giunse a poco più di un anno dalla morte violenta del fidanzato. Tenente dei carabinieri, dopo l’8 settembre rimane in servizio, senza però aderire alla RSI. Anzi il 26 dicembre 1943 avanza domanda di congedo, perché “non intende assolutamente sostituire le stellette della sua divisa con i fasci” (sono parole che mia madre scriverà al fratello del fidanzato). Pochi giorni dopo però viene assegnato a Pinguente (Istria), in zona di operazioni contro quelli che vengono definiti “ribelli”. Dopo aver fatto presente la sua condizione di richiedente congedo, da buon carabiniere obbedisce. Ed il 20 gennaio del ‘44 cade in un’imboscata dei partigiani insieme a due commilitoni.
Non è stato facile, per mia madre, dimenticare. Anzi, chi ha vissuto simili tragedie non le può dimenticare.
Ma le foibe nessuno deve dimenticarle. Invece per tanti anni se ne è parlato pochissimo, e solo qui in zona. Nel resto d’Italia quella tragica vicenda è stata quasi del tutto ignorata. La giornata del ricordo ha posto rimedio a questa rimozione, anche se molto in ritardo.
Quanto a mia madre Maria, non parlava volentieri in famiglia di questa tragedia , ma non ha mai smesso di cercare notizie e di sperare di poter posare un fiore nel posto dove suo padre aveva perso la vita. Negli anni ha progressivamente ammorbidito il suo atteggiamento di risentimento verso la vicina repubblica. E noi figli abbiamo ricevuto un’educazione liberale e tollerante: oggi io sono orgoglioso di far parte dell’Assemblea del GECT, nella convinzione che il futuro della nostra amata città è legato ad una sempre più stretta collaborazione con i vicini sloveni, condividendo servizi e progetti.
Concludo questo breve ricordo con un aneddoto: poco dopo la fine della guerra, quando Maria ha conosciuto mio padre Antonino,rientrato dall’India dopo lunghi anni di prigionia, è successo che lui le parlasse della propria famiglia, e le dicesse che sua madre era nata in Austria, a Marburg. In realtà nonna Milla era nata a Maribor, in Slovenia, e quindi suddita imperiale. Se lui avesse detto la verità, forse la futura suocera non gli avrebbe fatto mettere piede in casa.
Del resto anche nonno Luigi era nato a Scodovacca, suddito imperiale, ma italianissimo.
Lei crocerossina, lui in divisa austroungarica, si erano conosciuti nelle retrovie del fronte dei Carpazi.
Cose del confine orientale…