di Anna Cecchini del 19/12/2021
“Si andava “di là” con la propusnica. Si andava di là a prendere la carne, che era buonissima, e certe sigarette puzzolenti che appestavano l’abitacolo della nostra Cinquecento verde pisello durante le code infinite a Casa Rossa. Andavamo di là solo per quei pochi metri necessari ad arrivare in macelleria o al supermercato, che grigio e spoglio, presidiato da certe commesse imponenti con le scarpe da lavoro bianche e alte alle caviglie che lasciavano scoperte le punte e i talloni. Eravamo intimiditi. Io non capivo nulla, ma sentivo tutto. Sentivo l’odore del carbone che usciva dai camini e quello della benzina con pochi ottani che sfuggiva dai tubi di scappamento delle Zastava. Sentivo che “noi” eravamo arroganti, ma che ce la facevamo sotto solo alla dogana, e che a “loro” noi non piacevamo. Avevo sette o otto anni, ma questo lo capivo bene. Non eravamo di Gorizia, sapevamo poco di quel “di là”. Lo sloveno era uno sbiadito ricordo della mia bisnonna, che lo parlava ormai solo tra sé e sé. Troppe mescolanze, in famiglia, perché potesse sopravvivere. Si spense da solo. Non si andava mai oltre Nova Gorica, oltre quei grattacieli e quel grigio di cui non sapevamo nulla. Non sapevamo nulla della costruzione di quella città e di quello che c’era prima, delle ville di campagna, dei vivai, dei frutteti. Non sapevamo nulla di nulla”.
A Gorizia la questione del confine si riapre drammaticamente al termine della seconda guerra mondiale. Quella fascia che parte da Tarvisio e termina a Trieste, abitata da sempre da popolazioni di lingua italiana e slovena, diventa protagonista di opposte rivendicazioni. Al termine della Conferenza di Parigi, dopo negoziati serrati, manifestazioni e incidenti, la stipula del Trattato di pace assegna all’Italia la val Canale, la val Resia, la “Slavia veneta” e Gorizia, mentre alla neonata Repubblica Federativa Popolare Jugoslava vengono destinate la valle dell’Isonzo e del Vipacco, Fiume, l’Istria e la Dalmazia. In città, il simbolo della spartizione diventa l’ottocentesca stazione ferroviaria della Transalpina, assegnata alla Jugoslavia, mentre la piazza antistante viene divisa a metà da un filo spinato.
Se Gorizia si trova privata di parte del suo entroterra e attraversata dal confine all’interno del tessuto urbano, agli abitati di là del confine è stato sottratto il proprio centro amministrativo e commerciale. Entrambe le comunità sono stremate dalla guerra, esacerbate dai due anni di tensioni precedenti il Trattato e svuotate della propria storia millenaria.
La nuova Jugoslavia è costretta a colmare il vuoto. Dopo aver scartato l’ipotesi di Ajdovščina, stabilisce di costruire il nuovo capoluogo a ridosso del confine italiano, a est della Transalpina, un contrappeso politico e simbolico, una nuova città “…le cui luci brilleranno oltre confine”, come afferma con orgoglio di Ivan Matija Maček, Ministro della costruzione jugoslava dell’epoca.
Del progetto viene incaricato l’architetto Edvard Ravnikar, classe 1907, laureatosi con il grande Jože Plečnik, con il quale ha collaborato per sei anni prima di una parentesi parigina nello studio di Le Corbusier. Ha 42 anni quando progetta Nova Gorica. Si è formato con le nuove e razionali teorie urbanistiche e viene contagiato dall’entusiasmo febbrile e dall’orgoglio nazionale di creare una città-modello. “…L’urbanistica moderna divenne così un’arma della lotta nazionale e politica…doveva esprimere la bellezza senza il vacuo gigantismo delle masse costruttive e soprattutto prevedere una più estesa superficie riservata alla vegetazione…”. Queste le parole di Ravnikar per sintetizzare la sua idea progettuale, che mutua il principio di Le Corbusier della “croce stradale” per definire le quattro principali funzioni cittadine: centro, ricreazione, residenza e industrie. Ma il “centro” concepito da Ravnikar non è collocato in posizione baricentrica, bensì su uno dei lati verticali della croce, lungo uno degli assi principali del progetto, la Magistrala, l’odierna Kidričeva ulica. L’arteria viene concepita con quattro filari di platani e ai lati le principali attività cittadine, uffici, negozi e edifici pubblici. Vi s’intravede un richiamo al Corso goriziano, a sua volta ispirato alle promenades di molte città della Francia. Purtroppo questa cattedrale verde non sarà mai realizzata come Ravnikar l’aveva concepita a causa delle grandi difficoltà economiche che penalizzeranno il progetto.
Chi giunge oggi a Nova Gorica dal valico del S. Gabriele prosegue su Erjavčeva ulica, ampia arteria che sfocia nella rotonda che immette ortogonalmente in Kidričeva ulica (la Magistrala). Si tratta della vecchia Via del Camposanto che portava al cimitero di Gorizia, qui trasferito nel 1880 dall’originaria sede dell’attuale Parco della Rimembranza, incongrua dopo la costruzione del Corso, e dove è rimasto fino alla fine della prima guerra mondiale. La grande piazza su cui si affacciano i principali edifici di Nova Gorica, tra cui il municipio, primo edificio pubblico eretto a Nova Gorica, è un vasto prato verde. Ancora un richiamo a Gorizia, alla sua Piazza Grande, il Travnik, originariamente essa stessa un prato? Su quello spiazzo, che ospita oggi eventi culturali e sportivi, guardano lo Slovensko narodno gledališče, il teatro nazionale sloveno, con l’arena circolare e il doppio loggiato in mattoni rossi, e la vicina modernissima Goriška knjižnica Franceta Bevka, la nuova biblioteca pubblica, spalancata come un libro aperto sul verde circostante. Se torniamo agli anni ’50 e all’avvio della costruzione della città, troviamo una giovane Repubblica jugoslava uscita dalla guerra con le ossa rotte, occupata a gestire la propria rinascita, a tenere unito di uno stato composto di realtà differenti e conflittuali e la faticosa ricerca di un ruolo internazionale. Lo sforzo economico, organizzativo e gli investimenti necessari sono enormi. La nascita di Nova Gorica si affiderà in gran parte al lavoro volontario delle Brigate popolari dei lavoratori e della gioventù comunista provenienti da tutto il Paese, che costruiranno per primi i cosiddetti “blocchi russi”. Si tratta di costruzioni a cinque piani e 24 appartamenti disposti in file parallele e immersi nel verde per costituire un perfetto esempio di armonica distribuzione tra pieni e vuoti, superfici edificate e spazi liberi. I futuri abitanti dei blocchi, tuttavia, storgono il naso: ancorati a una tradizione rurale di abitazioni unifamiliari, non sono entusiasti all’idea di vivere in condominio. Nel 1950, quando Ravnikar consegna il progetto definitivo, il Comitato Popolare stabilisce di sostituire parte dei “blocchi” con edifici di nove appartamenti e di concedere ai privati la facoltà di erigere abitazioni uni e bifamiliari. Se la decisione è stata indubbiamente rispettosa dei desideri dei cittadini, ha tuttavia generato una confusione che si riflette ancora oggi sull’aspetto di Nova Gorica, dove convivono a poca distanza strutture imponenti da grande città e abitazioni unifamiliari da periferia urbana. L’ambizioso progetto originario risente della scarsità di risorse e, inoltre, il processo di decentramento amministrativo ha fatto sì che prevalessero le iniziative locali a dispetto di una pianificazione generale.
Inizia negli anni ’90 la trasformazione di Nova Gorica, dopo lo strappo che ha portato alla dichiarazione l’indipendenza dalla Jugoslavia, all’ottenimento del riconoscimento di sovranità alla Repubblica di Slovenia, e poi al suo ingresso nell’Unione Europea nel maggio del 2004. Sono stati anni cruciali per il giovane Paese, che è riuscito in brevissimo tempo e con uno sforzo considerevole a trasformarsi in uno stato allineato agli standard europei.
Nova Gorica oggi è una città vivace, moderna, piacevolissima e multietnica. Gli spazi verdi, una fitta rete di piste ciclabili, i luoghi ricreativi e di cultura hanno messo in secondo piano le disarmonie del passato. I suoi casinò, fra i più frequentati d’Europa, croce e delizia della comunità, la rendono simile a una piccola Las Vegas che richiama visitatori da tutto il circondario. La società che li gestisce ha regalato alla città per molti anni numerose opere d’arte che arricchiscono il centro, forse per farsi perdonare: là dove era sorto il complesso alberghiero Argonavti negli anni ‘70 c’era infatti un gigantesco orologio solare in cemento, un esempio di arte d’avanguardia jugoslava realizzato dal gruppo OHO e purtroppo distrutto in occasione della costruzione del complesso del Perla. Ardito e discusso è l’Eda center, il grattacielo di 72 metri in vetro e cemento inaugurato nel 2011 e dedicato ai fratelli Rusjan, i pionieri del volo già ricordati con la scultura denominata Icaro posta nella piazzetta ai piedi della scalinata d’ingresso al grattacielo. Il plastico che riproduce il progetto di Ravnikar lo trovate all’inizio di Kidričeva ulica, là dove inizia la zona pedonale che di sera è piena di giovani che passeggiano e sorseggiano una birra. E’ un buon modo per iniziare una visita alla città. Per approfondirne la conoscenza visitate il sito https://www.novagorica-turizem.com/, attraversatela con calma e una mappa in mano perché merita molta più attenzione di quanta siamo abituati a riservarle.