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La lotta e la ragionevolezza

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di Franco Belci del 26/10/2021

Ciò che è successo nei giorni scorsi a Trieste rappresenta un emblematico spaccato della frattura che attraversa verticalmente il Paese e che non sembra più concedere spazio al confronto e al ragionamento. O sei di qua, tra la maggioranza che affida esclusivamente al vaccino ogni speranza per il futuro, o  sei di là, tra la minoranza che si sente prigioniera di una dittatura e scende in piazza per manifestare la propria rabbia. Una frattura che ha rotto amicizie, diviso famiglie, balcanizzato le relazioni, confuso i crinali politici, e che rischiamo di portarci dietro ben oltre la fine della pandemia. Eppure esiste una “terra di mezzo”, visto che, al di là dei khomeinismi, vi sono alcune buone ragioni in entrambi i campi; ma se cerchi di frequentarla, praticando il sano esercizio del pensiero critico, se esprimi una tua autonoma riflessione rispetto ai fatti, alle singole scelte del governo, alle reazioni della piazza, sei inevitabilmente oggetto di opposte reazioni: la maggioranza ti accusa di diserzione, la minoranza ti rimprovera perché non ha colto i prodromi della rivolta contro la “dittatura sanitaria”. Il ragionamento che propongo parte da un punto a mio parere dirimente: credo che il governo, imponendo il green pass per l’accesso al lavoro, abbia fatto un duplice errore. Da un lato ha sfidato l’art. 36 della Costituzione che prevede, per il lavoratore, il “diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Imponendo una condizione tassativa per poter lavorare si rischia di creare una platea di due/tre milioni di lavoratori disoccupati (non si sa per quanto) che non riescono a garantire alla famiglia pane e dignità. Dall’altro non ha reso praticabile un’alternativa a chi, legittimamente in assenza di una normativa che lo obblighi, non intende vaccinarsi: lo dimostrano le difficoltà di approvvigionamento dei tamponi di questi giorni. Si sarebbe dovuto, al contrario, incentivare, direttamente o indirettamente, la produzione e rendere disponibili per i lavoratori, in numero sufficiente, i tamponi gratuitamente o a prezzi calmierati: ad oggi, la gran parte dei test vengono importati dalla Cina ed esiste una sola azienda italiana che li produce. Così, non  si è riusciti a far fronte alle richieste e il problema è stato scaricato direttamente sulle persone e sulle aziende che, pur di non vedersi privare di professionalità indispensabili, si sono spesso fatte carico del costo. Dunque, dal mio punto di vista, la protesta su questo punto era certamente comprensibile, in attesa che le prime sentenze dei giudici del lavoro affrontino la questione della costituzionalità del provvedimento. Tanti anni di  esperienza sindacale, di lotte, di manifestazioni, mi hanno però insegnato che quando si scende in piazza, occorre avere chiarezza rispetto agli obiettivi e cercare di governarne le dinamiche: non c’è nulla di più facile, per chi voglia esercitare lo scontro violento, che infiltrarsi in cortei fluidi e permeabili. Il variegato mondo che ha organizzato le manifestazioni e che si esprime con una trasversalità che non va sottovalutata, avrebbe perciò dovuto rendere esplicite fin dall’inizio alcune pregiudiziali e praticare sul campo precise distinzioni, in modo da emarginare più facilmente i violenti. L’assalto vandalistico alla sede nazionale della Cgil, consentito anche dagli errori commessi dai vertici delle forze dell’ordine nella gestione della piazza, ha così finito per inquinare la comunicazione della protesta. La stessa cosa è successa, da un altro punto di vista, a Trieste. I lavoratori del porto avevano dalla loro alcune buone ragioni: avevano garantito, con poche protezioni e molto rischio, l’attività a pieno regime dello scalo per tutta la pandemia e si sono sentiti ricambiati con un obbligo percepito come ingiusto. L’obiettivo del tampone gratuito appariva condivisibile, visto, tra l’altro, che la massima parte del lavoro si svolge all’aperto. Ma, una volta conseguito quell’obiettivo, si è deciso di  andare oltre, ponendosi, pur in un’ottica solidale con gli altri lavoratori, richieste politicamente impercorribili nelle condizioni date, sostenute dalla estensione della protesta “ad oltranza” col blocco del porto. Perseguire quell’obiettivo significa però immobilizzare l’intera filiera della logistica che incrocia il tessuto urbano della città, impedire ai Tir di muoversi, con enormi problemi per altri lavoratori, innanzitutto i camionisti, costretti a vivere ammassati per giorni in poco spazio: in definitiva tenere in ostaggio l’intera città. E’ stato a questo punto che il campo di gioco è diventato impraticabile per i lavoratori del Cptl, che non hanno tenuto conto degli effetti sulla cittadinanza delle azioni di lotta. E si tratta di uno snodo ineludibile per chi fa sindacato: le azioni devono essere proporzionate agli obiettivi ma anche alle condizioni che si creano per gli altri cittadini, lavoratori e non. Altrimenti categorie molto piccole, collocate in snodi nevralgici del sistema produttivo o della logistica, avrebbero il potere di creare all’utenza problemi enormi indipendentemente dalla valenza degli obiettivi di lotta. Alla fine, proprio su questo snodo, i lavoratori si sono divisi e la minaccia di sciopero ad oltranza è rientrato. Ed è esattamente a questo punto che di quella lotta si è appropriato un movimento che ormai raccoglie di tutto, confuso nelle scelte e negli obiettivi, che si sta isolando sempre più anche da coloro che sono stati disponibili a sentirne le ragioni. Io credo che sia stato un errore, da parte delle forze dell’ordine, affrontarlo con manganelli, idranti e lacrimogeni mettendo in luce una solerzia della quale ci sarebbe stato bisogno a Roma, non a Trieste. Ma penso che la lotta vada ricondotta nei limiti della ragionevolezza, senza voler fare di Trieste, per le sue caratteristiche urbanistiche, l’unico caposaldo. Aver sospeso le manifestazioni per il rischio concreto di infiltrazioni di gruppi violenti è stato un atto di responsabilità. Ma occorre essere chiari su un punto: l’idea che le manifestazioni continueranno “fino a quando tutti si uniranno per garantire la libertà di scegliere” rappresenta un ossimoro: la libertà vale per tutti, anche per chi, avendo scelto altrimenti, decide di non scendere in piazza.

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