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Se tra il dire e il fare c’è di mezzo solo il dir di fare

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di Davide Strukelj del 21/8/2021

La pubblicità, si sa, è l’anima del commercio. Ma promuovere non serve solo a vendere, talvolta serve a convincere e a persuadere, talaltra a distogliere, distrarre e allora si chiama propaganda.

Si tratta di una disciplina che ha fornito materiale per centinaia di saggi e manuali e non è certo questo il luogo per farne una sintesi, ma alcuni tratti particolari sono interessanti, molto attuali e talvolta sottostimati per i loro risvolti.

Nello specifico, quando pensiamo alla propaganda politica, immaginiamo le vaste campagne di informazione e promozione in occasione di elezioni e referendum, oppure gli interventi sui grandi mezzi di comunicazione che permettono di raggiungere un pubblico molto numeroso.

Ma esiste anche un altro modo di propagandare un messaggio e soprattutto l’immagine di un leader. Una modalità basata sul quotidiano, sul ritmo e sul flusso incessante di informazioni. Certo, un lavoro non da poco che necessita di conoscenze e di programmazione e che può portare a inculcare nella massa una precisa immagine del soggetto che si vuole promuovere. Si tratta di un risultato di notevole importanza perché, come ci diceva Walter Lippmann esattamente cento anni fa, “il mondo è immenso, le situazioni che ci riguardano sono intricate, i messaggi sono pochi, e la parte più consistente dell’opinione deve essere costruita nell’immaginazione” (“L’opinione pubblica”).

Come fare? Forse è più semplice di quanto ci possa sembrare. Molti celebri pensatori hanno indagato, spesso (e giustamente) in modo molto critico, sulle modalità utilizzate e sulle strategie messe in campo per raggiungere un tale scopo, anche evidenziando i limiti della nostra capacità di discernere e razionalizzare e soprattutto mettendoci in guardia da quelle che possono risultare vere e proprie manipolazioni. Di seguito alcuni esempi.

Il noto psicologo e premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman, nel suo bellissimo “Pensieri lenti e veloci” (anche avvalendosi delle osservazioni di Nassim Taleb, autore del “Cigno nero”) ci spiega che la nostra capacità di ordinare le informazioni che riceviamo è soggetta alla cosiddetta “fallacia della narrazione”. In altre parole, quel che accade è che “le storie esplicative che la gente trova affascinanti sono semplici, più concrete che astratte, e assegnano al talento (…) un ruolo maggior e che alla fortuna; inoltre, si concentrano su pochi eventi straordinari accaduti, anziché sugli innumerevoli eventi che non hanno avuto luogo”. Insomma, “noi esseri umani ci inganniamo costantemente elaborando fragili resoconti del passato e convincendoci che siano veri”.

Bene, dunque è possibile costruire un racconto del passato, e quindi un’immagine positiva di un leader, anche solo basandosi su eventi banali e secondari. Ma come è ipotizzabile di ottenere un tale risultato, ovvero come si può indurre una massa a ritenere che una narrazione, che si desidera venga impressa nelle loro menti e ricordi, diventi generale e precisa anche se basata su pochi eventi, perlopiù derivanti dal caso o comunque di scarso valore?

Per rispondere a questa domanda ci viene in aiuto uno dei primi teorici della propaganda politica: Edward Louis Bernays, che già nel 1928 sosteneva che per governare è necessaria una “propaganda abile, la sola in grado di adattare le circostanze ai bisogni, individuare i punti forti degli avvenimenti” (“Propaganda”).

Ecco dunque un notevole insegnamento: “adattare le circostanze ai bisogni”. Insomma prendere tutto quello che c’è e che può essere utile, concentrando la narrazione solo sui fatti funzionali alla causa (“individuare i punti forti degli avvenimenti”); tutto il resto può essere taciuto, omesso, ignorato.

Esiste un punto debole? È sufficiente ometterlo e concentrare il racconto, in modo insistente, sui punti forti, quelli che servono a sostenere la causa o l’immagine complessiva. Tutto il resto può essere contenuto in un “fare cose” che non significa assolutamente nulla, ma che rimarrà incorporato nell’alone di positività che la narrazione avrà generato. Questo è uno dei “metodi classici e sperimentati che caratterizzano le opere di propaganda riuscite. Si dice la verità, solo la verità, ma non si dice tutta la verità. In tal modo, contrabbandando un aspetto isolato della realtà per una descrizione adeguata, senza aver «inventato» nulla la si deforma profondamente” (come ci ha mirabilmente spiegato il grande Alexandre Kojève, forse ad alcuni meglio noto col suo nome russo Aleksandr Vladimirovič Koževnikov, in un articolo pubblicato su “Critique” nel 1946 con il titolo “Cristianesimo e Comunismo”).

Dunque, ricapitolando, il giochino consiste nel: prendere un certo numero di avvenimenti positivi, anche piccoli e insignificanti, possibilmente semplici e dotati di risvolti forse irrisori ma evidenti e concreti; dare loro un significato che induca a immaginare grandi doti di chi li ha orchestrati; ripeterli a dismisura per farli entrare nelle menti del pubblico, rigorosamente uniformati alla narrazione che vogliamo promuovere; tacere e allontanare tutto ciò che non è funzionale allo scopo.

Insomma, se tra il “dire” e il “fare” dovesse rimanere una distanza che appare eccessiva, nessun problema: sarà sufficiente “dire di fare” un sacco di cose e ripetere all’infinito quelle poche, magari banali, che sono riuscite. A furia di ribadirlo, quanto sostenuto apparirà vero e importante e questo alone di verità e concretezza ammanterà il tutto, anche se le cose fatte davvero sono state minime e irrilevanti, e magari sono dipese solo da fattori esterni.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org