apertamente_logoapertamente_logoapertamente_logoapertamente_logo
  • Home
  • Statuto
  • Persone
  • Scrivono per noi
  • Attività
  • Premio Roberto Visintin
  • Contatti

Una domenica d’agosto, settantuno anni fa

Categories
  • Cultura
Tags

di Anna Cecchini del 13/8/2021

Un venerdì estivo rovente, a Gorizia, affacciato sul Ferragosto. Voglia di mare, di frescura, di pausa. Giornate di ferie in cui si consultano siti governativi e news dal web. Green pass, quarantene, tamponi. Si può andare? Non si può? Il pensiero, in bilico tra ieri e oggi, torna là, al quel 13 agosto del 1950, settantuno anni fa.

Siamo nati qui, nel Goriziano, in quest’angolino fatto di montagne, pianura e mare percorso dai brividi straordinari della storia. Una storia non abbastanza raccontata, che più si ricorda meglio è. Quando comincia questa storia? Quanto indietro dobbiamo andare per testimoniare la presenza di una popolazione che ha l’unica colpa di essere come un cesto ricolmo di frutti e verdure con tanti nomi diversi? Susine, cespes, sliva, Pflaune, mele, milùc, jabolka, Apfel, zucca, zuchetis, bučke, Kürbis.

Si compra e si vende in italiano, friulano, sloveno e tedesco, durante la lunga dominazione austro-ungarica. In città ci sono italiani, cecoslovacchi, austriaci, boemi, ungheresi, sloveni, croati. C’è benessere e confusione, una miscellanea di contaminazioni culinarie, di giornali in varie lingue, di mercati che espongono pesche di pianura, ciliegie del Collio, funghi del Nanos e capelunghe dell’Adriatico. Un territorio che va dalle Alpi al mare, un piccolo compendio del tutto, il Litorale, con un capoluogo dove si moltiplicano ville e edifici pubblici, tra lo sferragliare dei tram, l’eleganza dei cappellini e la vivacità dei circoli letterari. Quand’è che le cose si guastano? L’Impero scricchiola, l’irredentismo serpeggia come un borino che poi rinforza, scoperchia le tegole e sradica gli ippocastani. E porta la guerra, quella che ha divelto un ordine secolare e messo in ginocchio un territorio. Si cambia bandiera e divisa, il popolo diventa stato senza essere nazione.

La città non si riprenderà mai più. Non si parla più il tedesco e presto neppure lo sloveno. Una nuova parentesi buia e dolorosa sovverte equilibri centenari e cambia i cognomi. Persecuzioni e violenza inenarrabili, bocche imbavagliate e filastrocche da dimenticare. Il gelo di quei vent’anni sfocia in un’altra tragedia, una nuova guerra mondiale. Stavolta ci si mettono nuovi appetiti e diversi ordini mondiali ad accanirsi sul territorio. Calano colpi di scure che squassano di nuovo individui e comunità. Nel settembre del 1947 dentro la città passano matasse di fili spinati.  Di qua l’occidente, di là il comunismo. Una frattura profonda quanto gli orrori del Novecento. Berlino e Gorizia, a voler far paragoni che paiono azzardati, ma non così tanto. Bisogna scegliere da che parte stare prima che mettano giù i paletti, anche se è una scelta impossibile. Finisce che le galline becchettano di qua e vanno a dormire nei loro ricoveri di là. Perfino una mucca si trova con due zampe anteriori in Jugoslavia e due in Italia. Per la gente è peggio. Le famiglie si spaccano e la separazione totale durerà tre lunghissimi anni. Tre anni senza abbracciarsi, senza la favola di una nonna prima di andare a letto o una mangiata di gnocchi di susine sotto il gelso. Una vergogna, uno sfregio, un’altra mazzata.

Ma durante l’estate del 1950, quando l’Italia si scopre povera ma bella, a Gorizia si faranno le prove per abbattere i muri. Domenica 13 agosto la gente preme sui confini già dalle prime luci dell’alba. Si dice in giro che ci si potrà incontrare nella terra di nessuno. La folla si ammassa dietro i fili spinati, di qua e di là. Tutto comincia con ordine e lunghe file silenziose in attesa di dare il proprio nome e quello dei parenti dall’altra parte. Poi c’è la chiamata, dopo estenuanti ore sotto il sole d’agosto. Sotto il cavalcavia ferroviario di Casa Rossa è tutto uno sbracciarsi, chiamare, stringersi. Il tempo è poco perché tutti devono potersi salutare e la folla è immensa. Le ore passano e verso le due del pomeriggio accade l’inimmaginabile. Il brusio cresce, la folla preme e poi sfonda gli sbarramenti. Il confine viene forzato e una fiumana sudata e irriverente si riversa in città. Le guardie confinarie non possono nulla, o forse decidono saggiamente di non far nulla per non innescare un detonatore. Fanno bene. La gente affolla le osterie, riempie le strade cittadine. I negozi alzano le serrande, i cortili delle case si affollano, si mangia, si beve e si fa festa. La domenica delle scope, viene chiamata quella giornata pacificamente sovversiva.

Siamo abituati a un’unica storia, e invece non c’era solo Gorizia, lacerata e privata della sua gente e del suo circondario. Di là c’era una comunità cui era stato sottratto il proprio centro commerciale, sociale e amministrativo. Mentre il neonato stato jugoslavo stava faticosamente edificando Nova Gorica, nuovo contrappeso urbano, mancavano asili, negozi, medici, trattorie e luoghi di ritrovo. Non erano stati strappati solo gli affetti, ma anche tutto quanto costituisce una comunità. Mancava quasi tutto, di là. La gente raggranellò tutto quello che poteva, perfino valuta antiquata e fuori corso, per un bicchiere di vino, un gelato, un po’ di biancheria. S’inventarono di portare con sé burro, uova e perfino galline e conigli da barattare con caffè, vestiti e utensili. E le scope, sì, le scope di saggina per spazzare.

Nessuno ci pensò, in quella domenica di festa, ma accaddero due cose che segnarono questo confine: il suo diventare “morbido”, a confronto con l’impenetrabile cortina di ferro che tagliava in due l’Europa, e una nuova vocazione, che salvò la Gorizia svuotata del dopoguerra, trasformandola in un polo commerciale per i paesi dell’est, assieme a Trieste. Quella giornata finì al tramonto, con lunghe file ordinate di fuggiaschi della domenica, che tornavano ordinatamente di là con le scope di saggina sulla spalla, qualche sporta preziosa in mano e il dolore di una nuova separazione. Gli jugoslavi con qualche piccola scorta, gli italiani che non avevano il cuore spezzato contavano le monete raggranellate in una domenica d’agosto, altrimenti destinata all’ozio inoperoso.

Sono passati settantuno anni da allora. Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Oggi, che a Gorizia le serrande si abbassano una a una, siamo noi ad andare “di là” per un pranzo fuori porta, per la natura intatta e un’idea di turismo, cultura e consumi sostenibili, virus permettendo. Allora Gorizia costruì il proprio benessere attraverso il commercio di beni di consumo che scarseggiavano in Jugoslavia, mentre varcava intimorita la frontiera per acquistare carne, sigarette, benzina e poco altro. Di là con trenta chili di caffè si poteva pagare un matrimonio e per conoscere davvero cosa accadeva nel mondo era necessario procurarsi giornali e riviste italiane. Bisognava rischiare, da ambo le parti, per qualche litro di grappa casalinga o per un paio di jeans alla moda. I trucchi per contrabbandare erano ingegnosi, come le scarpe da donna col tacco amovibile per nasconderci valuta pregiata, elaborati sottofondi di auto o complicate stratificazioni di capi di abbigliamento. Anni di file, di “niente da dichiarare?”, di sotterfugi e diavolerie che ci hanno insegnato che le frontiere sono dei colabrodo e che la libera circolazione delle persone e delle cose è un diritto umano e inarrestabile.

Lo abbiamo riprovato di recente, a sedici anni dalla cancellazione del confine, quando la pandemia ci ha di nuovo separato. E ancora le persone hanno dovuto incontrarsi oltre una rete e ne hanno provato orrore. Abbiamo dovuto tornare alla piazza Transalpina, tristemente tagliata in due da una recinzione, per scambiare medicinali e baci furtivi, cesti di radicchio, libri e fatture commerciali, perché nessuno dei due territori può esistere compiutamente senza l’altro.

Poi, il 18 dicembre 2020, un annuncio che pare risarcire tutto. Nova Gorica è proclamata Capitale europea della cultura 2025, ma non da sola, assieme a Gorizia. Il Goriziano è sotto i riflettori dell’Europa, stavolta non per raccontare una storia di fili spinati ma per sancire una riunione. Lo dice il Presidente Mattarella, i sindaci delle due città, la gente che ancora ricorda il prima e che ha vissuto il dopo. Il racconto di un popolo che ricuce le ferite, si ricongiunge, immagina un futuro assieme.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org