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di Emilio Rigatti da Retromundi Bottega Errante Edizioni del 13/6/2021

Il Droghiere nacque settant’anni fa nel retrobottega, sullo stesso tavolone dove oggi imbottiglia il vino e taglia le lastre di vetro, la tela plasticata e la rete d’ottone per le zanzariere. Dove mescola alcol e gomma, acquaragia, petrolio e altri liquidi odorosi e infiammabili. Nacque un giorno di giugno, mentre l’Italia contadina e operaia, fuori dal retrobottega, arava e forgiava per fornire ai soldati dell’Impero grano e moschetti, immersa in nugoli di pula dorata trasportata dal vento e accesa dalle scintille che scoccavano dai martelli sulle incudini. Nanda, la levatrice, aveva soppesato quel corpicino umido, ne aveva scrutato il volto bianco e pieno di rughe come quello di un vecchietto appena spirato. Neanche Dio in persona avrebbe mai detto che quello, un giorno, sarebbe diventato un Droghiere, e del resto non c’era nessun indizio che lo suggerisse. Nanda aveva bevuto il caffè corretto, asciugandosi il sudore e assaporando l’aroma della grappa. Era così buono, quel profumo di vinacce distillate che ti riempiva le narici, che ti dava un alito di buonumore. La grappa nel caffè, allora, non era definita “sostanza psicotropa”. Era solo la grappa nel caffè bollente, non profumava di colpa ma di buono. E Nanda, dopo quell’assaggio, prima di coricarsi ne avrebbe fatti altri, di assaggi. Come faceva sempre, guardò il neonato che aveva aiutato a entrare nell’instancabile e stremante avvicendarsi delle ore, dei giorni, delle vite. Tra sé e sé cercava di immaginarne il futuro, come faceva con tutti. Davanti ai suoi occhi, in pochi secondi, il bambino diventava fabbro, contadino, attore, accattone, cornuto, amante, per poi ridursi nuovamente a quella cosetta bianca, che lei attaccava al seno della madre, dandole alcuni consigli. No, era impossibile dire cosa sarebbe diventata una qualsiasi delle creature che vedeva nascere: e se non ci riusciva lei, figuriamoci Dio. Anche quel giorno aveva pensato: “Un altro”. E solo lei sapeva cosa intendeva con “altro”. Un altro oltre a suo marito morto ubriaco, un altro oltre al figlio in Etiopia a sparare ai negri, un altro oltre al contadino più giovane di lei di otto anni che aveva deciso di usare come amante e che raccontava in tutte le osterie le loro prodezze amatorie. Ma lei era necessaria al paese, perché altre levatrici non ce n’erano, in paese. “Un altro”, in questo calderone in ebollizione disordinata, nella confusione delle guerre, delle idee, dei litigi tra parenti e vicini, degli amori sbagliati – quasi tutti –, di altri figli, di altri altri. Sapeva bene cosa voleva dire “un altro”, ma non lo avrebbe mai saputo spiegare, perché era un’idea che era chiara ma non aveva parole, ed era tutta dentro la sua testa. Fuori, invece, c’era un’estate calda, macinata dallo scroscio calcificato delle cicale, polverosa di odori di pula, ruggente per le mietitrebbie fasciste che correvano in una nuvola d’oro lungo i campi della bonifica della Vittoria. La madre del Droghiere – lo sapete fin d’ora perché l’autore si colloca nella posizione che i critici definiscono “onnisciente” – si era ripresa dallo sfinimento bevendo brodo di pollo e aspettando la sera, col fresco che certamente le avrebbe alleviato l’affanno alle prime ombre. La levatrice Nanda, vicino a lei, odorava leggermente di sudore e di grappa. Dopo avrebbe incontrato il suo amante, Nanda, anche lui con i suoi odori del Ventennio: sudore, vino, fatica.

E la sera arrivò, finalmente, come una promessa mantenuta, una delle poche della sua vita. Le fronde degli alberi già spandevano la frescura che avevano custodito di giorno, e la gente s’incontrava fuori dalle case a parlare, seduta sulle soglie o su sedie spagliate e traballanti. I tigli rilasciavano un profumo che s’impastava col buio, l’aria aveva odori e riflessi da giardino subacqueo. La sera. Solo dopo anni il Droghiere ne avrebbe capito l’inestimabile irripetibilità, l’incanto da Eden: e proprio quando ne sarebbe stato cacciato per sempre. Sua madre, dunque, dal letto sentiva le voci in strada, qualcuna commentava anche il lieto evento, sai ha avuto un bambino, tutto bene, succhia come un vitello, è tutto suo padre, uguale a sua madre, a suo nonno, alla zia Clelia. Una pettegola insinuò che assomigliava anche a Linco, il maestro di scuola, ma tutti sapevano che non era vero. Il bambino, ben lontano dall’essere un Droghiere fatto e compiuto, succhiava il latte da quei seni bianchi, coi pugni stretti e gli occhi aperti, avidi e attoniti per quella confusione di luci opalescenti che gli risvegliavano il senso del vivere. Ci sarebbe voluto il suo bel tempo, ma intanto aveva iniziato. Latte e luce, perché i profumi del mondo si riducevano a quello rassicurante della pelle della madre. Poi, qualche giorno più tardi, lei era già al lavoro, e poteva prender parte di nuovo alle sere in strada, con le vicine.

Le donne che si affacciavano agli usci per la chiacchiera serale spruzzavano la terra o il cemento con l’acqua che attingevano con le mani a conca da un secchio zincato, con un gesto che ricordava quello del seminatore: perché la polvere non si sollevasse, per stare più freschi, forse per salutare il sole che tramontava. Era un rito acquatico, primitivo e anche incomprensibile: cosa poteva influire sul microclima un po’ d’acqua spruzzata al suolo? Eppure, bastava quell’odore di terra bagnata, di cemento intriso a dare profumo alla vita. O almeno a quelle due ore serali di vita. Quando il Droghiere crebbe e cominciò a discernere le cose del mondo e ad avere delle impressioni proprie e chiare (che teneva per sé perché è sempre stato uomo di poche parole) sentiva un fascino clandestino e indescrivibile per lo sciacquio serale della mano che si agitava nell’acqua e la faceva vorticare. Era l’ora della libertà. Con gli altri bambini, nelle sere d’estate, poteva giocare sulla strada, sparire nei cortili comunicanti tra di loro, inventandosi foreste, indiani, nascondigli segreti, cacce grosse. Diventato adulto, ricordò sempre quel rumore e l’odore di terra e cemento intrisi. Ma non ne fece mai parola con nessuno. In fondo anche noi siamo fatti di terra, o almeno così gli raccontarono i preti fino a che ebbe l’ingenuità di ascoltarli. Di terra, certo, ma una terra inquieta, piena di voglie, di sussulti, di umori, senza leggi né catechismo, pronta a esplodere sotto la pressione di un vulcano sotterraneo. Nessuno che fosse impastato con quella terra eruttiva avrebbe ritenuto ragionevole quello che c’era scritto nei libri sacri e nessuno in realtà seguiva quelle parole. Vigeva un tacito accordo tra credenti e agnostici: di prenderle per buone come fossero un generico nord, proprio per evitare l’eruzione, il caos, l’uomo lupo dell’uomo, come si vedeva immancabilmente succedere durante guerre, terremoti, bombardamenti, quando molti superstiti, mentre tentavano di mettere disperatamente in salvo le loro vite, arraffavano le cose dei morti o degli scampati e fuggivano in cerca di salvezza col bottino ben stretto e nascosto. Ci mancava anche quella, porgere l’altra guancia, dare tutto ai poveri, non guardare le donne. Nessuno lo faceva, neanche il prete, che aveva una donna di Borgonuovo e – quanto ai soldi – che dopo la messa contava le elemosine con una devozione che avrebbe dovuto riservare, piuttosto, ai chiodi della crocifissione. Quanto alle donne, forse il papa non le guardava, ma perché ci vedeva male, e dal balcone di San Pietro si distinguevano solo folle e non persone.

I bambini, il Droghiere era tra quelli, si rincorrevano e le loro voci echeggiavano tra le case, come provenendo da un altro mondo, limpide e cristalline. Ogni tanto alzavano gli occhi dai giochi: un ruggito, e un’automobile passava, giungendo chissà da dove, e chissà dove andava. La sventagliata dei fari sui muri d’ombra delle case era l’ala dell’Angelo dell’Altrove che sfiorava le loro vite preziosamente perse al fondo della notte. Poi si abbracciavano le ginocchia, le annusavano – sapevano di erba e sudore – un po’ malinconici per quelle automobili inghiottite da un mondo presunto e non loro. Con il rumore del motore, si allontanava un sogno che non si sarebbe mai realizzato. Ognuno aveva il suo ed erano tutti lo stesso sogno. Le donne agitavano la mano nei secchi e spruzzavano la terra, e l’odore si sprigionava di nuovo.

Mentre le donne parlavano, gli uomini erano in osteria. Tra uomini si discuteva di calcio e di donne, di guerra e di Mussolini, di bestie e di tempesta, ma certo non del rumore della mano nel secchio di zinco, o di quello dell’acqua sul cemento da cui affioravano i sassi bianchi dell’impasto. Gli ultimi raggi li smaltavano di rosso ed era bello vederli, ma non si poteva dire: “Guarda gli ultimi raggi del sole come indorano il cemento, e che buon odore di terra e tigli”. Qui si faceva i contadini e non i poeti.

Arrivava l’inverno, la stagione delle stalle e delle osterie, impregnata dal sentore degli uomini e dei loro mestieri. Specialmente in osteria gli odori di letame, morchia, terra, fatica si mescolavano con quello delle sigarette per formarne un altro, che avvolgeva tutti come un mantello. Ti investiva arrivando da fuori, dal gelo, come una cosa familiare e buona. In pochi minuti si era parte di quell’odore, non lo si percepiva più. Gli uomini erano i loro odori.

Il paese era una piccola rete, come si dice oggi, fondata sulla parola, sul gesto e sull’ascolto. Tutto ciò che esisteva era presente indicativo e quello che non c’era, perché da venire o andato, era semplicemente assente. Condizionali e congiuntivi indicavano un futuro migliore ma improbabile, e le frasi iniziate con uno di questi tempi spesso si sospendevano a metà, come tra preghiera e imprecazione: se potessi, se vincessi, se avessi. Ma la gente, in ogni caso, ignorava l’uso del periodo ipotetico e non ce la faceva a concludere la frase col condizionale. Si finiva sempre nell’indicativo presente: bisogna, c’è da fare, dobbiamo andare. Oppure col passato prossimo, che il Professore ribattezzò “passato pessimo”: ha tempestato, hanno rubato un vitello, è morto lo zio Vigi. Ma la mancanza di soldi non impediva di spendere parole con generosità e in ogni occasione: alla messa, all’osteria, nei crocchi della domenica davanti ai bar, sotto i gelsi per la pausa meridiana dal lavoro dei campi, sulle soglie estive e serali.

I corpi robusti e asimmetrici degli uomini erano il risultato dei lavori a cui erano stati destinati. I muscoli non erano distribuiti sul corpo con l’armonia delle statue greche. Gambe scheletriche o troppo robuste, braccia come magli e pance come otri, stomaci incavati, pettorali prominenti o costole che bucavano la pelle. I mestieri decidevano anche i colori delle epidermidi. C’erano pelli che erano state esposte al sole o al fuoco della forgia, a solventi e colle o a scintille infuocate, e che quindi si tostavano e viravano verso varie gradazioni del marrone; o, se sottratte per tutta la vita a ogni radiazione di tutta la gamma luminosa, dall’infrarosso all’ultravioletto, diventavano di un biancore più vergognoso della nudità, un alabastro molle e traslucido. Ve li immaginate tutti gli uomini del paese d’allora, schierati in piazza completamente nudi? Che biodiversità di panze o costole, di bianchi e di seppia di tutte le gradazioni che denuncerebbero il fabbro, il falciatore, il falegname, il pescatore, il bracciante. O, nel caso del corpo interamente bruciato di Fidelio il matto, rivelerebbero la sua pazzia sconcia, dato che lui passava le giornate nudo sul greto del fiume masturbandosi e spidocchiandosi, e le notti in una trincea che illuminava con un lume a petrolio, dove solo quel guizzolare prometeico della fiamma segnalava che lì viveva un uomo e non un animale. Poi c’era la fame, anche se si dovrebbe usare il plurale: le fami, che predisponevano all’entusiasmo per il pane, anche quello nero o di mais. I companatici finivano nella sfera del mitico o quantomeno del regale: beato l’imperatore, che può mangiarsi un’aringa intera! si diceva. Quei corpi crescevano e poi morivano senza che mai una dieta – a parte quella forzata della povertà – tentasse di modificare la loro forma, seguendo un determinato criterio estetico. Il corpo ideale dei giorni nostri o della Grecia del sesto secolo, che in realtà esiste ed esisteva in un numero di poche copie per milione, non c’era neppure come concetto. Al posto del corpo c’erano i gesti: minimi, enfatici, sottili, nascosti, plateali. Era un mondo di gesti e di corpi opachi, effetti involontari di cause accidentali. E di storie, di tante storie, che sarebbero volate ancora per decenni fuori dalle bocche, volteggiando come fuochi fatui, assumendo i contorni di figure multicolori nell’aria, come si vede in molti quadri di Chagall.

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