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Gli altri siamo noi

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di Davide Strukelj del 13/12/2020

Partiamo da una considerazione semplice semplice. L’integrazione è (potrebbe essere) un’ipotesi auspicabile. Quello che dovrebbe accadere normalmente è che, una persona, per far parte di una certa comunità, segua uno specifico processo culturale e sociale interiorizzando comportamenti, usanze e conoscenze. Insomma si tratta di quello che tipicamente succede a chi nasce in un certo luogo e via via acquisisce pratiche e competenze riferibili ai costumi e alla storia della popolazione che abita quel territorio. Fin qui nulla di strano.

Negli ultimi anni però, la parola “integrazione” ha acquisito un significato alquanto impositivo, prova ne sia la mille volte ripetuta ingiunzione “devono integrarsi”. Ora, siamo franchi, pretendere che “loro”, cioè gli altri, si integrino a prescindere è un pensiero decisamente primitivo. Questa accezione dell’integrazione afferisce a una prassi che mi pare oggigiorno inavvicinabile e contro la quale non smetterò mai di lanciare strali. E sia chiaro da subito, nel mio modo di guardare il mondo, le politiche dell’integrazione che si rifanno all’idea che “l’altro deve” rappresentano solo una visione reazionaria e conservatrice oltre che miope.

Gli “altri” si adeguino ai “noi”. Questa affermazione già di per sé mi dà raccapriccio. Si considera sostanzialmente scontato che “l’altro”, arrivato da non importa dove, non sia una persona in qualche misura compiuta e ricca di conoscenze, ma una sorta di foglio bianco sul quale fissare l’impronta sociale del luogo, o peggio, che possa essere formattato e riprogrammato in tal senso. Se poi lo fa da solo meglio ancora. Intendo dire che se nel 2020 c’è ancora qualcuno che pensa possibile una cosa del genere, gli consiglio vivamente di ragionare sull’esistenza di entità tipo gli “Italiani nel mondo”, i “Fogolârs furlans” o i circoli “Il trullo”… In buona sostanza, da che mondo è mondo, la percezione intima di comunità sovrasta di gran lunga la percezione intima di società. Il senso di comunità non si cancella cambiando latitudine e longitudine: le persone riconoscono il proprio simile e hanno il piacere di starci insieme, coltivando la cultura che le unisce.

Quanto alla miopia, non possiamo non considerare che l’evoluzione sociale è figlia della contaminazione. La conoscenza progredisce attraverso il confronto, la cultura si sviluppa per “iniezioni” di novità. Processi lenti e complicati, da governare certamente, ma ineludibili se non si vuole destinare una comunità al declino. La storia insegna, la scarsa abitudine a confrontarsi con altre popolazioni rende deboli e incapaci di gestire una dinamica nuova, complessa. Vince la pratica peggiore, quella che cerca di sottomettere per consuetudine e che come conseguenza scatena gli istinti peggiori in ogni gruppo sociale.

D’altro canto l’uomo è una specie migratoria e deve anche a questo la sua fortuna o, se vogliamo, a questo è dovuta la sfortuna delle altre specie e dell’ambiente che continuamente deprediamo da millenni. Pare perciò patetico invocare una globalizzazione di comodo sostenendo che merci, finanza, idee e ricchezza devono potersi muovere senza confini, mentre gli uomini che li creano e producono devono stare ingabbiati nei loro territori. Allo stesso modo è facile dire che i migranti devono essere rimpatriati, e contemporaneamente sognare per i propri figli un futuro di scuole internazionali, di viaggi e di lavori all’estero, possibilmente ben pagati e poco tassati.

Come gestire allora una società che diventa sempre più un caleidoscopio di etnie, culture e genti diverse? Credo che la via sia quella di un pluralismo governato e consapevole che deve tener conto delle specificità della prima generazione e di quelle successive.

Per le prime generazioni devono valere regole di convivenza e tolleranza: il rifiuto di dogmatismi, la reciprocità e il principio del “non danno”.

Rifiutare le verità assolute significa che le diverse culture possono confrontarsi ed accettarsi fintanto che sono disponibili ad argomentare razionalmente le proprie convinzioni, anche al costo di metterle in discussione o addirittura di modificarle.

Assumere un comportamento incentrato sulla reciprocità significa accettare che le regole, le libertà e soprattutto la tolleranza che competono ad una parte devono competere anche alle altre parti.

Il principio del “non danno” significa che i comportamenti derivanti da un sistema culturale non possono arrecare danni ad altre persone.

Questi presupposti possono rappresentare un buon punto di partenza per una società plurale vocata alla civile convivenza, in particolare nel caso in cui una nuova comunità si inserisca in una società preesistente.

Per le generazioni successive, in aggiunta a quanto vale per le prime, ritengo che un uso massiccio dell’istruzione, dei corpi intermedi (associazioni sportive e culturali in particolare) e dell’accesso alle forme ricreative libere costituisca il migliore viatico per ottenere quell’effetto salvifico e di integrazione (quella vera) di una società ricca di cross-cutting cleavages, ovvero di suddivisioni intersecate. Le persone, e i giovani in particolare, non devono essere organizzate per sottoinsiemi sovrapposti (etnie, religioni, caste e categorie effimere simili), ma per raggruppamenti che producano un rimescolamento degli individui sulla base di differenti interessi e orientamenti. Le persone, in buona sostanza, devono raccogliersi in varie comunità sovrapposte su più livelli, con linee di confine tra loro non coincidenti e riconoscendo in ciascuna suddivisione motivazioni e affinità specifiche e differenti.

Solo così si possono spezzare le catene di diffidenza, impermeabilità e segregazione dei singoli gruppi.

Una comunità religiosa, per esempio, pur rimanendo coesa nel culto della propria fede, può spezzarsi trasversalmente e ciascun sottogruppo unirsi ad altre persone per svolgere attività sportive o intellettuali, oppure in base alle preferenze per l’impiego del tempo libero, o ancora per interessi culturali o lavorativi. Questo sezionamento incrociato della società favorisce l’interscambio e la permeabilità dei gruppi facilitando così la vera integrazione tra le persone.

Cosa dovrebbe fare dunque un’amministrazione locale?

In primo luogo è necessario favorire in ogni modo il confronto tra le prime generazioni di immigrati e le comunità della popolazione locale già insediata; incentivare i momenti di confronto e discussione, oltre che di reciproca conoscenza e informazione; evitare il più possibile la segregazione e la formazione di sottocategorie al fine di rendere le comunità più aperte e permeabili.

Circa le seconde e terze generazioni bisogna lavorare intensamente sull’istruzione di ogni ordine e grado e in particolare sulla scuola dell’infanzia, vero imprinting di socialità e laboratorio di relazioni personali. Di seguito bisogna collaborare e incentivare, secondo il principio (costituzionale) della sussidiarietà, tutti quei corpi intermedi del territorio, anche per il tramite delle consulte, sia sostenendoli dal punto di vista economico e normativo, sia promuovendone l’azione e l’integrazione orizzontale (cooperazioni tra entità paritetiche) e verticale (azione coordinata tra ente pubblico, scuole da un lato e associazioni, enti di promozione ed enti del c.d. terzo settore dall’altro).

È inoltre necessario lavorare intensamente sulla fruibilità degli spazi urbani: aree centrali pedonali, siti di incontro, aree verdi, aree fitness, piste ciclabili, piste jogging, aree verdi di aggregazione, eccetera, così come è necessario organizzare manifestazioni, eventi e momenti di connessione di carattere trasversale che inducano alla partecipazione attiva gli interessati, i famigliari e i simpatizzanti (ad esempio feste dello sport, dei giovani, momenti multi-culturali e aggregativi).

Come molte altre città, anche Monfalcone ha attraversato varie ondate migratorie nella sua storia. Quelle del passato ci paiono oggi superate e i gruppi arrivati nei tempi più lontani si sono aggiunti alla sparuta popolazione locale di cent’anni fa. I bambini di allora hanno giocato insieme, hanno studiato insieme e, grazie agli sforzi di genitori e istituzioni, hanno dato vita ai monfalconesi di oggi, non figli di una genetica pura ma di una contaminazione culturale progressiva e plurale. Il mondo che ci attende non sarà tarato sulla misura di una o dell’altra etnia, ma viceversa sarà ad uso di persone aperte e curiose, capaci di confronto e interscambio. Questi sono i cittadini che dobbiamo costruire, perché solo così ognuno di noi potrà sperare di non essere mai “l’altro” di qualcuno.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org