di Davide Strukelj del 26/11/2020
Nelle sue “Lettere a Milena”, Franz Kafka sosteneva che “la facilità di scrivere lettere (…) deve aver portato nel mondo uno spaventevole scompiglio delle anime”. Questo pensiero doveva essere per lui davvero assillante, tanto da portarlo a domandarsi “come sarà nata mai l’idea che gli uomini possano mettersi in contatto tra loro attraverso le lettere?” Kafka, seppure autore di un ricchissimo epistolario, considerava la presenza fisica la sola forma di relazione umana degna dei più alti sentimenti, e dunque radice insostituibile della socialità. “Domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”. Così dovevano essere, secondo lo scrittore boemo, i rapporti tra le persone, ogni altra forma rappresentava solo un insufficiente surrogato. E non era dunque la parola, nemmeno quella pronunciata, figurarsi poi quella scritta, il succo della socialità, bensì il contatto fisico (tenerci per mano) e la presenza (guardarci negli occhi). Kafka fu uno straordinario poeta, capace di anticipare nel linguaggio letterario ciò che Paul Watzlawick e i suoi colleghi di Palo Alto quarantacinque anni dopo posero a fondamento dello studio della comunicazione umana, sancendo fin dal loro primo assioma che “non si può non comunicare” (“Pragmatica della comunicazione umana”, 1967).
L’autore de “La metamorfosi” era malato di tubercolosi, una malattia infettiva che attacca i polmoni e per la quale si curò per anni ma che nel 1924 provocò la sua morte. Milena Jesenska, la giornalista ceca destinataria di molte sue lettere, morì nel campo di concentramento di Ravensbrück nel 1944.
Kafka, che ne “Il processo” scrisse dell’impossibilità dell’uomo di reagire alle prevaricazioni della burocrazia, visse per sua fortuna cento anni fa, ovvero quando non esistevano ancora email, sms, Whatsapp e nemmeno gli oggi tristemente famosi Zoom, Meet e affini: immagino che non li avrebbe davvero tollerati…
Anche noi in questi anni combattiamo una malattia infettiva che attacca i polmoni. Anche noi ci curiamo e qualcuno, purtroppo, non ce la fa. Anche noi, molto più modestamente, utilizziamo surrogati di comunicazione con il desiderio di rimanere in contatto con gli altri. E anche noi attendiamo con impazienza il momento in cui potremo finalmente incontrare liberamente tutte le persone care, consapevoli che una società senza socialità sia decisamente impossibile, perché in cuor nostro sappiamo che non esiste strumento informatico, cartaceo o alternativo che possa sostituire lo “stare insieme”.
Ovunque voi siate, cari Milena e Franz, sappiate che pure per noi il tenersi per mano e il guardarsi negli occhi rimangono il modo migliore per vivere con gli altri. Anche senza parlare, e con buona pace di Mark Zuckerberg, Bill Gates e di tutti i loro colleghi che continuano ostinatamente a proporci un mondo iperconnesso … ma kafkianamente privo della tanto amata presenza fisica.