A proposito di populismo
Intervista a Joanna Sondel–Cedarmas
a) Secondo Lei, il populismo di cui oggi tanto si parla in Europa e in
America è fenomeno inedito o è qualcosa di antico? E, anzitutto, come
definirlo?
Il populismo è un fenomeno politico che, pur avendo una lunga storia, non
è facile da definire. Nacque nella Russia zarista verso la metà dell’Ottocento
con il movimento dei narodniki (narodniˆcestwo), si manifestò negli ultimi
anni del XIX secolo nella Francia della Terza Repubblica (con l’attività del generale
Georges Boulanger, oltre a quella di Édouard Drumont e della Lega
antisemita) nonché negli Stati Uniti d’America (con l’esperienza del People’s
Party). Il termine viene utilizzato anche per indicare una serie di regimi, leader
e movimenti nell’America Latina del XX secolo, come il regime di Juan
Domingo Peron — il presidente dell’Argentina dal 1946 al 1955. Per quanto
riguarda la sua definizione, il termine indica una serie molto eterogenea
di fenomeni e il suo status teoretico non è ben definito. Alcuni politologi
parlano di un’ideologia (Cas Mudde, Marco Tarchi, Paolo Graziano) o di
una filosofia politica (la definizione proposta, per esempio, dal Cambridge
Dictionary), altri respingono questa classificazione, rimarcando il fatto che
nel caso del populismo non possiamo parlare di una dottrina costituita,
basata su testi teorici, che potrebbe ispirare dei grandi orientamenti strategici
e programmi politici. Più che un’ideologia il populismo costituisce
dunque “un sindrome” dalle forme diversificate (PeterWiles) o meglio un
insieme di sintomi caratteristici di un periodo di crisi. Si può anche parlare
del “linguaggio” e di “uno stile politico” populista (Pierre–André Taguieff).
Per indicare proprio la molteplicità e la diversificazione delle esperienze
e dei fenomeni sia del passato che odierni (a partire dalle manifestazioni
di protesta della fine del XIX secolo fino alle forme di rivolta elettorale di
oggi) il populismo è stato definito catch–all’word. A mio avviso sarebbe più
corretto parlare dei populismi in plurale. Non vi è alcun dubbio che questo
fenomeno si manifesta sempre nei periodi di forte incertezza, momenti di
crisi economiche, sociali, politiche o culturali. Si dovrebbe tuttavia fare una
distinzione tra il populismo storico e il populismo post–novecentesco caratteristico
dei partiti e movimenti che si sono affermati in Europa a partire
dagli anni Ottanta del XX secolo (che nella letteratura delle scienze politiche
e sociali viene spesso chiamato “il neopopulismo”, “il populismo di terza
generazione” o “il populismo 2.0”). Tra i caratteri essenziali del populismo
possiamo individuare la contrapposizione tra il “popolo” e l’establishment
ossia le élites economiche, politiche e sociali, sia nazionali che internazionali.
Questa contrapposizione è basata su un confronto verticale tra la visione
idealizzata del popolo (puro, sano, laborioso, virtuoso, ecc.) e un’élite (oligarchica,
corrotta che esercita comunque un “potere occulto”). Nel caso del
populismo abbiamo dunque a che fare con il conflitto non solo in termini
politici e sociali, ma anche etici, che si manifesta in questa contrapposizione
tra giusti e ingiusti, onesti e corrotti, “noi” e “loro”. Il populismo è
caratterizzato da una forte spinta anti–istituzionale. Pertanto viene spesso
identificato con l’antipolitica, in quanto tutte le forze e movimenti populisti
rimarcano il loro carattere anti–establishment, facendo riferimento al popolo
sovrano e scagliandosi contro i rappresentanti politici tradizionali. Un’altra
caratteristica dei movimenti populisti è la presenza di un capo indiscusso,
carismatico–plebiscitario che pretende di esprimere la voce del suo popolo,
nonché la struttura organizzativa del partito (movimento) fortemente
personalizzata. È tipico anche l’uso dello stile rivoluzionario, concentrato
sull’immagine del rovesciamento (la cacciata dell’oligarchia usurpatrice, la
rimozione del corpo estraneo, etc.) con la conseguente restaurazione di una
sovranità popolare che va realizzata non attraverso l’opera di mediazione
delle vecchie istituzioni rappresentative, ma grazie all’azione del leader
che opera per “il bene del popolo”. Molto forte è dunque il richiamo alla
democrazia diretta con l’immagine del popolo in grado di autogovernarsi
direttamente e con la conseguente svalutazione dei meccanismi tradizionali
della democrazia rappresentativa.
b) Spesso si parla dei populismi come di un ritorno al nazionalismo. Secondo
Lei è così, oppure è necessario operare delle distinzioni?
Ci sono sia populismi di destra che mostrano delle parentele con l’estrema
destra e che possiamo definire nazionalpopulisti come per esempio la Lega
Nord in Italia, il Front Natinal/Rassemblement National in Francia, la FP˝O
in Austria, l’UKIP nel Regno Unito, Vox in Spagna, sia quelli di sinistra
quali Podemos in Spagna, Syriza in Grecia e Linke in Germania. Entrambi i
gruppi si oppongono ai processi di globalizzazione finanziaria, economica,
tecnologica e culturale, glorificano il popolo nel suo insieme, si scagliano
contro i partiti tradizionali e le classi dirigenti dei rispettivi Paesi, considerandoli
estranei ai propri cittadini e al servizio di interessi non nazionali.
Nel caso dei populisti di destra è molto più forte il rimarcare il carattere
identitario, etno–nazionale del proprio popolo, basato sulla comunità di
sangue, di stirpe, di suolo, di religione, di lingua con il conseguente bisogno
di tutelare i suoi interessi contro gli elementi diversi o estranei (in primis
immigrati non cristiani). In questo senso i populismi di destra presentano
dei tratti in comune con i nazionalismi integrali del Novecento.
c) La convince l’espressione, anch’essa molto in voga, di “sovranismo”?
Il termine “sovranismo” è da poco entrato nel linguaggio politico polacco.
A mio avviso esso descrive in un modo molto efficace la politica di diversi
partiti e movimenti nazionalisti o comunque di estrema destra odierni,
soprattutto europei, i quali nel loro programma rimarcano l’idea della sovranità
nazionale e di conseguenza l’euroscetticismo. Quest’antieuropeismo
si traduce nella contrapposizione tra l’idea nazionale e il programma del
federalismo europeo. I partiti sovranisti si presentano in nome della sovranità
popolare e nazionale, rigettando il progetto dell’integrazione europea
secondo il modello federale, considerandolo un sistema sovranazionale,
diretto da burocrati e funzionari europei non eletti democraticamente, anzi
scollegati dai popoli e operanti per conto delle élites europee.
d) Alcuni critici dei populismi odierni evocano paragoni con i fascismi
della prima metà del Novecento. Cosa pensa in proposito?
A mio parere si tratta di due fenomeni completamente diversi. I fascismi
degli anni Venti attaccavano le democrazie parlamentari volendo instaurare
dei regimi autoritari. Attualmente i populisti non combattono la democrazia
come tale (anzi, spesso si presentano quali veri e migliori democratici), ma
sfidano la democrazia liberale e rappresentativa.
e) Da storico pensa che questa nostra epoca sarà ricordata come l’età dei
populismi, oppure no?
Credo che questa definizione sia corretta.
f ) Il vasto successo conseguito dal fenomeno populista è la conseguenza
di una crisi del sistema liberal–democratico o ne è invece la causa?
Secondo me ne è una conseguenza. Il credo antiliberale è un elemento che
unisce sia i populisti di destra che quelli di sinistra e che per entrambi si è
rivelato un’arma elettorale molto potente. I neopopulisti si scagliano contro
l’ordine liberale e contro i suoi principali progetti, in primo luogo contro
l’integrazione europea, il liberalismo costituzionale e l’economia liberista.
In Polonia il partito “Diritto e Giustizia” già durante la campagna elettorale
del 2005 ha coniato uno slogan molto efficace: “vuoi la Polonia sociale
o quella liberale?”. Allo stesso modo questo partito ha vinto le elezioni
nel 2015 all’insegna della giustizia sociale e del programma antiliberale e
antieuropeo. Il leader Jarosław Kaczy´nski ha rimarcato che la coalizione
delle forze liberali che governavano in Polonia dal 1989 (in primo luogo la
Piattaforma Civica al governo dal 2007 al 2015) rappresentavano gli interessi
delle élites di successo ed erano più sensibili all’opinione delle agenzie di
rating internazionale che alle vere esigenze e bisogni dei cittadini comuni.
g) I movimenti populisti dichiarano di voler rappresentare gli interessi
del “popolo” tradito dalle cosiddette oligarchie finanziarie. A tal proposito
c’è chi sostiene che essi non costituirebbero una frattura col
sistema democratico, bensì una sua più efficace attuazione. Cosa ne
pensa?
I movimenti populisti si rivolgono agli svantaggiati economicamente, politicamente
o socialmente, quelli che si sentono traditi sia dall’establishment dei
rispettivi Paesi che dalle oligarchie finanziarie internazionali. In questo senso
il politologo olandese CasMudde ha proposto una contrapposizione molto
valida tra the powerful (identificati con arroganti finanzieri, robusti industriali,
burocrati federali, ecc.) e the powerless. Il populismo è la manifestazione della
crisi della democrazia rappresentativa ossia del fatto che il popolo non si sente
rappresentato. Spesso i populisti d’oggi si presentano come “i democratici
veri”, i nuovi e migliori democratici, i veri portavoce del popolo. È molto
significativa al riguardo un’affermazione della allora leader dell’AfD, Frauke
Petry, nella primavera 2017, in cui ha dichiarato di non essere “contro la
democrazia”, ma che a suo parere «il sistema democratico abbia bisogno di
essere migliorato». Allo stesso modo Jarosław Kaczy´nski, in una intervista
rilasciata al quotidiano “Rzeczpospolita” nel luglio 2016, ha definito la Polonia
«un esempio di democrazia», «un’isola di libertà in un mondo in cui la libertà
scarseggia». La critica del deficit di rappresentanza è un elemento che unisce
le proteste della fine del XIX secolo con i programmi dei neopopulisti d’oggi.
Come ha affermato tuttaviaMarco Revelli nel suo libro Populismo 2.0, mentre
il populismo tardo–ottocentesco rappresentava “la malattia infantile della democrazia”,
caratteristico dell’inizio del ciclo democratico quando ancora la
ristrettezza del suffragio e le barriere classiste tenevano fuori gioco una parte
della cittadinanza, attualmente abbiamo a che fare con una sua “malattia senile”,
ossia con «il ritorno di dinamiche oligarchiche nel cuore delle democrazie mature».
h) Come definirebbe gli attuali regimi politici di Russia e Turchia? Populisti
o no? Vi è qualche affinità tra loro e ha senso affiancarvi l’America
di Trump?
A mio avviso gli attuali regimi politici di Russia e di Turchia sono diversi
dall’America di Trump. Li definirei “populisti autoritari”. Ci sono ovviamente
certi elementi in comune come il rifiuto del liberalismo, le politiche
sociali a favore degli svantaggiati, il nazionalismo, la politica estera aggressiva,
oltre alla presenza dei leader carismatici. Sia il regime di Erdogan che
quello di Putin hanno tuttavia un carattere antidemocratico, nonostante il
leader russo ufficialmente non neghi la democrazia come tale, ma parla
della “democrazia sovranista”. Difficilmente si può parlare del modello
democratico per quanto riguarda il regime instaurato da Erdogan, il quale
ha creato un vero e proprio sistema autoritario, grazie all’estensione dei
poteri presidenziali in seguito al referendum costituzionale del 2017 e in
seguito alle purghe di giudici, insegnanti, e poliziotti, iniziati dopo il golpe
fallito del 15 luglio 2016 e alla guerra politica contro la sinistra filo–curda
del Partito democratico dei popoli (Hdp).
i) Il populismo è fenomeno politico proteiforme o tende, comunque e
ovunque, a trasformarsi in uno specifico assetto politico–sociale ogniqualvolta
da movimento di opposizione diventi forza di governo russian?
I movimenti populisti sono molto più efficaci quando non sono al governo.
Ne sarebbe esempio il Movimento 5 Stelle, la formazione politica che dopo
15 mesi al governo sta attraversando una profonda crisi d’identità. NATO
come un partito di “sfogo sociale” che raccoglieva degli insoddisfatti sia del
centro–destra che del centro–sinistra e vantandosi di non essere collocato
né a destra né a sinistra, bensì di stare dalla “parte del popolo”, una volta al
governo non è riuscito a elaborare una proposta politica coerente in grado
di soddisfare le aspettative del suo elettorato. La debolezza della leadership
di Di Maio, insieme a un’ambiguità della posizione nei confronti dell’UE e
dei problemi chiave come l’immigrazione, a cui non ha giovato neanche il
reddito di cittadinanza, ha fatto sì che ilM5S alle ultime elezioni europee del
26 maggio 2019 abbia dimezzato i suoi consensi. D’altra parte ci sono partiti
populisti che, pur essendo al governo, hanno rafforzato la loro posizione,
quali Lega Nord e Diritto e Giustizia in Polonia. Entrambi sono partiti
di destra, fortemente identitari, che promuovono delle politiche sociali
molto decise a favore soprattutto degli svantaggiati (come il programma
500+ in Polonia), presentandosi come i difensori del popolo sovrano (lo
slogan “Prima gli Italiani” di Salvini) sia contro i vecchi establishment nei
rispettivi Paesi sia contro l’UE. Entrambi i partiti sanno sfruttare bene
per i propri scopi elettorali le paure dei cittadini legate all’incertezza di
mantenere la loro posizione sociale, la loro identità e il loro stile di vita, di
fronte alla crisi economica, all’instabilità del panorama culturale (la società
multiculturale, la sfida dell’islam) e alla trasformazione dei costumi (per
esempio, la campagna contro la LGBT in Polonia). Come hanno dimostrato
i risultati delle ultime elezioni europee, questi partiti sono riusciti non solo
a fidelizzare il loro elettorato tradizionale, costituito soprattutto dai ceti
meno istruiti, più poveri e per lo più abitanti dei piccoli paesi, ma anche ad
attaccare quello degli altri partiti populisti meno identitari come il M5S in
Italia o il Kukiz’15 in Polonia.
j) Come viene percepita e rappresentata l’attuale politica italiana nel
Suo paese? A suo avviso, la categoria di populismo vi si attaglia a pieno
o no?
Nei media polacchi il governo giallo–verde è stato presentato come un
governo formato dalle forze antisistema che operano comunque all’interno
del sistema. Sia la Lega che il M5S sono visti con interesse soprattutto dai
partiti populisti di destra polacchi. Alle ultime elezioni europee Il Movimento
5 Stelle ha cercato di stringere un’alleanza con il Kukiz’15, ma entrambi
i movimenti ne sono usciti sostanzialmente sconfitti. La loro proposta di
“costruire un’Europa di pari diritti” a misura dei cittadini contro le “neo–
aristocrazie” europee non ha convinto l’elettorato nei rispettivi Paesi. In
particolare il Kukiz’15, creato nel 2015 dal cantante Paweł Kukiz allo scopo
di “cambiare il sistema”, combattendo “i clan dei partiti” e “consegnare lo
Stato ai cittadini”, dopo l’exploit alle parlamentari del 2015, dove è uscito
come il terzo partito politico, alle europee del 2019 non ha neanche su perato
la soglia di sbarramento. Invece il Diritto e Giustizia, pur avendo
declinato la proposta di Matteo Salvini di aderire al gruppo dei sovranisti
nel Parlamento Europeo, definendola ”un progetto irrealistico” e rimarcando
la sua presenza nel Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei,
ha tuttavia riconosciuto diversi punti in comune con la Lega Nord. Jarosław
Kaczy´nski vuole riformare l’Europa secondo il modello confederale,
rivendicando il ruolo della Costituzione polacca sopra le leggi e direttive
dell’UE. Egli condivide con Matteo Salvini la critica di una società multiculturale,
sottolineando la necessità di bloccare l’arrivo dei migranti, rimarca
le radici cristiane dell’Europa e il bisogno di dover difendere le identità
nazionali. Entrambi i leader sono inoltre critici circa il ruolo predominante
svolto all’interno dell’UE dalla Francia e dalla Germania. Kaczy´nski non ha
apprezzato tuttavia la politica filo–Putin di Salvini ed in particolare la sua
proposta di abolire le sanzioni alla Russia dopo l’annessione della Crimea.