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A proposito di cretini

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di Davide Strukelj del 14/07/2020

Accade in questa nostra città che se si pensa diversamente dall’amministrazione in carica si potrebbe essere apostrofati con l’epiteto “cretino”. Questo anche se si ritiene che una misura di salute pubblica, nei principi ipotizziamo pure condivisibile, abbia, diciamo così, delle declinazioni poco brillanti.

Ma perché non mi devo sentire un cretino se penso diversamente da chi mi rappresenta?

Per cominciare diciamo pure che la vera domanda eventualmente sarebbe la negazione della precedente, ovvero “perché talvolta dovrei sentirmi un cretino se mi capitasse di pensare allo stesso modo di alcuni che (temporaneamente) mi rappresentano?”… ma questo è un altro argomento. 

In verità il tema dirimente è: chi rappresenta una collettività può dare del cretino a chi non la pensa al suo stesso modo?

La risposta è no, per almeno tre motivi fondamentali, due generali ed uno specifico del caso in esame.

Il primo motivo riguarda il principio della rappresentanza. Chi rappresenta una collettività ha l’onere di parlare in nome di tutti. La campagna elettorale è finita, le elezioni sono concluse, lo spoglio è stato effettuato e i risultati sono stati pubblicati. Le nomine sono vigenti. Si può stare sereni, non serve più fomentare i proseliti, giusto? Questo significa che non è necessario coltivare il consenso personale a qualsiasi costo: si rappresentano tutti i cittadini, non solo i propri elettori. A meno che… 

Dicevo, a meno che l’ipotesi di un qualche “vuoto” non imponga la ricerca del bagno di folla: un po’ come quando un giovane comunista padano, divenuto maturo sovranista papeetiano, invoca prima il sacro cuore della beata Vergine per ottenere i pieni poteri, e poi i valori di Enrico Berlinguer, evidentemente non conoscendo la storia del celebre leader del PCI e, cosa più grave, non capendo il significato della parola “valori”… insomma prima il disagio interiore e poi lo sproloquio logico e morale, il tutto finalizzato a trovare consensi ad ogni costo. Ma tant’è … Ipse dixit.

Il secondo motivo riguarda il concetto di pensiero unico. Tradotto significa che “io dico la verità” e chi pensa diversamente dice una falsità: “noi siamo nel giusto, sono gli altri che non capiscono”.

A tale proposito possiamo serenamente affermare che tutte le persone, superati i quindici anni, sanno che esistono anche le altrui opinioni e, anche senza invocare il relativismo culturale, capiscono facilmente che gli altri possono avere idee diverse, e soprattutto che la certezza di possedere la verità è prerogativa degli stolti (senza allusioni, sia chiaro).

Alcuni, i più evoluti tra quelli che hanno superato l’adolescenza, riescono addirittura a ipotizzare che gli altri possano aiutarli a capire meglio, magari perché hanno sviluppato competenze specifiche o anche solo perché più dotati di raziocinio o esperienza. Costoro spesso si fanno aiutare e comunque ascoltano le altrui opinioni.

Quelli che poi, superata la giovinezza, continuano a informarsi e studiare potrebbero essersi imbattuti in un celebre testo che ci spiega come lo spirito critico operi per distinzioni dimostrando così la sua modernità, mentre altri (che un tale di nome Umberto Eco ha definito “fascisti”) interpretano il disaccordo come tradimento.

Il terzo motivo risiede nei numeri e nei fatti del caso di specie. Mi rendo conto che questo punto sia il più duro da digerire, ma chi ha responsabilità di sanità pubblica ha anche le competenze per capire. È assolutamente doveroso partire dal presupposto che sia così.

Succede che in una regione come la nostra, e in una cittadina come la nostra, arrivino un certo numero di persone: è uno degli effetti collaterali della globalizzazione, termine ormai sdoganato e sulla bocca di tutti, ma che studiando solo un poco si capisce essere un sottostante del libero mercato deregolamentato ai massimi livelli… ricorda qualcosa? Succede anche che alcuni dei luoghi dai quali arrivano queste persone possano essere a rischio per la presenza di focolai di COVID-19 o per epidemia in atto. Accade anche che queste persone siano in qualche modo rintracciabili.

Il tema dunque è: perché non verificare che costoro siano sani, oppure portatori sintomatici o meno, o addirittura, con ulteriore test diagnostico, già immuni?

La salute pubblica è una priorità, quindi lo screening va fatto. Principio di precauzione.

Ora, il lettore più attento avrà notato che ho usato la parola “persone”. Specifico immediatamente che non si è trattato di una scelta casuale. E sì, perché il contagio arriva da altre persone e non da altri bengalesi, croati, svedesi, statunitensi o brasiliani. Insomma il virus non sa leggere i passaporti, e questo è un dato accertato.

Dunque il tema non è individuare le persone per etnia o nazionalità, ma bensì in base al fatto che siano arrivate da luoghi sede di epidemia o focolai residui, ovvero che abbiano frequentato persone provenienti da queste aree.

L’elenco di questi luoghi è noto e aggiornato, quindi non c’è alcun mistero a riguardo. Se poi volessimo adottare un principio di ulteriore precauzione, come pare si voglia fare, ricordo che nel nostro territorio arrivano giornalmente molte persone dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna, regioni ad altissima incidenza di COVID-19 e sedi di focolai ancora attivi oltre che zone con elevata prevalenza di “positivi”… Prevenire è sempre meglio che curare e il principio di precauzione si deve fondare su solide basi razionali.

Post scriptum: solo per informazione, la parola cretino, sia nel significato di poco intelligente che in quello di affetto da cretinismo, sembra assodato derivi dal provenzale chretien, poi variato nel francese cretin, che significava cristiano… parrebbe così che i cristiani siano quelli che non la pensano come chi confonde le persone con le etnie e le nazionalità… nemesi.

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