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Quando i dati aiutano a decidere

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di Davide Strukelj del 16/4/2020 – Secondo Bertrand Russell un problema è tale se ammette (almeno) una soluzione. Questo enunciato, con cui il noto filosofo e matematico volle delimitare il concetto di “problema” e quindi evitare l’inutile sforzo di cercare soluzioni impossibili da trovare, deve essere stato un po’ travisato dalla nostra cultura di massa, secondo la quale dato un problema, a priori definito tale, è lecito attendersi una soluzione, da chiunque essa venga. In aggiunta, vale osservare come alcuni problemi attuali siano piuttosto complessi e di conseguenza come si preferisca delegare la ricerca della soluzione ad altri (governi, consulenti, medici, scienziati, commentatori, coach, algoritmi, intelligenza artificiale, eccetera). Questi “delegati”, in base alla grandezza del problema dato, assumono gradualmente anche la facoltà (o addirittura il diritto) di applicare la soluzione trovata, talvolta prescindendo dalle nostre stesse valutazioni e volontà. Vi sembra esagerato? Direi proprio di no. Pensate, a solo titolo di esempio, quando cercate un’informazione in internet, quando guardate la vostra bacheca su Facebook, o a simili quotidiane azioni. Le risposte che ricevete sono selezionate in base alla vostra profilazione. Di questo filtro voi ignorate qualsiasi logica e soprattutto qualsiasi finalità, ma ciò nonostante tendete ad assumere come “genuine” tutte le informazioni che vi vengono fornite. Basta?

Passiamo ai temi di oggi, ovvero la COVID-19. Il Governo, le Regioni e la Protezione civile invocano quotidianamente le indicazioni di task force, scienziati, comitati, gruppi di lavoro etc. Ovvero delegano il razionale delle loro decisioni ad altri enti e istituzioni: i cosiddetti esperti.

Ma cosa ci direbbe la scienza, se fosse assunta come fonte decisiva delle indicazioni operative?

In primo luogo la scienza e i canali informativi istituzionali ci avevano già fornito svariate informazioni nel recente passato. Nel novembre 2019, secondo l’ABC News, i servizi avevano già informato la Casa bianca del concreto rischio di una pandemia da coronavirus. Nel dicembre dello stesso anno l’OMS aveva avvisato tutti del rischio da n-CoV-19 (cioè quello che era ancora un “nuovo Corona-Virus”), raccomandando azioni di prevenzione come distanziamento, segregazione dei sospetti positivi, protezione del personale sanitario, uso intensivo di dispositivi di protezione, analisi a tappeto, eccetera.

D’altro canto, tutte queste, con l’aggiunta dell’informazione alla cittadinanza, sono le forme standard di igiene primaria che si possono leggere in qualsiasi manuale di salute pubblica.

Cosa è stato adottato? Con colpevole ritardo e in buona approssimazione, quasi solo la chiusura totale e la quarantena.

Ma la quarantena generalizzata è una soluzione non-soluzione: il virus continuerà a girare per anni (ormai lo dicono tutti) e dunque le ondate epidemiche potranno ripresentarsi anche in futuro, fino alla raggiunta immunità della popolazione (naturale o indotta da vaccino), o peggio anche a prescindere dall’immunità e a causa dei sempre possibili nuovi ceppi derivanti dalle mutazioni del CoV-19. Ci sono dunque nuove possibili quarantene in vista?
È noto che la quarantena, per la sua natura e le sue conseguenze, può essere solo una soluzione di brevissimo periodo e non ripetibile ad oltranza.
Infatti se il cosiddetto lock-down serve a “comprare tempo” e “appiattire la curva” per permettere al sistema sanitario di gestire i casi acuti e più severi senza andare in crisi, sappiamo anche che una unità di questo tempo, dal punto di vista macroeconomico, costa tantissimo, e dunque sappiamo anche quanto possiamo allungare e ripetere questa quarantena, in base alle risorse a disposizione e ai costi economici e sociali che riteniamo accettabili.

Ma la quarantena, che serve a chiudere il canale di trasmissione di questo tipo di epidemia, per sua natura non è sempre la scelta migliore.
In altri casi di gravi cause di morte si è proceduto diversamente, e senza ricorrere a misure generaliste.
L’AIDS (nonostante la forte riduzione degli ultimi 10 anni) continua a fare quasi 2 milioni di nuovi contagi e oltre 750.000 morti all’anno nel mondo (secondo l’Istituto superiore di sanità). Al tempo, e tuttora, la strategia non fu la castità, ma l’informazione e la promozione dell’uso dei profilattici.
I tumori dei polmoni causati dal fumo di sigaretta producono circa 70-80.000 morti anno in Italia (secondo il Ministero della salute). In fase di prevenzione non è stato vietato il commercio di sigarette, ma si è limitato il fumo passivo e si è messa in atto una forte campagna di informazione.
Le morti per incidenti stradali negli anni 70 avevano superato le 10.000 morti anno (secondo l’ACI). La soluzione non fu limitare la guida di automobili, ma informare e adottare (e far usare) le cinture di sicurezza e gli airbag.

Se dunque dovessimo adottare le indicazioni della scienza nella gestione di questa pandemia, quali misure dovremmo attuare? Alcune informazioni di partenza.

Quanto alla conoscenza. Ormai sappiamo molto di questo virus, inutile citare le centinaia di pubblicazioni, ma non ancora tutto. Per esempio si sta ancora indagando su come esattamente proceda il contagio e come si svolga la battaglia tra il patogeno (il CoV-19) e il suo ospite (noi), come ha bene spiegato Siddhartha Mukherjee in un prezioso articolo di divulgazione scientifica pubblicato sul New Yorker (23 marzo 2020). Si tratta di un tema molto interessante, anche per alcune considerazioni che faremo in seguito. In ogni caso, queste informazioni ci aiuteranno ulteriormente a decidere, e perciò la ricerca va sostenuta con tutte le forze.

Quanto ai numeri. La scienza stima in quasi 6 milioni i contagiati in Italia a fine marzo (secondo l’Imperial College COVID-19 Response Team), tanto da indurre Micheal Day a chiedersi se “il crollo economico (causato dal lock-down) sia un prezzo che vale la pena pagare per (cercare) di arrestare o ritardare qualcosa che è già tra di noi?” (British Medical Journal, 2 aprile 2020).
In Italia si è proceduto ad un numero esiguo di tamponi (ricerca degli infettati), concentrati sui pazienti con una severa sindrome da potenziale infezione di CoV-19.
Questa indagine ha evidenziato che i positivi sono soprattutto anziani con comorbidita’ multiple pregresse (presenza di altre malattie croniche importanti).
Tutto questo ci fornisce un quadro corretto e sufficiente per decidere?
La risposta è no. E tale consapevolezza ci viene dalle indagini che sono state eseguite in altri paesi, Corea del Sud e Islanda soprattutto. In questi paesi i tamponi sono stati eseguiti random su tutta la popolazione col fine di trovare e isolare tutti positivi asintomatici, e curare i positivi con sintomi lievi, peraltro seguendo le indicazioni OMS. Inutile ricordare che in questi paesi l’operazione è riuscita piuttosto bene dal punto di vista della prevenzione della malattia e dunque del contenimento.
Che cosa ci dicono queste analisi? A differenza di quanto ha evidenziato il campione italiano, dimostrano che il cluster maggiormente soggetto all’infezione da CoV-19 è quello dei giovani, ma con mortalità bassissima, mentre l’incidenza di infezioni è bassa negli anziani, ma con una mortalità decisamente più elevata.
Riassumendo questi pochi dati, parrebbe che il virus infetti molte più persone di quanto in Italia si sappia, che tale contagio sia molto più frequente tra i giovani, nei quali però si registrano poche o nessuna sintomatologia, e meno frequente negli anziani, dove però le conseguenze sono più severe e talvolta mortali, specie se concomitanti con altre patologie croniche.
Parrebbe insomma che la COVID-19 sia effettivamente una “influenza” per i giovani, e una polmonite virale potenzialmente severa per gli anziani più deboli.

Se dunque queste sono le informazioni in nostro possesso, quale compito dovrebbe essere affidato alla scienza e cosa dovrebbe invece mettere in atto il servizio sanitario nazionale in termini prevenzione primaria, secondaria e terziaria?
La scienza medica e biologica dovrebbe indagare sul patogeno e sulla malattia, aiutare a trovare le migliori cure per le persone con sintomatologia severa, ricercare le migliori terapie e i possibili vaccini. E questo mi pare stia accadendo.
Inoltre, le scienze statistiche dovrebbero stratificare la popolazione infetta per capire le correlazioni tra caratteristiche demografiche e sociali e sensibilità all’infezione, così da individuare i cluster dei portatori, dei potenziali positivi e delle persone a maggior rischio. Ancora, gli istituti di statistica in cooperazione con i centri di studio economici e sociali dovrebbero identificare azioni mirate di sostegno finanziario, elaborati sulla base della conoscenza dei sistemi di filiera e delle reti produttive e commerciali, oltre che su valutazioni di carattere sociale e dunque adatte a prevenire i rischi di uno sfaldamento delle sottoclassi economiche e lavorative.

Il sistema sanitario nazionale dovrebbe attuare le migliori politiche sanitarie per massimizzare l’offerta di posti letto adeguati (e questo in Italia è stato fatto abbastanza bene anche se con qualche ritardo e imprecisione), applicare i migliori standard terapeutici, permettere la sperimentazione clinica a supporto della ricerca, e soprattutto dotare tutto il personale di dispositivi di protezione adeguata e di verifiche periodiche della positività all’infezione.

Il sistema di prevenzione dovrebbe individuare le categorie a rischio e i potenziali portatori asintomatici o pauci-sintomatici, e di conseguenza attuare politiche di contenimento, informazione e distanziamento sociale specifico (che non è il lock-down totale e generalizzato). Ad esempio sarebbe utile isolare in modo differenziato e quindi proteggere gli individui a rischio maggiore (anziani e ammalati) dai portatori (giovani). Inoltre il sistema di prevenzione dovrebbe attuare campagne intensive di screening per conoscere meglio lo stato dell’epidemia e decidere azioni mirate su cluster sociali e areali geografici definiti…

La politica dovrebbe attuare misure di supporto economico specifiche sulla base di misuratori precisi per concentrare le risorse sui settori maggiormente a rischio e di più elevato impatto lavorativo e sociale, e introdurre normative di sicurezza e prevenzione in ambito lavorativo e di fruizione dei servizi pubblici e commerciali adeguate al rischio biologico in corso.

Purtroppo abbiamo invece notato che alcuni paesi hanno agito con grave ritardo e stanno pagando un costo molto elevato. Italia, Spagna, Francia ed altri hanno atteso nell’indecisione senza mettere in atto misure preventive di sorta per troppi mesi. Nel caso italiano, oltre a silenziare colpevolmente le prime avvisaglie producendo il disastro delle RSA lombarde, sono state attuate misure di ospedalizzazione indiscriminata per tutti i positivi, contro le indicazioni e le best practice internazionali (e a mero vantaggio economico delle strutture private) e senza promuovere adeguate azioni di rafforzamento delle attività di prevenzione e cura (terapia intensiva).

Un’ultima considerazione.
Come si diceva, da più parti ci viene ripetuto che conviveremo per un periodo abbastanza lungo col virus CoV-19 e che la malattia si ripresenterà con altre ondate. Avere accettato un modello basato sul lock-down indifferenziato e prolungato costituisce un grave pericolo. Il costo che paghiamo in termini di decessi e di dissesto economico può essere un unicum nella storia dal quale, si spera, ci riprenderemo con tanta fatica e dolore. Pensare che il governo, memore dell’accaduto, possa ripetere questo modello ad ogni futura avvisaglia pandemica produce troppa incertezza per il futuro. E sappiamo bene che la percezione del rischio rende i sistemi economici e sociali fortemente predatori, instabili e a rischio democratico. Una prospettiva davvero inaccettabile.

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