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Allentare la pressione fiscale è necessario, ma bisogna chiedersi a chi vanno i benefici e su chi ricadono i sacrifici. La giustizia fiscale deve tutelare chi vive del proprio lavoro e di una pensione. Va salvaguardato il lavoro e non la rendita
Le tasse non sono soltanto un prelievo dalle tasche dei cittadini ma sono, o dovrebbero essere, uno strumento di solidarietà e di giustizia sociale. Attraverso il contributo di ciascuno, secondo le proprie possibilità, si finanziano la sanità pubblica, la scuola, le pensioni, i servizi sociali, la sicurezza e tutte quelle prestazioni che garantiscono diritti e opportunità.
Non è un principio ideologico, ma un principio costituzionale. L’articolo 53 della nostra Costituzione stabilisce che tutti devono contribuire alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario deve essere progressivo.
In parole semplici: chi ha di più deve contribuire maggiormente, mentre chi ha meno deve poter contare su maggiori tutele.
È proprio partendo da questo principio che occorre guardare alla legge di Bilancio 2027 e alle scelte del Governo. Perché, al di là degli annunci e delle dichiarazioni di sostegno ai redditi, bisogna capire chi beneficia realmente delle misure previste e chi, invece, rischia ancora una volta di restare indietro.

Tagli fiscali: i benefici non arrivano a tutti allo stesso modo
Il Governo presenta la manovra come un intervento a sostegno dei redditi, del lavoro e della crescita ma, a ben guardare, non tutte le misure producono gli stessi effetti e non tutti i cittadini ne beneficiano nella stessa misura. La riduzione dell’IRPEF può rappresentare un vantaggio per una parte dei contribuenti, ma i benefici maggiori tendono a concentrarsi sui redditi medio-alti.
Chi percepisce uno stipendio modesto, invece, continua spesso a fare i conti con difficoltà quotidiane che qualche piccolo risparmio fiscale non è certo in grado di risolvere. Per la maggioranza dei cittadini non sono pochi euro in meno di prelievo fiscale a cambiare la vita, ma la presenza e l’efficienza dei servizi sociali e sanitari sul territorio.
Anche le agevolazioni previste per il lavoro autonomo sollevano interrogativi sull’equità del sistema. Non si tratta di contrapporre lavoratori autonomi e dipendenti, ma di chiedere che a parità di capacità economica corrispondano condizioni fiscali equilibrate.
Il problema è sempre lo stesso: non possiamo parlare di giustizia fiscale se i vantaggi vengono distribuiti in maniera diseguale e se a sostenere maggiormente il peso del sistema continuano a essere coloro che hanno meno possibilità di sottrarsi al prelievo.
Il sistema di flat tax e una tantum per molti autonomi li pone in una condizione di privilegio rispetto al lavoro dipendente e, ancora una volta, favorisce i redditi più alti.

Pensionati e lavoratori: il peso delle difficoltà quotidiane
Particolarmente preoccupante è la situazione dei pensionati.
La riduzione della rivalutazione rispetto all’inflazione per gli assegni pensionistici superiori a determinate soglie significa, concretamente, una minore tutela del potere d’acquisto.
Non dobbiamo dimenticare che una pensione non è una concessione dello Stato. È il risultato di una vita di lavoro, di sacrifici e di contributi versati. Eppure, oggi, la maggior parte dei pensionati deve fare i conti con l’aumento delle spese alimentari, delle bollette, degli affitti, dei farmaci e delle prestazioni sanitarie sempre più difficili.
Anche una rivalutazione inferiore all’inflazione, anno dopo anno, può determinare una perdita significativa del valore reale della pensione.
C’è poi un aspetto che troppo spesso viene dimenticato: molti pensionati aiutano economicamente figli e nipoti, sostengono le famiglie in difficoltà e rappresentano un punto di riferimento fondamentale per il nostro sistema sociale. Indebolire il loro potere d’acquisto significa quindi colpire anche una parte importante dell’economia e della solidarietà familiare.
Dobbiamo essere anche onesti intellettualmente: non ci si può inventare ogni anno quote per l’uscita anticipata verso la pensione, mentre non si vuole affrontare il tema delle più giovani generazioni che non riusciranno ad avere una pensione dignitosa.
Non meno difficile è la condizione dei lavoratori dipendenti. Chi vive di stipendio ha margini di manovra limitati: non può decidere autonomamente quanto guadagnare e non può trasferire su altri l’aumento dei propri costi. I salari continuano a scontare anni di perdita del potere d’acquisto, mentre gli aumenti contrattuali spesso arrivano in ritardo rispetto al costo della vita. Gli interventi fiscali possono offrire un aiuto, ma non risolvono il problema di fondo: retribuzioni che, per troppe persone, non garantiscono più una condizione economica sufficientemente dignitosa.
La questione, dunque, non è mettere pensionati contro lavoratori, né dipendenti contro autonomi. È chiedere perché chi vive di redditi fissi continui a essere così poco tutelato e perché le politiche economiche non riescano a dare risposte adeguate a queste difficoltà.
L’evasione fiscale: una questione di giustizia
C’è poi un problema che non può essere ignorato: l’evasione fiscale.
Non è accettabile chiedere ulteriori sacrifici a chi paga regolarmente le tasse, rispetta le scadenze e contribuisce ogni mese alle entrate dello Stato, mentre una parte della ricchezza prodotta continua a sottrarsi al proprio dovere fiscale.
La lotta all’evasione non è soltanto una questione di recupero di risorse. È soprattutto una questione di equità e di rispetto nei confronti di milioni di cittadini che fanno fino in fondo la propria parte.
Ogni imposta evasa riduce le risorse disponibili per tutti oppure finisce per aumentare il peso che ricade sui contribuenti onesti.
Per questo servono controlli efficaci, strumenti adeguati e la volontà politica di contrastare davvero chi evade. È bastato collegare il Pos al registratore di cassa e sono magicamente arrivati più di 13 miliardi di imponibile.
Non si può continuare a intervenire soprattutto su stipendi e pensioni, che sono redditi facilmente individuabili e tassati alla fonte, senza affrontare con altrettanta determinazione le altre forme di evasione.

Quale idea di società vogliamo?
In fondo, il problema della manovra non riguarda soltanto le aliquote fiscali o le percentuali di rivalutazione delle pensioni. Riguarda l’idea di società che vogliamo costruire.
Una politica fiscale non è mai neutrale. Le sue scelte stabiliscono chi viene tutelato, chi beneficia delle agevolazioni e chi è chiamato a sostenere i sacrifici.
Non siamo contrari alla riduzione delle tasse. Al contrario, alleggerire il carico fiscale su lavoratori e famiglie è un obiettivo importante e necessario. Ma non possiamo considerare equa una politica economica che offre vantaggi ad alcune categorie e, contemporaneamente, riduce le tutele di una parte dei pensionati e non affronta in maniera adeguata il problema dei salari insufficienti.
Non basta invocare la necessità di contenere la spesa pubblica. Bisogna spiegare perché i sacrifici debbano ricadere ancora una volta su persone che hanno già poche possibilità di difendersi dall’aumento del costo della vita.La legge di Bilancio è un’occasione per compiere scelte che abbiano un significato concreto nella vita delle persone. Per questo il confronto parlamentare non dovrebbe limitarsi alla ricerca delle coperture economiche, ma dovrebbe interrogarsi soprattutto sulle conseguenze sociali delle decisioni assunte.
Una società si misura anche da come tratta i suoi anziani, da quanto riconosce il valore del lavoro, da come sostiene le famiglie e da quanta attenzione riserva a chi rischia di rimanere indietro.
Infine, se vogliamo che la società cresca che offra maggiori diritti e sicurezza non possiamo privilegiare le rendite, ciò che immobilizza la società, ferma l’ascensore sociale, si deve intervenire aiutando chi produce ricchezza con il lavoro e l’occupazione, chi investe nel futuro e nel progresso collettivo.
La giustizia fiscale non si misura da quanto un Governo promette di tagliare le tasse, ma da come distribuisce i benefici e i sacrifici tra i cittadini.
È questo il principio che dovrebbe guidare ogni scelta economica: chiedere a ciascuno secondo le proprie possibilità e garantire a tutti condizioni di vita dignitose.
Non è una richiesta di privilegio. È il significato più profondo dell’articolo 53 della nostra Costituzione ed è ciò che rende una società più giusta per tutti. Da qui che dovrebbe partire una politica economica realmente attenta alle persone, al lavoro e alla coesione sociale.