di Ugo Poli.
Non è una compassionevole “operazione nostalghia” ricordare la figura di Gianluigi Brusadin, universalmente conosciuto con il cognome, (tipicamente veneto), ma del quale nessuno conosceva il nome frutto dell’elisione di quelli dei genitori Giovanna, sarta (Panciera, cugina dei gelatieri di Grado) e Luigi, barbiere e rilegatore nella Spaccanapoli della piccola capitale del Cadore, Belluno in via Mezzaterra.
Classe 1926, Brusadin a soli 17 anni aderirà alla Resistenza, non nell’epica, convenzionale narrazione della montagna rifugio/base partigiana, bensì in città, da casa, con un ricetrasmettitore britannico con cui segnalerà agli alleati il posizionamento delle forze tedesche (alternatesi a Belluno nell’ambito dell’Operationszone Alpenvorland – Zona di Operazioni Prealpi, con i battaglioni del SS-Polizeiregiment “Bozen”, in precedenza di stanza a Roma e noto per l’attacco subito in Via Rasella, e da ultimo con un “Kampfgruppe” della Wehrmacht), che erano prossime all’abbattimento dei ponti e del centro storico della cittadina per vendetta ultima, fare terra bruciata. La triangolazione funziona e l’US Air Force con interventi mirati che preservano i civili, arresta in extremis la devastazione.
Dopo la guerra l’impegno di promozione culturale a livello popolare trova in Brusadin una risorsa perfetta. Ha fatto Magistrali, Accademia e Architettura a Venezia (che non ha ultimato); è stato redattore de L’Unità a Belluno fino al 1957, quando, dopo aver iniziato la campagna contro la costruzione della diga del Vajont, lascia la redazione alla coetanea Tina Merlin, che la continuerà fin dopo la tragedia; è fresco di formazione politica e gestionale alla Direzione de l’Unità a Milano: la distribuzione e la vendita del giornale nel Triveneto sono il motivo del suo arrivo a Trieste. Ma della città si era già innamorato anni prima, durante la regia del suo filmato propedeutico, intitolato “Dalle rotative al Popolo”, che dopo la sua presentazione da parte di Gianni Cuperlo e lo straordinario successo al Festival nazionale de l’Unità di Pesaro, il critico cinematografico Sergio Germani Grmek esalterà a Ferragosto 2007 su “il manifesto” titolando “Scoperto a Trieste, pasolinismo prima di Pasolini”.
Quando arriva a Trieste Brusadin non ha una casa; chiede aiuto al suo Partito e gli viene proposto di coabitare in un grande appartamento di Viale XX Settembre dove vive sola una donna straordinaria, Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia, deportata ad Auschwitz, n. 81672. Nasce l’amore, il figlio Gianni, e l’impegno comune nella divulgazione culturale con l’apertura della prima agenzia libraria degli Editori Riuniti, in seguito DI. LI. AS. (Distributori Libri Associati), promotore della circolazione in Trieste delle edizioni Boringhieri, Einaudi, Laterza e di altre ancora. In un’ala indipendente del grande appartamento di Viale XX Settembre hanno anche lo studio i pittori Livio Rosignano e Sabino Coloni.
Nell’estate del 1966 la libreria trasloca in via Battisti 4 e tre anni dopo in via Battisti 8, condividendo i locali con l’ANPI e con il neonato Circolo dei Giovani Ho Chi Min, finché l’ANPI finisce “indesiderata” da proprietario, condomini e amministrazione. Fu così che Brusadin e Ondina decidono di dichiarare a loro volta “indesiderato” quel palazzo e individuano in una palazzina di via Crispi 3, appena edificata dall’ing. Zelco, un imprenditore di solida visione democratica, la nuova sede comune. Qui trova il suo primo recapito anche la neocostituita Confesercenti di Trieste. Anche se la vita non è proprio tranquilla: due anni dopo una rapina notturna nel 1971, la libreria e la contigua sede dell’ANPI subiscono anche un attentato incendiario di mano fascista.
Il Brusadin che tutti hanno conosciuto spicca per pacatezza e brillantezza intellettuale. Ogni libro proposto viene prima letto. Essere il concessionario di edizioni scientifiche come Bollati Boringhieri, Lerici, ecc., lo favorisce nei rapporti con i gruppi intellettuali più dinamici.
L’intero pool basagliano acquista libri a rate da Brusadin. È un mondo che si sta aprendo. Assieme a Ondina le apparenti amenità dei comprensori psichiatrici rivelano spietati trattamenti in uso sui ricoverati, che sono affini al suo indelebile bagaglio marchiato Auschwitz. Ed appare anche ad entrambi “l’innoquità dei più ricoverati, celebrati per innata violenza, in verità affranti e curiosi da anni di reclusione”.

Nella frequentazione di attori in scena nei teatri triestini diviene amico di Gian Maria Volontè, che incontra anche ad ogni passaggio capitolino presso gli Editori Riuniti e la DI.LI.AS in via Sardegna 50 o nelle serate a casa dei genitori di Giuliano Ferrara e di Achille Ochetto.
Ma questo agente librario che a Trieste, nel crogiuolo proletario degli anni “60 e “70, non parla il dialetto, avvicina, dopo qualche titubanza, anche i più ruvidi portuali. Il suo tratto di stridente signorilità espressiva, che mantiene con tutti e chiunque, coglie e affascina l’interlocutore.
La naturalezza di un inatteso e rispettoso approccio è la chiave che per molti anni accompagna Brusadin (e spesso il banco dei suoi libri) in fabbriche, Festival de l’Unità, case del popolo e che instaura rapporti di fiducia con realtà culturali apparentemente distanti, che con lui si sentono comprese e gratificate. La sua missione di post-alfabetizzazione si traduce nel costante esercizio di stimolo alla lettura, e all’acquisizione del suo strumento d’elezione, il libro.
Per chi lo ricorda ormai dopo molti anni dalla sua scomparsa, Brusadin mantenne semplicemente il suo tratto, la sua sobria affabile cortesia in ogni contesto e situazione, caratteristiche che non lo assimilavano alla funzione di educatore scolastico di un Alberto Manzi, ma piuttosto alla figura ed al metodo di Basaglia, come lui veneto, come lui giovane partigiano, come lui intellettuale calato in una missione che lo assorbirà per tutta la sua breve vita, come lui, morto prematuramente causa neoplasia cerebrale.
Sorrideva Brusadin riguardo la sua data di nascita, stilata il 1° ottobre, cent’anni fa, ma in realtà del 29 settembre, posticipata dai genitori in funzione di una eventuale chiamata alle armi. Papà Luigi, Ragazzo del ’99, Croce al Merito, Cavaliere di Vittorio Veneto, aveva bene a mente l’Adamello, e la pipì a turno sulla mitragliatrice incandescente …
Trieste, 29 settembre 2026