di Massimo Bulli.
Che cosa lega due episodi apparentemente distanti come l’intitolazione di un aeroporto allo scomparso Berlusconi e la consegna di premi a Wanna Marchi e Stefania Nobile in una cornice prestigiosa come il Campidoglio?
La intitolazione dell’aeroporto è una vicenda istituzionale, approvata e fortemente sostenuta dal Governo in carica, proposta inizialmente dalla Regione Lombardia e formalizzata dal Consiglio di Amministrazione dell’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) con il successivo via libera del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, mentre il premio consegnato a Wanna Marchi e figlia non lo è; si è trattato infatti di una manifestazione privata che, sebbene si sia svolta al Campidoglio, nel quale è stata affittata una sala, non risulta riconducibile al Comune di Roma o ad altro Ente istituzionale.
Un premio letterario ideato dall’editore Ferri insieme al presidente Silvestro Mucillo, arrivato nel 2026 soltanto alla sua seconda edizione, con la partecipazione di un paio di centinaia di persone, quindi una manifestazione privata con limitato seguito. La presenza nella sala della Protomoteca, quindi, non significa che Wanna Marchi e Stefania Nobile abbiano ricevuto un’onorificenza ufficiale da Roma Capitale. Il Campidoglio dispone infatti di una procedura per la concessione delle proprie sale anche a soggetti esterni, a pagamento. Però va detto che il Comune ha stabilito che chi vuole utilizzare questi spazi deve presentare una richiesta corredata, tra le altre cose, da una descrizione dei contenuti dell’evento, dei relatori, dei partecipanti e della scaletta degli interventi.
Quindi il Comune, seppure non direttamente interessato al premio, ha peccato, a mio avviso, a livello etico, per non avere posto un veto che sarebbe stato quantomeno opportuno.
Perché ospitare personaggi del genere, con il loro passato, anche giudiziario, turbolento e molto lontano da un contegno corretto ed etico, in un luogo pubblico così prestigioso pone un problema morale, anche per la vasta eco e l’equivoco generati dalla vicenda.
Un problema morale molto simile a quello dell’intitolazione di un aeroporto a un personaggio estremamente controverso, coinvolto in oltre trenta procedimenti giudiziari, molti dei quali terminati con prescrizione o amnistia, riguardanti accuse come corruzione, finanziamento illecito ai partiti e rapporti con la mafia nelle fasi iniziali delle sue attività imprenditoriali, che molti considerano ombre irrisolte della sua ascesa economica e politica, condannato nel 2013 in via definitiva per frode fiscale e che ha avuto comportamenti morali estremamente ambigui. Ricordiamo i famosi bunga bunga, le cosiddette cene eleganti, le olgettine, il caso Ruby, le frequentazioni con minorenni che sembra siano state alla base anche del suo divorzio dalla moglie.
Qui, quindi, il legame tra due episodi, forse apparentemente poco attinenti, che in comune hanno lo scalpore che hanno destato, sollevando l’interrogativo di come sia possibile e perché si sia sentito il bisogno di abolire la morale comune ed esaltare in questo modo figure così controverse.
E di perché, in generale, nel nostro tempo sembra progressivamente venir meno la necessità di distinguere tra ciò che è semplicemente lecito e ciò che è anche moralmente e socialmente opportuno.
Qualcuno ha detto che il potere, così come viene esercitato oggi in Italia, non si limita ad abolire tutte le regole, ad applicare le Leggi solo agli “altri” e interpretarle per i propri amici, ad abolire ogni etica ed ogni morale, a usare la cosa pubblica come fosse proprietà privata, a manipolare l’informazione per inventare improbabili propri successi e denigrare gli avversari politici sul piano personale.
Il potere, così come viene esercitato oggi in Italia, ha bisogno di esibire il proprio strapotere, gettare in faccia a tutti la propria prepotenza e la propria impunità, ha bisogno di percepire il proprio potere nel modo esattamente contrario di come sarebbe morale ed etico, non cioè ricercando l’elevazione del livello culturale, etico e morale della popolazione, ma abbassandolo e riconducendolo alla legge del più forte.
Non cercando di formare cittadini consapevoli, ma circondandosi di sottoposti, plaudenti, cortigiani e personaggi pronti a seguire il potente, raccogliendone le briciole e confidando nelle promesse di future glorie e nelle conseguenti ricompense.
Per fare questo bisogna abbassare o annullare lo morale corrente.
Occorre distruggere i valori riconoscibili, i punti di riferimento della morale, cambiare le regole del gioco, mettere tutto in discussione. Occorre far passare il messaggio che il mondo appartiene ai furbi, ai forti, ai potenti; che la solidarietà, la condivisione e l’inclusione sono cose da perdenti; che non esiste una giustizia diversa da quella a geometria variabile di chi detiene il potere.
Allo stesso modo in cui i barbari distruggevano ciò che non riuscivano a comprendere e trasformavano in stalla i palazzi conquistati, cancellando anche i simboli del potere precedente, così questi nuovi barbari sembrano voler distruggere i valori di riferimento positivi per sostituirli con i propri disvalori.
Si intitola un aeroporto a un personaggio condannato in via definitiva per frode fiscale, mentre altri aeroporti italiani portano i nomi di magistrati antimafia, di un Presidente della Repubblica partigiano, di insigni scienziati, artisti e di un Papa.
Il problema, allora, non è soltanto il nome scritto sulla facciata di un aeroporto.
È il significato che attribuiamo alla parola “riconoscimento”.
Perché la celebrazione pubblica di una figura tanto controversa rischia inevitabilmente di togliere valore e dignità anche ai riconoscimenti attribuiti a persone che hanno rappresentato, nella percezione collettiva, ben altri livelli di impegno civile, culturale, scientifico o morale.
E rischia di uccidere, poco alla volta, il senso stesso della giustizia.
Dimostra che non esiste più alcun limite, alcun rispetto, alcuna necessità di confrontarsi con un’etica condivisa. E sostituisce progressivamente i valori positivi con la celebrazione della mediocrità, dell’opportunismo, del familismo, del nepotismo e del favoritismo.
Una logica che ricorda, per certi aspetti, quella mafiosa: non perché ogni comportamento di questo genere sia criminale, naturalmente, ma perché mette al centro il rapporto personale con il potente, la fedeltà al gruppo, il favore ricevuto e quello atteso.
Si propone così una società nella quale i valori non sono più considerati principi, ma strumenti. Non sono assoluti: vengono stabiliti da chi comanda e modificati quando serve.
È una logica pericolosa. Perché porta alla dissoluzione della società faticosamente costruita nei decenni sulla base delle terribili esperienze del passato e apre la strada a una società brutale, fondata sulla forza, sul potere e sulla sopraffazione.
E tutto questo passa anche attraverso le piccole cose.
Attraverso episodi che dovrebbero celebrare l’onestà, l’impegno, l’ingegno e il merito e che invece finiscono per celebrare l’opportunismo e la furbizia.
Passa attraverso la complicità di un popolo assuefatto, che rifugge ogni impegno e segue ogni pifferaio magico capace di promettere un paradiso in terra fatto di soluzioni semplici per problemi complessi.
Un pifferaio che, per ogni problema, non propone una soluzione, ma un capro espiatorio.
E che assolve tutti da ogni peccato, anche da quelli che non hanno ancora commesso.
E così sia.
Sic transit gloria mundi.