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La Serbia e i suoi eterni fantasmi

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Di Stefano Pizzin.

Ancora una volta i serbi si trovano davanti alla scelta tra la realtà e l’illusione tossica del nazionalismo

Belgrado, un pomeriggio di settembre, sotto la pensilina della stazione ferroviaria, una struttura anonima, come tante, cemento e acciaio senza nulla di rimarchevole, un capannello di studenti distribuisce volantini a passanti. È un’immagine che si ripete da quasi due anni: da quando, un centinaio di chilometri più a nord, nella stazione di Novi Sad, nella regione autonoma della Vojvodina, un’altra pensilina è crollata uccidendo sedici persone e portandosi via, insieme alle macerie, l’ultimo barlume di normalità del Paese che fatica, ancora oggi, a digerire le scorie dei secoli passati. Da allora istituzioni e società hanno iniziato a muoversi a due velocità opposte: quella della giustizia, le cui indagini sul crollo avanzano con la lentezza esasperante di un carro impantanato nel fango e quella febbrile della piazza che vuole giustizia e un nuovo governo.

Per capire come un tetto caduto a Novi Sad sia bastato a incrinare un potere che sembrava di granito, però, occorre risalire più indietro. Occorre tornare alla fine della Jugoslavia, quando la Serbia, erede riluttante e insieme rivendicativa di un progetto multinazionale naufragato nel sangue, ha imparato che il nazionalismo, somministrato in dosi crescenti per rammendare un’identità smarrita, dà euforia e dipendenza. Slobodan Milošević ne è stato lo spacciatore principale per tutti gli anni Novanta, e quando Belgrado si liberò di lui, nell’ottobre del 2000, sull’onda delle proteste guidate dal movimento giovanile Otpor, si pensò, molto ingenuamente, che la febbre nazionalista si fosse finalmente placata. L’assassinio del premier riformista Zoran Đinđić, tre anni dopo, per mano di reti criminali intrecciate con i vecchi apparati di sicurezza, ha mostrato che la malattia era rimasta in circolo nella politica e nella società, pronta a mangiarsi il corpo di una nazione già debilitata.

La ricaduta ha un nome e un volto, ed è quello di Aleksandar Vučić: ministro dell’Informazione durante le guerre balcaniche al fianco dell’ultranazionalista Vojislav Šešelj, riconvertitosi poi, con notevole disinvoltura, in moderno europeista. Dal 2012, Vučić ha costruito un potere personale che ha attraversato tutte le caselle istituzionali: vicepremier, premier, presidente, senza mai perdere la presa, complice un sistema mediatico addomesticato e una macchina clientelare capillare, soprattutto nelle campagne e nelle piccole città dove l’opposizione fatica a farsi sentire. La sua presidenza è stata per oltre un decennio un esercizio di equilibrismo: da un lato la retorica dell’adesione all’Unione europea, obiettivo dichiarato fin dallo status di Paese candidato ottenuto nel 2012, dall’altro pulsioni autoritarie sempre meno mascherate e un’amicizia con Mosca che Bruxelles ha tollerato con la pazienza di chi spera che il tempo risolva da sé i problemi che non vuole affrontare. Vučić non ha mai allineato Belgrado alle sanzioni contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, ha continuato a comprare gas e armamenti dal Cremlino, oltre ad aver coltivato con Pechino un rapporto che Xi Jinping, in visita a Belgrado nel 2024, ha definito di “acciaio”.

Sopra tutto questo, come una ferita che si riapre ogni volta che qualcuno la tocca, resta il Kosovo: indipendente dal 2008 ma non riconosciuto da Belgrado, e nemmeno da cinque Stati membri dell’Unione, il che permette a entrambe le capitali di scaricare sull’altra la colpa dell’impasse, mentre il dialogo mediato da Bruxelles procede a singhiozzo da oltre un decennio senza un accordo definitivo. Per Vučić il Kosovo è utile due volte: come piaga da esibire ai nazionalisti interni ogni volta che serviva ricompattare la base elettorale, e come merce di scambio con Bruxelles. Una gestione cinica, dove tutto, europeismo, nazionalismo, progressismo (il partito di Vučić si chiama, con ironia involontaria “progressista”) è finalizzato al mantenimento del potere del presidente e del suo clan.

A complicare gli equilibri di Vučić è arrivata, in aprile, la caduta di Viktor Orbán in Ungheria, sconfitto dopo sedici anni di potere dal partito centrista di Péter Magyar. Orbán era per Vučić l’alleato più prezioso nel cuore dell’Unione, lo scudo che a Bruxelles rallentava ogni tentativo di mettere sotto pressione Belgrado sui diritti civili o sullo stato di diritto. Con Budapest ora ritornata europeista, il presidente serbo è rimasto più solo di quanto non fosse da tempo, e la solitudine, in politica, ha la pessima abitudine di fare commettere qualche sciocchezza, come quella puntualmente arrivata poche settimane fa con i funerali di Stato per il boia di Srebrenica, Ratko Mladić. Vučić non si è esposto, ha lasciato fare, per calcolo e perché i voti dei nazionalisti contano più di quello che hanno visto le opinioni pubbliche europee: una Serbia che non riesce a liberarsi della sua storia peggiore.

Torniamo allora al primo novembre 2024: nella stazione ferroviaria di Novi Sad crolla una pensilina in cemento, costruita, ristrutturata e certificata attraverso una filiera di appalti che gli inquirenti indipendenti definiscono opaca, il governo regolare e i cittadini marcia; nel crollo muoiono sedici persone, in gran parte giovani. Da lì parte una mobilitazione difficile da inquadrare nelle categorie consuete: non è la classica protesta di piazza con leader riconoscibili e rivendicazioni negoziabili, ma un movimento orizzontale, organizzato per plenum studenteschi nelle università occupate, che chiede innanzitutto verità sul disastro e, da lì, allarga il bersaglio alla corruzione sistemica che quella pensilina crollata rappresenta plasticamente. Il 15 marzo 2025 Belgrado vede in piazza qualcosa come trecentomila persone, la manifestazione più grande della storia recente del paese e un anno dopo i numeri sono ancora imponenti. Al fianco della battaglia anticorruzione cresce, saldandosi ad essa, la questione ambientale: il progetto di miniera di litio nella valle dello Jadar, con la multinazionale Rio Tinto, che dopo anni di pressioni e proteste locali ha messo in pausa gli investimenti a fine 2025, ma non ha abbandonato l’interesse per una delle zone agricole più fertili del paese, diventa il secondo fronte di un’unica insofferenza verso un potere che i giovani serbi accusano di vendere il futuro del Paese al miglior offerente. E che sia Mosca, Pechino o Bruxelles, alla fine, poco importa.

Messo alle strette da quasi due anni di piazze che non si stancano, Vučić ha scelto una mossa spericolata: ha sciolto il Parlamento e convocato elezioni anticipate per il 25 ottobre 2026, annunciando l’intenzione di lasciare la presidenza, la cui scadenza naturale sarebbe arrivata solo nel 2027 e alla quale non avrebbe potuto più ricandidarsi, per guidare personalmente la lista di coalizione battezzata, ancora una volta con una scelta del nome di impareggiabile comicità: “Serbia Unita”. Al momento in cui scrivo le dimissioni non sono ancora formalmente avvenute, ma dovrebbero avvenire in questi giorni. Una mossa che è insieme resa e scommessa: resa perché ammette implicitamente che la presidenza, ridotta a bersaglio quotidiano delle proteste, non è più la casella giusta da cui governare; scommessa perché punta a rivincere lo stesso duello sotto mentite spoglie istituzionali, sperando che l’apparato di Stato, media e sussidi elettorali erogati con tempismo sospetto, bastino ancora a compensare l’erosione del consenso nelle città.

Di fronte a lui, per la prima volta, il movimento studentesco si presenta come soggetto elettorale autonomo, con la lista “Gli studenti vincono”: duecentocinquanta candidati, nessuna coalizione formale con i partiti tradizionali, e la pretesa di rappresentare non una parte ma l’intero corpo civile del paese, “studenti, professori, lavoratori, contadini, pensionati”, per usare le parole con cui viene riassunto lo spirito della lista. È qui, però, che la storia si complica e perde la comodità della favola dei buoni contro i cattivi, per tornare al solito contraddittorio grumo di storia tipico dei Balcani. Il fronte anti-Vučić che si va formando attorno alla lista studentesca è tutt’altro che omogeneo: da una parte liberali, sinistra, ed europeisti che sperano di intercettare, assieme agli studenti, un elettorato urbano e filo-occidentale, dall’altra formazioni conservatrici, persino monarchiche, e schegge di destra nazionalista che di Vučić contestano non l’autoritarismo ma, semmai, l’insufficiente durezza sulle questioni identitarie o sul Kosovo. Dentro la galassia studentesca stessa convivono anime europeiste e sensibilità più prudenti sulla sovranità nazionale, sinistra ambientalista e destra libertaria, in un’alleanza tenuta insieme più dall’avversario comune che da un progetto condiviso per il dopo. È la vecchia maledizione di ogni “fronte largo”: si vince, se si vince, unendo tutto ciò che si può, ma poi si scopre che per governare non basta soltanto avere lo stesso nemico.

Resta da capire, allora, cosa significherebbe davvero una vittoria degli studenti il 25 ottobre o, più realisticamente, anche solo un risultato che costringa Vučić e il suo partito a governare senza una maggioranza blindata. Significherebbe, nella migliore delle ipotesi, l’apertura di una stagione in cui la Serbia puotrebbe finalmente scegliere, con una classe dirigente meno impantanata nei favori reciproci, se stare davvero dentro il processo di adesione europea e prendere atto che l’ambiguità perenne tra Bruxelles, Mosca e Pechino non è più sostenibile. Ma significherebbe anche affrontare il rischio che la coalizione vincitrice si sfaldi alla prima prova di governo, lasciando il campo, un’altra volta, a un populismo nazionalista che si ripresenterebbe, magari con qualche volto nuovo, sempre uguale a se stesso.

Perché il punto, alla fine, è proprio questo, ed è la ragione per cui la vicenda serba meriterebbe più attenzione di quella riservata ai Balcani nell’immaginario europeo, di solito ridotti a nostalgia da cineclub, come se Emir Kusturica con il suo circo tragicomico di “Underground” avesse già detto tutto il necessario. La Serbia contemporanea non è minacciata da un nemico esterno, da un impero che complotta ai suoi confini, non ci sono i turchi, i russi, i tedeschi alle porte, tanto per richiamare tutte le minacce storiche che si evocano da quelle parti. La minaccia più seria abita dentro il corpo stesso della nazione: è quel tarlo nazionalista che Danilo Kiš descriveva come una forma di paranoia collettiva capace di travestirsi da orgoglio identitario; un virus che la Serbia post-jugoslava ha imparato a produrre in dosi variabili secondo la convenienza del momento, e che ogni classe dirigente, da Milošević a Vučić, ha finito per usare come malattia e terapia allo stesso tempo. Gli studenti di Belgrado e di Novi Sad, con tutte le loro contraddizioni, sono forse la prima generazione che ha capito che l’antidoto non può essere un nazionalismo più gentile o più europeo, ma la fine della dipendenza stessa. Resta da vedere se la Serbia, il 25 ottobre e negli anni a venire, avrà la forza di disintossicarsi o se, come troppe volte nella sua storia recente, preferirà ancora la comoda illusione della dose successiva e dell’ineluttabile fallimento.

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