Di Massimo Bulli.
Abbiamo letto i commenti apparsi sulla stampa locale sul primo giorno di scuola nelle primarie di Monfalcone.
Il tema dominante, nei racconti dei genitori riportati dai giornali, è quello dell’alta percentuale di alunni stranieri presenti nelle classi, che in alcuni casi arriverebbe all’80%, in evidente contrasto con il limite del 30% indicato dai decreti del ministro Valditara.
Da sottolineare è soprattutto il modo in cui la stampa ha scelto di raccontare questa situazione, dando particolare risalto ai commenti negativi di alcuni genitori italiani, sia nei confronti delle famiglie straniere, sia nei confronti di quelle famiglie italiane che “se ne vanno”, ovvero decidono di portare i propri figli a scuola nei Paesi vicini appunto per evitare classi con una forte presenza di alunni stranieri.
Nei resoconti non manca, ad esempio, il riferimento alla vicenda di una bambina che avrebbe pianto perché la sua amichetta bangladese non poteva indossare un costume di Halloween, in quanto considerato haram, cioè proibito dalla sua religione.
Un episodio evidentemente marginale, ma che viene utilizzato per suggerire il tema più ampio dell’impatto delle diverse appartenenze religiose ed etniche sulla vita quotidiana della scuola.
Su questo punto, però, vale la pena fare qualche riflessione.
In passato capitava di avere nella propria compagnia di amici qualcuno che, per ragioni religiose, non poteva partecipare ad alcune feste, tipicamente le feste di compleanno. Pensiamo, ad esempio, ai Testimoni di Geova.
Non ricordo, tuttavia, che episodi di questo genere finissero sui giornali come simbolo di emergenza sociale.
E, del resto, viene anche da chiedersi quanto sia davvero indispensabile trasformare Halloween in un terreno di confronto identitario. Non è una festa appartenente alla nostra tradizione, ma una ricorrenza importata, come tante altre, dalla cultura americana.
Forse sarebbe persino utile riscoprire le nostre tradizioni e, più in generale, insegnare ai nostri figli il rispetto delle convinzioni altrui, comprese quelle religiose, senza anteporre il consumismo alla comprensione e alla convivenza.
Il punto, però, è un altro.
La narrazione che emerge da una parte della stampa sembra rischiare di trasformare una questione complessa in una sorta di “guerra tra poveri”: la situazione delle scuole è colpa degli immigrati che arrivano o degli italiani che se ne vanno?
È una domanda fuorviante.
La realtà è che Monfalcone si trova a fare i conti con un fenomeno migratorio importante, concentrato in una città di dimensioni relativamente piccole e legato anche alle mutate politiche di gestione delle risorse umane di Fincantieri.
Di fronte a questa trasformazione, né l’Amministrazione comunale né il Governo hanno saputo mettere in campo una risposta strutturale adeguata. Sono mancate, o si sono rivelate insufficienti, politiche di integrazione e inclusione, così come strumenti di supporto alle scuole, ai servizi sanitari e più in generale ai servizi del territorio.
Oggi gli effetti di questa inerzia esplodono e si riversano sulle famiglie.
E alle famiglie, invece di indicare le responsabilità di chi avrebbe dovuto governare il cambiamento, si finisce per suggerire di prendersela le une con le altre: italiani contro stranieri, chi resta contro chi se ne va, una famiglia contro l’altra.
La vera questione dovrebbe essere invece quella delle responsabilità politiche e amministrative.
In primo luogo, per non aver saputo dialogare e gestire adeguatamente con Fincantieri gli effetti delle nuove politiche occupazionali sul territorio. E, successivamente, per non aver saputo attrezzare il territorio stesso ad affrontare le nuove esigenze determinate da una presenza migratoria così significativa.
È così che la politica, nel suo aspetto peggiore, finisce per entrare nella quotidianità delle famiglie e persino nelle aule scolastiche.
Eppure la scuola dovrebbe essere il luogo nel quale queste contrapposizioni possono essere superate, non alimentate.
Con mezzi sempre più limitati, la scuola continua a svolgere silenziosamente il proprio lavoro. Con la pazienza e la professionalità dei suoi operatori, cerca ogni giorno di ricucire gli strappi, di ridurre le distanze e di curare le ferite, per mantenere un clima di serenità negli ambienti di apprendimento.
Quegli stessi ambienti di apprendimento potrebbero fare moltissimo per l’integrazione e l’inclusione.
Eppure, nel mondo urlato, polarizzato ed estremo nel quale viviamo, sembrano ricevere sempre meno attenzione e rispetto.
La scuola è uno dei pochi strumenti che abbiamo per imparare a vivere insieme e, soprattutto, per imparare a vivere in pace.
Lasciamola in pace.