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Migranti, Europa, Italia: alcune domande e risposte

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di Redazione.

Ceuta, Schengen e Italia: una crisi migratoria o qualcosa di più?

Spain and Immigration:Lessons for Europe – NAOC

La vicenda di Ceuta, nelle ultime settimane, ha riportato al centro dell’attenzione una questione che riguarda non soltanto la Spagna e l’Italia, ma l’intera costruzione europea.

Ceuta è territorio spagnolo, quindi territorio dell’Unione Europea, ma si trova sulla costa africana, al confine con il Marocco.

È una delle frontiere esterne più particolari e delicate dell’Europa.

Ed è proprio da Ceuta che possiamo partire per cercare di capire una questione apparentemente semplice, ma in realtà molto più complessa.

Chi entra irregolarmente a Ceuta è automaticamente entrato in Europa e può quindi proseguire liberamente verso la Spagna e gli altri Paesi europei?

La risposta è no. Arrivare a Ceuta non significa essere liberi di andare in Europa. Questo è il primo punto che sarebbe importante chiarire. Ceuta fa parte della Spagna e Schengen si applica anche a Ceuta, ma esiste per questo territorio un regime particolare.

Chi entra irregolarmente a Ceuta non acquisisce automaticamente il diritto di raggiungere la Spagna continentale e, tantomeno, di circolare liberamente negli altri Paesi dell’area Schengen.

Quando si lascia Ceuta per raggiungere la Spagna peninsulare o altri Paesi Schengen sono infatti previsti controlli sull’identità e sui documenti. Questo significa che l’ingresso irregolare a Ceuta non equivale automaticamente alla possibilità di entrare e circolare liberamente nell’Europa continentale.

È una precisazione importante perché, nel dibattito politico, le frontiere vengono spesso rappresentate in modo molto più semplice di quanto siano nella realtà.

Perché allora l’Italia ha deciso di intervenire?

La questione è prettamente politica. A seguito della crisi migratoria di Ceuta, il Governo italiano ha deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli alla frontiera con la Spagna.

La motivazione ufficiale è stata quella di prevenire possibili movimenti secondari di migranti verso l’Italia, ma si tratta di una possibilità quasi inesistente. Chi entra irregolarmente a Ceuta non può semplicemente imbarcarsi e raggiungere liberamente la Spagna continentale e poi l’Italia. La decisione italiana, così, merita di essere valutata anche sotto il profilo della sua effettiva necessità e proporzionalità.

Una scelta politica?

Non dimentichiamo che i due Paesi sono oggi guidati da governi di orientamento molto diverso. In Italia governa una coalizione di destra guidata da Giorgia Meloni; in Spagna, un governo socialista guidato da Pedro Sánchez. Le divergenze tra i due governi su numerosi temi europei sono note.

Accanto a ciò, pare evidente che la scelta italiana risponda a esigenze interne e di propaganda. Un governo che arriva alla fine della legislatura stanco, senza avere portato a casa nessun risultato, in un Paese sfibrato da diseguaglianze sempre maggiori e impoverito, cavalca l’unico strumento elettorale che gli rimane: la paura dell’immigrazione.

E il nuovo sistema europeo dell’asilo?

C’è un altro elemento che rende la vicenda ancora più interessante. Per anni abbiamo parlato del “Regolamento di Dublino”, secondo il quale, in determinate circostanze, la responsabilità dell’esame di una domanda di asilo ricadeva sul Paese europeo di primo ingresso.

Dal giugno 2026 il sistema è cambiato. Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo ha sostituito il vecchio sistema di Dublino con nuove regole che stabiliscono quale Stato debba essere responsabile della domanda di protezione internazionale.

Ma il principio della responsabilità del Paese di ingresso non è scomparso. Questo significa che, se una persona entra nell’Unione attraverso la Spagna e successivamente arriva in Italia chiedendo asilo, può certamente essere previsto il trasferimento verso la Spagna qualora, secondo le nuove regole, sia questo il Paese responsabile.

Ciò non significa che l’Italia possa automaticamente respingere chiunque sia arrivato dalla Spagna. Occorre verificare la situazione individuale, stabilire quale Stato sia effettivamente responsabile e rispettare le garanzie previste dal diritto europeo. È una distinzione fondamentale.

Respingere, rimpatriare, trasferire: non sono la stessa cosa, anche se nel linguaggio politico e giornalistico queste situazioni vengono spesso confuse.

Una cosa è il respingimento alla frontiera, un’altra è il rimpatrio verso un Paese che non appartiene all’Unione Europea e un’altra ancora è il trasferimento di una persona verso un altro Stato europeo che, secondo le regole dell’Unione, risulta responsabile della sua domanda di asilo. Confondere queste tre situazioni porta inevitabilmente a semplificare un problema che semplice non è.

Il nuovo sistema europeo non dà quindi all’Italia una sorta di “licenza di respingere”. Stabilisce invece procedure attraverso le quali deve essere individuato lo Stato responsabile e, quando ne ricorrono le condizioni, può essere effettuato un trasferimento.

Ma allora il problema è soltanto migratorio?

Probabilmente no. La decisione italiana di reintrodurre i controlli alla frontiera con la Spagna non riguarda soltanto l’immigrazione.

Riguarda anche Schengen e il futuro dell’integrazione europea.

Schengen non è semplicemente la possibilità per un cittadino italiano di andare in Spagna senza mostrare il passaporto.

È uno dei risultati più concreti del processo di integrazione europea. Significa che gli Stati membri hanno deciso di eliminare, almeno in larga parte, i controlli alle proprie frontiere interne perché hanno scelto di condividere uno spazio comune.

Naturalmente, gli accordi prevedono la possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli in determinate situazioni. Il problema nasce quando una misura concepita come eccezionale rischia di diventare una risposta sempre più frequente alle crisi.

Vi è il rischio dell’effetto domino?

Se uno Stato europeo ripristina i controlli nei confronti di un altro Stato, quest’ultimo può reagire e, se questo comportamento si diffonde, rischiamo di assistere a un vero e proprio effetto domino. Una frontiera viene controllata. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.

E quello che era nato come uno spazio europeo senza frontiere interne rischia lentamente di trasformarsi in una somma di Stati che tornano a proteggersi gli uni dagli altri. È un rischio che non riguarda soltanto i migranti. Riguarda tutti i cittadini europei. Perché la libera circolazione delle persone, delle merci e delle attività economiche è una delle conquiste più importanti dell’integrazione europea.

Per difendere la sovranità nazionale si rischia infatti di indebolire proprio quelle strutture comuni che rendono possibile la cooperazione tra gli Stati europei. Schengen è una di queste. Il mercato unico è un’altra. La politica comune sull’asilo e sull’immigrazione dovrebbe essere un’altra ancora.

Più Europa o meno Europa?

La domanda che la vicenda di Ceuta ci pone, allora, è molto più ampia di quella relativa ai migranti. Di fronte a una crisi, gli Stati europei possono scegliere di reagire singolarmente, proteggendo ciascuno i propri confini. Oppure possono cercare una risposta comune. La prima soluzione può apparire più semplice. La seconda è certamente più difficile.

Ma se ogni problema europeo viene trasformato in un problema nazionale, se ogni Stato cerca di trasferire sugli altri la responsabilità e se le frontiere interne tornano a essere utilizzate come strumento politico, rischiamo di indebolire progressivamente l’idea stessa di Unione Europea, e questo sarebbe un paradosso. Perché una politica nata per difendere gli interessi nazionali potrebbe finire per indebolire la costruzione europea che, da decenni, rappresenta uno dei più importanti risultati politici del nostro continente.

Come andrebbe affrontato il problema?

La sicurezza delle frontiere è un problema reale. L’immigrazione deve essere governata. Le domande di asilo devono essere esaminate rapidamente e secondo regole chiare.

Gli Stati che si trovano alle frontiere esterne dell’Unione non possono essere lasciati soli. Ma proprio per questo la risposta non può essere quella di indebolire progressivamente le regole comuni.

La vera sfida dovrebbe essere un’altra: rafforzare la frontiera esterna europea, applicare correttamente il nuovo Patto sulla migrazione, distribuire le responsabilità tra gli Stati e garantire il rispetto dei diritti fondamentali.

Un’ultima questione.

Fin qui abbiamo parlato dell’immigrazione irregolare e dei richiedenti asilo. Ma questa è una frazione minimale dei flussi migratori, quella che appare all’opinione pubblica perché amplificata dai media e cavalcata dalle destre. Il tema vero è che dell’immigrazione l’Europa ha bisogno.

Si può vivere di demagogia, ma i dati sono chiari: il nostro continente è in profonda crisi demografica e invecchia. Ci sono posti di lavoro che vanno occupati e un sistema pensionistico e assistenziale che non può reggersi con la nostra demografia. Lo sanno anche i governi di destra, come quello di Meloni, che negli ultimi anni ha concesso più permessi di lavoro rispetto agli esecutivi precedenti.

La vera sfida è regolare l’immigrazione, selezionarla, non farla impattare negativamente sul nostro tessuto sociale. Ci vogliono risorse e intelligenza, e bisogna capire anche che non è un passaggio semplice sul piano culturale. L’integrazione funziona se si muovono entrambi i soggetti: chi accoglie, offrendo possibilità, protezione e pari diritti, e chi arriva, facendo propri il rispetto delle leggi e i fondamenti delle libertà occidentali.

Si può continuare con la demagogia, ma la realtà, prima o poi, presenta il conto, ed è spesso molto salato.

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