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Dov’è la Vittoria?

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Di Massimo Bulli.

 La sentenza del Consiglio di Stato ha posto una pietra tombale sopra la questione dei centri culturali della comunità Darus Salaam, con la definitiva acquisizione degli immobili da parte del Comune. Dura lex, sed lex, dicevano gli antichi Romani, e le sentenze devono essere rispettate.

Ma, se da un punto di vista strettamente tecnico la legge, e piaccia o no anche la sua interpretazione, non è discutibile, è però corretto analizzarla e valutarla in un’ottica più generale.

Perché, se è vero e inoppugnabile che il percorso strettamente giuridico, i dibattiti e le sentenze hanno riguardato esclusivamente gli aspetti legati a questioni edilizie e urbanistiche sulla gestione degli immobili della comunità Darus Salaam e la relativa destinazione d’uso, che è stato il punto nodale sul quale si è incentrata l’azione del Comune contro la comunità islamica, è altrettanto chiaro che la questione non è stata voluta, in realtà, per un malinteso obiettivo di “rispetto delle regole”, di “rispetto della legalità” o del “decoro”, evidentemente pretestuosi, ma come azione ideologica a supporto delle strategie leghiste che poggiano gran parte della propria propaganda sulla demonizzazione delle comunità islamiche, colpevoli di fantasiose “invasioni”, dello stravolgimento della nostra cultura e di altre amenità che sembrano molto efficaci nel colpire la fantasia di una parte dell’elettorato sufficientemente ampia da costituire un serbatoio di voti dirimente nel contesto elettorale.

E questa è una cosa nota e risaputa: lo sanno gli oppositori di questo “regime”, che ne soffrono; lo sanno i sostenitori, che ne godono, perché si compiacciono del “trucco” con il quale si può omologare una persecuzione attraverso una “furbata” che utilizza vari pretesti per bullizzare un’intera comunità, sempre restando nella legalità.

Il tema, come sempre, è la paura: la paura del diverso, indicato come cospiratore, nemico, fonte di ogni disgrazia e, in ultima analisi, la creazione di un nemico da odiare che possa deviare l’attenzione dai temi che dovrebbero riguardare la politica vera e propria: il welfare, la scuola, la tensione abitativa, i problemi legati al reddito, alla sanità, quelli degli anziani, la viabilità, la qualità della vita.

Tutto viene risolto costituendo, una dietro l’altra, delle vere e proprie crociate, delle quali Monfalcone è diventata un emblema a livello nazionale e internazionale, costituendo un vero e proprio laboratorio sociale nel quale sperimentare varie tecniche di distrazione di massa.

Ora, nel proseguo di questa crociata, gli esponenti di questa Amministrazione, come di consueto, hanno usato, per celebrare la conclusione della vicenda, parole roboanti, dal sapore epico: frasi forti e solenni che dovrebbero evocare coraggio, destino e grandezza di una lotta.

Hanno parlato di “vittoria” e hanno pronunciato la fatidica frase: “Giustizia è fatta”.

Ora, sicuramente la legge è stata applicata ed è evidente il dibattito che ciò ha comportato tra cavilli e interpretazioni (non dimentichiamo che, in un primo tempo, il TAR aveva dato ragione alla comunità Darus Salaam); quindi questa sentenza si è basata su un percorso di non facile architettura tra leggi e regolamenti. E non dimentichiamo che si trattava di una questione edilizia e urbanistica, non di una sentenza nel merito delle questioni religiose. Per cui dire che “giustizia è fatta” appare roboante e pretenzioso.

Ma la cosa che più appare fuori luogo è l’utilizzo del termine “vittoria”, esposto come uno stendardo.

Cos’è la vittoria? Il vocabolario la definisce come “il fatto di vincere, di risultare superiore in una competizione”, con riferimento anche a guerre, battaglie e fatti d’arme, oppure alle competizioni sportive. In ogni caso, il termine rimanda a una battaglia condotta tra forze equivalenti o almeno paragonabili.

Mi sembra che definire “vittoria” il fatto che un’Amministrazione comunale, con tutti i mezzi dei quali dispone, una polizia pronta a monitorare costantemente ogni movimento della comunità, l’appoggio dei media, che almeno in un caso si sono introdotti nottetempo in un edificio comunale per filmare di nascosto gli edifici dei centri culturali islamici, uno stuolo di avvocati e risorse pressoché infinite, sia riuscita a privare una pacifica comunità degli edifici nei quali si svolgevano il doposcuola dei bambini, gli incontri per le donne, gli incontri di comunità e, naturalmente, alcuni momenti di preghiera, non la definirei una vittoria.

La definirei un’azione deplorevole, illiberale, autoritaria, tesa ad acquisire voti e consenso a scapito della serenità di migliaia di persone, quasi un terzo della popolazione monfalconese. E la definirei una sconfitta. Una sconfitta dell’etica, della morale, della civile convivenza.

Una frattura insanabile nella comunità, non solo tra i monfalconesi “indigeni” e gli immigrati, ma anche tra chi appoggia questo tipo di comportamenti e chi mantiene un’etica e una morale, venendo odiato perché non disposto a odiare.

Una sconfitta per la comunità monfalconese, una sconfitta per l’umanità, per la pietà, per ogni buon sentimento laico e cristiano.

Una vittoria? Naturalmente, per una parte dei sostenitori di questa amministrazione, la questione non appare eticamente più importante di una partita di calcio nella quale la “squadra” comunale ha segnato un gol in più: il gol della vittoria.  Il fatto che questo gol sia stato segnato sulla pelle di uomini, donne e bambini di diversa etnia non sembra avere alcun peso, come se la loro umanità fosse diventata irrilevante. Alla faccia della morale e dell’etica “cristiana” che tanto vengono sbandierate.

Dov’è la vittoria? “Le porga la chioma…”. Ma è davvero di questo tipo di vittoria che parla l’Inno nazionale?

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org