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Oltre l’identità: il futuro di Monfalcone tra lavoro, diritti e responsabilità d’impresa

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Di Davide Strukelj.

Negli ultimi mesi Monfalcone è tornata a interrogarsi sul proprio futuro. Tra i vari interventi, la presentazione del documento Monfalcone 2040 ha avuto un merito: costringerci a discutere (almeno per qualche giorno) di quale città diventeremo. Il testo ha fotografato con sufficiente lucidità il “paradosso economico monfalconese”, ovvero quello di un’area che fornisce un contributo determinante alla ricchezza nazionale e regionale, ma che registra uno dei redditi medi più bassi del territorio. Questo è il vero nodo della questione. Il tema migratorio, leitmotiv di ogni discussione pubblica o politica, ne rappresenta solo una faccia, un aspetto spesso strumentalizzato e deformato ad uso della propaganda.

Tuttavia, per affrontare con una minima base strutturale questa tematica nella sua complessità, e onorare i valori di giustizia sociale e analisi oggettiva che dovrebbero animare ogni intervento “riformista” basato sulle evidenze, ritengo sia necessario un drastico cambio di paradigma.

In buona sostanza, credo bisogni smettere di trattare il fenomeno migratorio come una “fatalità” o, peggio, come un’emergenza identitaria, per ricollocarlo all’interno del contesto economico e industriale che lo ha generato, liberando la discussione da valutazioni etniche, religiose e discriminatorie.
Naturalmente, nello specifico, il fenomeno migratorio di Monfalcone non può essere ricondotto esclusivamente alle dinamiche economiche. Esistono fattori culturali, urbanistici e istituzionali che incidono profondamente sui processi di integrazione. Tuttavia, senza analizzare con sufficiente profondità la matrice economica che alimenta questi flussi, ogni altra discussione rischia di concentrarsi sugli effetti trascurandone le cause.

Il paradosso di Monfalcone e l’illusione della “landa desolata”

L’immigrazione a Monfalcone non è un flusso autonomo e nemmeno un fenomeno autopoietico. È invece il prodotto diretto di una domanda di manodopera originata dal cantiere locale di Fincantieri e dal suo sistema di appalti.

Il polo cantieristico e il suo indotto contribuiscono a produrre una quota significativa del PIL regionale. A fronte di questa importante necessità produttiva, l’offerta di lavoro locale è strutturalmente insufficiente.

Qui risiede, probabilmente, il primo dato strutturale da cui partire: senza il cantiere e senza la forza lavoro immigrata che ne sostiene l’indotto diretto e indiretto (che riempie le scuole, affitta le case, consuma nei supermercati e usa i servizi commerciali), Monfalcone non sarebbe un idilliaco borgo dalla “forte identità regionale”, ma una landa semi-desolata, una delle tante città europee vittime della deindustrializzazione e dello spopolamento. L’onestà intellettuale e la pragmatica, da questo punto di vista devono essere una base del ragionamento: è inutile pensare che settori come la nautica o il turismo (più volte sbandierati quali alternativa al cantiere) possano produrre PIL, indotto, occupazione e ricchezza nella stessa misura dello stabilimento locale di Fincantieri. Ad oggi non esiste alcun elemento basato su evidenze che faccia ritenere plausibile che tali comparti possano sostituire il ruolo economico del cantiere.

Per mantenere la propria leadership mondiale nel settore delle navi da crociera, fin dalla fine degli anni ’80 Fincantieri ha adottato un modello di estrema esternalizzazione, arrivando ad appaltare fino all’80% del processo produttivo, inducendo dinamiche economiche che hanno privilegiato il costo quale elemento concorrenziale e strutturato di conseguenza le filiere dell’indotto.

Monfalcone si è così progressivamente trasformata in un tipico distretto dei lavori “3D” (Dirty, Dangerous, Demeaning – sporchi, pericolosi e dequalificanti). Da questo punto di vista, la città dormitorio è semplicemente l’immagine riflessa dell’identità del suo cantiere.

L’equazione della paura e la decostruzione della propaganda

Di fronte a questa mutazione strutturale, una parte significativa del dibattito politico cittadino ha scelto la via della strumentalizzazione a fini propagandistici. E così, invece di governare il fenomeno gestendo l’integrazione e pretendendo tutele contrattuali, si è preferito costruire consenso cavalcando la paura della “sostituzione etnica”, sintetizzabile nell’equazione mistificatoria: Immigrato = Bengalese = Musulmano.

Questa narrazione ha prodotto divieti grotteschi, come la rimozione delle panchine per evitare ritrovi, i limiti al gioco del cricket o l’impossibilità di entrare nei negozi con la tuta da lavoro, ma si è inevitabilmente scontrata con la realtà dei fatti.

Inoltre, i dati ISTAT smontano pezzo per pezzo questa semplificazione. Se è vero che la comunità bengalese rappresenta la maggioranza relativa degli stranieri residenti, raramente viene ricordato che oltre il 40% proviene da dozzine di nazioni diverse. A Monfalcone vive una vitale comunità dell’Europa centro-orientale e comunitaria, spesso di religione cristiana, composta da cittadini romeni, seguiti da macedoni, croati e bosniaci.

Ancora più illuminante è l’analisi della popolazione locale. Monfalcone si regge su due piramidi demografiche non comunicanti: una rovesciata e anziana per gli autoctoni, e una giovane e vitale per i nuovi cittadini. Da quest’ultima si evince che gli stranieri si concentrano massicciamente nelle fasce d’età lavorativa (25-49 anni) e infantile, ma non si tratta di un’invasione maschile temporanea, come alcuni continuano a sostenere, quanto piuttosto di una forza giovane che cerca stabilizzazione, come dimostra la presenza molto significativa di donne bengalesi.

Smontare lo stigma: lezioni da Marghera e seconde generazioni

Il reddito medio monfalconese è depresso perché nel sistema dei subappalti imperano logiche di compressione salariale, come la “paga globale” e la cosiddetta “liberatoria” (un vincolo informale e ricattatorio che impedisce di fatto all’operaio di cambiare ditta appaltatrice), che rendono i lavoratori immigrati, legati al permesso di soggiorno, estremamente ricattabili.

Le criticità sociali che ne derivano non sono però legate a fattori etnici, ma a precise disuguaglianze materiali. Un recente studio epidemiologico condotto a Marghera (realtà affine a Monfalcone per la forte presenza industriale e la massiccia concentrazione di lavoratori bengalesi) lo dimostra chiaramente: fenomeni come il grave sovraffollamento abitativo colpiscono oltre il 55% delle famiglie bengalesi contro il 20% degli italiani. Tuttavia, la stessa ricerca evidenzia enormi punti di forza nella comunità: stabilità familiare, elevato allattamento materno, gioco libero all’aperto.

In sintesi, secondo tale studio, le problematiche sociali non derivano “dall’essere bengalesi”, ma dall’essere confinati nel gradino più basso della struttura socio-economica.

Tale condizione non durerà in eterno. Le seconde generazioni, nate e scolarizzate in Italia, non accetteranno le condizioni di sfruttamento dei padri. Aumentando il livello di istruzione, i giovani guarderanno a percorsi universitari o emigreranno altrove in Europa, mutando drasticamente la composizione e le aspirazioni della forza lavoro locale. Questo è un processo già osservato in tutti i principali paesi europei interessati da immigrazione stabile.

Dalla propaganda alla Responsabilità d’Impresa (ESG)
Ogni sistema economico produce inevitabilmente effetti sociali. Quando tali effetti vengono trattati come fenomeni indipendenti dalle cause che li generano, la politica finisce per amministrare i sintomi invece del sistema che li produce. È precisamente questo l’errore che il dibattito pubblico rischia di commettere quando affronta l’immigrazione come un problema identitario e non come una conseguenza di un determinato modello di sviluppo.

E allora la risposta alle sfide del 2040 (e oltre) non può risiedere nel chiudersi in una fortezza identitaria, né può limitarsi al pur necessario adeguamento dei servizi comunali. Serve un salto di qualità politico: bisogna richiamare Fincantieri alla sua Responsabilità Sociale d’Impresa, non per slogan, ma secondo un piano preciso, condiviso e monitorato, facendo in modo che Comune e istituzioni locali e regionali vengano assunte al ruolo di Stakeholder privilegiati all’interno del sistema di gestione della sostenibilità sociale della grande azienda di Stato.

Oggi l’Europa ci fornisce gli strumenti normativi per farlo. L’evoluzione del paradigma della sostenibilità (ESG) e la nuova Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence (CSDDD) impongono alle grandi aziende di rispondere degli impatti sui diritti umani e sull’ambiente lungo l’intera catena del valore e degli appalti. La politica, se vuole dirsi riformista, deve farsi promotrice di queste istanze, esigendo che la committenza imponga a tutta la filiera del subappalto standard etici rigorosi (come la certificazione SA8000 o la ISO 45001), che vigilino su salute, sicurezza, divieto di sfruttamento e retribuzioni eque.
In termini operativi ciò significherebbe passare dalla gestione emergenziale a un vero sistema di governance. Comune, Regione e Fincantieri dovrebbero definire una struttura permanente di confronto (e non il classico tavolo “pro-forma”), nella quale condividere obiettivi, indicatori e programmi di miglioramento, esattamente come avviene nei moderni sistemi di gestione aziendale. La sostenibilità sociale locale dovrebbe essere misurata attraverso indicatori pubblici relativi alla qualità del lavoro, alla salute e sicurezza, alla formazione, alle condizioni abitative, all’integrazione linguistica e alla stabilità occupazionale. E così anche l’intera filiera degli appalti dovrebbe essere sottoposta a verifiche indipendenti e periodiche, affinché gli standard dichiarati dalla committenza trovino effettiva applicazione anche presso i subfornitori. Solo in questo modo la responsabilità sociale cesserebbe di essere una dichiarazione di principio per diventare uno strumento concreto di governo del territorio.

Da ciò deriva un’evidenza che appare ormai inesorabile: la vera sfida non consiste nel chiedersi come integrare i lavoratori immigrati nella città, ma come integrare la sostenibilità sociale all’interno dell’intera filiera produttiva che sostiene questa città.

Arriviamo così alla nota dolente o, per essere più ottimisti, alla sfida epocale.

Per mettere in campo un processo di tale entità, servirebbe una classe dirigente che accetti di mettere in discussione i propri modelli interpretativi, una classe dirigente capace di un vero e proprio double-loop learning (apprendimento a doppio ciclo) per poter rimettere in discussione le fondamenta stesse del problema, spostando definitivamente il dibattito pubblico dallo scontro etnico alla qualità dello sviluppo economico.

Il futuro di Monfalcone dipenderà molto meno dalla provenienza o dalla religione delle persone che vi abitano, e molto di più dalla qualità del lavoro e dei diritti che si sapranno garantire a chi, ogni giorno, ne costruisce la ricchezza.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org