La presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Senato durante le comunicazioni sul prossimo Consiglio europeo del 19 e 20 dicembre, Roma, Mercoledì, 18 Dicembre 2024 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni addresses at the Senate ahead of European Council meeting on 19-20 december, Rome, Wednesday, December 18, 2024 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)
Redazione.
Per anni Giorgia Meloni ha costruito una parte significativa della propria proiezione internazionale sul rapporto privilegiato con Donald Trump e con l’universo politico che gravita attorno al movimento MAGA.
Una scelta che appariva coerente con la tradizione della destra sovranista europea, ma che oggi mostra tutti i suoi limiti.
L’idea era semplice: presentarsi come interlocutrice privilegiata dell’amministrazione americana, capace di svolgere un ruolo di collegamento tra Washington e l’Europa.
Una sorta di “ponte” politico che avrebbe dovuto garantire all’Italia un peso maggiore negli equilibri internazionali.
I fatti, tuttavia, sembrano aver raccontato una storia diversa.
Negli ultimi anni Trump non ha riservato particolari riguardi nemmeno agli alleati storici degli Stati Uniti. Dalla Francia alla Germania, dal Regno Unito alla Spagna, numerosi leader europei sono stati oggetto di critiche, attacchi verbali o atteggiamenti apertamente ostili. In più occasioni Washington ha mostrato maggiore durezza verso i propri partner occidentali che verso alcuni avversari geopolitici tradizionali.
Di fronte a questo scenario, il governo italiano ha scelto, ad essere gentili, la prudenza: niente aperte prese di posizione a sostegno dei partner europei e nessuna contrapposizione diretta con la Casa Bianca. Si è preferito continuare a investire nel rapporto personale con Trump, nella convinzione che ciò potesse tradursi in un vantaggio politico per la propria politica e per l’Italia.
Questa strategia ha prodotto attestati di stima, complimenti pubblici e una certa visibilità mediatica, ma pochi risultati concreti sul piano diplomatico. Nel frattempo Meloni ha partecipato agli appuntamenti più significativi dell’universo conservatore e reazionario americano, rafforzando l’immagine di una sintonia politica e culturale con il trumpismo.
Ma la politica internazionale raramente si fonda sulle relazioni personali. I rapporti tra Stati si costruiscono sulla forza negoziale, sulla credibilità, sull’autorevolezza e sulla capacità di difendere i propri interessi all’interno di alleanze solide.
L’attuale difficoltà nei rapporti tra Roma e Washington sembra confermarlo.
Quando gli interessi divergono, le simpatie reciproche diventano secondarie. Ciò che conta è il peso politico effettivo che un Paese riesce a esercitare e la qualità della sua classe dirigente, non l’immagine che essa costruisce di sé.
Il caso Meloni-Trump rappresenta quindi una lezione che va oltre i protagonisti del momento. Pensare che bastino gesti simbolici, dichiarazioni di amicizia o affinità ideologiche per ottenere un ruolo privilegiato sulla scena internazionale si è rivelato un errore di valutazione.
Lo stesso equivoco ha caratterizzato, in diverse occasioni, altri esponenti della destra italiana,Salvini docet, convinti che la vicinanza politica a Trump — talvolta esibita perfino attraverso simboli e slogan — potesse automaticamente tradursi in un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti.
La realtà si è incaricata di smentire questa convinzione.
Le grandi potenze perseguono i propri interessi e non concedono trattamenti di favore sulla base dell’affinità politica o della reciproca adulazione.
Per questo la credibilità internazionale di un Paese dovrebbe fondarsi sulla coerenza delle sue scelte, sulla solidità delle sue istituzioni e sulla capacità di rappresentare con autorevolezza i propri interessi all’interno delle alleanze di cui fa parte.
La politica estera non è un esercizio di marketing personale.

Richiede visione strategica, autonomia di giudizio e capacità di mantenere una linea coerente anche quando gli interlocutori più potenti diventano scomodi. È questa la differenza tra la ricerca del consenso immediato e la costruzione di una reale statura da statista.
C’è però un’altra lezione che emerge da questa vicenda: il paradosso dei sovranisti, o più correttamente dei nazionalisti. Pur condividendo spesso una comune ostilità verso il multilateralismo, i diritti sociali e alcune fondamentali garanzie democratiche, essi fondano la propria visione politica sul principio del “prima noi”: prima gli italiani, prima gli americani, prima i russi e così via.
Ma quando ogni nazione pretende costantemente di affermare la propria superiorità sulle altre, la cooperazione lascia il posto al conflitto.
Arrivano i dazi, le tensioni diplomatiche, le guerre commerciali e, nei casi peggiori, le guerre vere e proprie. Questa è la dinamica storica del nazionalismo: la competizione permanente elevata a principio politico.
E così la presunta “pontiera” rischia oggi di ritrovarsi isolata, sospesa a metà dell’Atlantico, mentre da una parte e dall’altra cresce la diffidenza verso la sua capacità di rappresentare un punto di equilibrio.