Di Cosimo Risi.
Il Presidente americano non è il primo a muoversi acrobaticamente sul filo che separa la verità dalla falsità. Vero e falso non sono, se lo sono mai stato, categorie oggettive, sono il frutto del capriccio della rappresentazione politica del momento. Prima di lui, e con pari inefficacia, ci ha provato il Presidente russo: da quando doveva chiudere l’affare Ucraina in poche settimane alla guerra più lunga della Seconda Guerra Mondiale, che ha prodotto in proporzione anche più vittime.
Donald Trump non è da meno. Non si sa se spinto da Benjamin Netanyahu e dai sodali MAGA oppure da impulso diretto, a fine febbraio si è impegolato in un conflitto contro l’Iran dagli obiettivi strategici che si sono modificati giorno dopo giorno. Molti osservatori ritengono che non vi fossero un’attenta valutazione dei rischi né un chiaro obiettivo strategico se non quello, appunto, di assecondare la politica di Gerusalemme di combattere tutti i nemici dello Stato ovunque si trovassero. A Gaza naturalmente, dove Hamas consumò l’eccidio di ottobre 2023; alla Cisgiordania che si aggrappa alla formula dello Stato di Palestina; agli Houthi nello Yemen; a Hezbollah in Libano. Ed infine al grande manovratore: la teocrazia iraniana.
In coerenza con l’assunto iniziale, sullo sfondo delle proteste di piazza a Teheran, l’obiettivo strategico era: il cambio di regime in Iran, la rinuncia al programma nucleare, la limitazione se non la cancellazione del programma missilistico, in prospettiva l’adesione agli Accordi di Abramo per la stabilizzazione della regione attorno ai pilastri delle potenze sunnite del Golfo e Israele.
Nulla di tutto ciò è accaduto a giugno, mentre le delegazioni americana e iraniana si apprestano ad incontrarsi a Lucerna. Le delegazioni sono guidate rispettivamente dal Vicepresidente Vance e dal Presidente del Parlamento Ghalibaf, il primo assistito dagli inseparabili Witkoff e Kushner, il secondo dal Ministro Aragchi. In Svizzera si farebbe sul serio, il rango dei delegati lo lascia credere. Si metterebbero le basi per l’accordo finale, da raggiungere in soli 60 giorni sulla scorta del memorandum d’intesa siglato elettronicamente dai Presidenti di Stati Uniti e Iran.
Le parti annunciano vittoria. Almeno nelle contrapposte narrazioni vige l’accordo. Trump ha vinto perché: impedisce la nuclearizzazione dell’Iran, favorisce il cambio di regime, riapre lo Stretto di Hormuz. Khamenei ha vinto perché: resiste al nemico soverchiante, accetta di non arricchire (a termine) l’uranio senza impegnarsi a consegnarlo a terzi e giammai agli Americani, condivide con l’Oman (che non l’ha chiesto) il controllo su Hormuz, pretende un droit de regard sul Libano la cui integrità è minacciata da Israele.
Gli osservatori, anche fra gli amici, ritengono che non di vittoria americana si tratti ma di sconfitta, alcuni la paragonano all’abbandono precipitoso del Sud Vietnam dopo gli accordi di Parigi con il Nord. Scrive Vincenzo Camporini che la verità sul campo è travolta dalla narrazione mediatica. All’elettore americano non interessano i dettagli del bollettino militare, interessa che la guerra malvista sin dall’inizio si concluda in qualche modo e che il prezzo della benzina alla pompa scenda.
La stessa passione per Israele sembra scemare. Israele, infatti, rappresenta il vero ostacolo sulla via del compromesso. La sua pretesa di continuare la campagna di Libano fino ad annientare Hezbollah, malgrado che Netanyahu abbia annunciato da tempo di aver annullato la milizia, e fino a stabilire una testa di ponte in Libano, pari per importanza a quella già funzionante in Siria, per una cintura di sicurezza attorno allo Stato. Netanyahu sa anche che la condotta americana non tocca il cuore del problema iraniano: anzi, riconosce di fatto all’Iran la supervisione sul Libano in quanto tale e non solo sulla milizia amica. Un arretramento rispetto alla situazione antecedente il febbraio 2026.
La candidatura di Gadi Eisenkot prende quota nei sondaggi. Il personaggio è temibile. L’elettorato tende a fidarsi degli ex Capi di Stato Maggiore, Eisenkot ha pagato il tributo di sangue con la perdita del figlio a Gaza. Non parla l’inglese scintillante di Netanyahu ma quello aspro dei Sabra. Sarà un titolo di merito nel momento in cui gli Stati Uniti perdono fascino persino in Israele. L’ottobre del voto alla Knesset è lontano. Bisogna gestire l’estate di fuoco.