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Il premier sloveno Janez Janša (foto Agf)

Il premier sloveno Janez Janša (foto Agf)

Di Stefano Pizzin.

Janez Janša, l’eterno capo della destra slovena al suo quarto mandato da premier

In Slovenia negli oltre 35 anni dall’indipendenza si sono alternati governi di centrodestra e di centrosinistra, ma mentre a sinistra sono cambiati leader e partiti a velocità sostenuta, a destra il capo è sempre lui, eterno e immarcescibile: Janez Janša, il giovane comunista, poi dissidente, obiettore di coscienza, liberale, cattolicissimo, ministro della difesa in mimetica ai tempi della breve guerra d’indipendenza, ammiratore di Orban, Trump e Netanyahu, atlantista ma fino a un certo punto, cacciatore indefesso delle vestigia del titoismo e convinto che senza il comunismo la Slovenia si sarebbe tenuta Gorizia e Trieste; insomma, inaffondabile come un tappo di sughero, e da qualche giorno per la quarta volta capo del governo.

Stavolta a sorreggerlo sarà una coalizione di quattro partiti e mezzo: il suo Partito democratico sloveno (SDS), gli storici alleati agrari del Partito popolare sloveno (SLS), i democristiani di Nuova Slovenia (N.Si), il partitino Fokus dell’imprenditore Marko Lotrič — la Slovenia è sempre stata all’avanguardia nella nascita di partiti personali — e i Demokrati, partito nato da una scissione dall’SDS di Janša e guidato dall’ex ministro degli esteri Anže Logar, prima amico del leader maximo della destra slovena, poi suo critico, ora di nuovo amico e vice e ministro del lavoro del governo che si è appena insediato (Logar nel 2022 venne battuto nelle elezioni presidenziali dalla attuale capo dello Stato Nataša Pirc Musar, indipendente ma sostenuta dai partiti di centrosinistra); i quattro partiti, però, possono contare su appena 43 seggi su 90, così per tenere in piedi il governo dovranno fare affidamento sull’appoggio esterno dei cinque deputati di Resni.ca — un gioco di parole tra «verità» e «serio» — un partito fondato nel 2021 con posizioni euroscettiche, filorusse, no vax e complottiste: cosa potrà mai andare storto? Il leader di Resni.ca, intanto, è già stato premiato con l’elezione a presidente della Camera di Stato, il Parlamento sloveno.

Ma chi è Janez Janša, il leader politico amatissimo da una parte del Paese e odiato dall’altra, l’uomo la cui storia procede in parallelo con quella della Slovenia indipendente? Proviamo a farne un ritratto che, in qualche modo, è anche un ritratto di quella nazione, o di una parte di essa.

Dalla Gioventù socialista a Mladina, dall’ortodossia al dissenso

Janez Janša nasce nel 1958 a Lubiana, in una famiglia ordinaria della Slovenia socialista. È il Paese più sviluppato e prospero della Jugoslavia di Tito, con una borghesia silenziosa e un senso di relativa apertura verso l’Occidente che lo distingue dalle cupe democrazie popolari dell’Est. Janša da giovane è un comunista, o almeno è quello che sembra: milita nella Gioventù socialista di Slovenia, fa parte del sistema, ne condivide la retorica, frequenta i circoli che il regime stesso mette a disposizione della gioventù irrequieta che si vuole tenere al guinzaglio, ma con una corda lunga. Studia scienze politiche e difesa all’Università di Lubiana, dove comincia a interrogarsi su cosa significhi esattamente «difesa» in un paese in cui l’esercito risponde a Belgrado e non a Lubiana.

Il punto di svolta arriva con Mladina, il settimanale giovanile di Ljubljana che negli anni Ottanta diventa una delle voci più vivaci e scomode del panorama informativo jugoslavo. Janša collabora alla rivista con articoli che mettono in discussione i fondamenti del sistema, e in particolare si concentra su un bersaglio che ritiene intoccabile e per questo ancora più necessario da toccare: l’Armata Popolare Jugoslava (JNA). Scrive di corruzione interna, di inefficienza, di privilegi corporativi degli ufficiali. In un sistema in cui la JNA era considerata il custode della rivoluzione e dell’unità federale, fare giornalismo critico sull’esercito equivaleva a mettere la testa dentro la bocca del leone, e il leone morse.

Il 30 maggio 1988 Janša viene arrestato insieme ad altri tre — il giornalista Franci Zavrl, il fotografo David Tasič e il sergente Ivan Borštner, che aveva fatto trapelare documenti militari riservati — in quello che diventerà noto come il «Processo di Roška», dal nome della caserma di Lubiana in cui vengono detenuti. Il processo si svolge in lingua serbo-croata, davanti a un tribunale militare, in segreto: tre anomalie che vengono percepite come altrettante provocazioni nei confronti della nazione slovena. L’effetto è l’opposto di quello sperato dall’esercito: invece di mettere a tacere i critici, il processo li trasforma in martiri. Nasce il Comitato per la Difesa dei Diritti di Janša, poi allargatosi in Comitato per la Difesa dei Diritti Umani, che mobilita decine di migliaia di sloveni. È il primo grande movimento di massa nella Slovenia contemporanea, il germe di quella che verrà chiamata la «primavera slovena».

Janša viene condannato a 18 mesi di carcere, ne sconta poco più di cinque, e quando esce è un eroe nazionale. Viene subito nominato direttore del settimanale Demokracija — Democrazia, il nome è tutto un programma — dove rimarrà fino alle elezioni del maggio 1990. In questo periodo il suo percorso intellettuale e politico è già chiaramente orientato: anti-comunista e pro-indipendenza slovena, con un riferimento sempre più esplicito alla tradizione cattolica e nazionale.

Il ministro in mimetica

Nel 1989 Janša è tra i fondatori dell’Unione Democratica Slovena (SDZ), uno dei primi partiti di opposizione della Slovenia; ne diventa vicepresidente e poi presidente del Consiglio Interno. Quando nel maggio 1990 si tengono le prime elezioni libere in Slovenia, il fronte democratico vince e Janša è nominato ministro della Difesa: il giovane che aveva scritto articoli critici sull’esercito adesso deve costruire un esercito. La scelta non è priva di ironia, ma ha una logica precisa: chi ha studiato le debolezze della JNA sa cosa fare e, soprattutto, cosa non fare.

Il 25 giugno 1991 la Slovenia dichiara l’indipendenza. Due giorni dopo la JNA reagisce, convinta di poter stroncare rapidamente la secessione, ma al tempo stesso consapevole che Lubiana prima o poi se ne sarebbe andata. Da una parte le forze territoriali slovene, ben preparate, motivate e con una conoscenza del territorio che i federali non avevano; dall’altra ragazzi di leva in grande confusione, più preoccupati per i loro Stati nazionali che per la Repubblica federativa ormai in disfacimento. Janša coordina la difesa in mimetica, in quello che sarà il momento più cinematograficamente nitido della sua carriera politica: il dissidente diventato ministro che guida la piccola resistenza del popolo contro l’impero. A luglio si firma un cessate il fuoco, a ottobre la JNA lascia il territorio sloveno. La Slovenia è libera.

Questo momento — i dieci giorni del 1991, la mimetica, la vittoria contro la JNA — è il nucleo identitario attorno a cui Janša ha costruito tutto il resto della sua carriera. Quando nel 2026, nel dibattito finale della campagna elettorale a Maribor, ha chiesto al rivale Robert Golob «dove eri tu durante la Guerra dei dieci giorni?», non stava facendo una domanda. Stava esibendo la reliquia. Il martire degli anni Ottanta e il soldato degli anni Novanta sono i due pilastri su cui poggia ancora oggi la sua legittimità storica.

Dopo la scissione del SDZ nel 1991, Janša entra nel Partito Socialdemocratico di Slovenia — ribattezzato Partito Democratico Sloveno (SDS) nel 2003, il nome attuale — e ne diventa presidente nel 1993, carica che mantiene tuttora, il che dice qualcosa sul suo stile di gestione del partito. Nel marzo 1994 viene però rimosso dalla carica di ministro della Difesa dal premier liberale Janez Drnovšek, con l’accusa di aver permesso indebite interferenze dei servizi segreti militari nella sfera civile. Un’inchiesta successiva lo scagionerebbe, ma il danno politico immediato è già fatto o, meglio, è già trasformato in vantaggio: la rimozione viene vissuta dai suoi sostenitori come una persecuzione politica della sinistra, rafforza la base del partito e spinge l’SDS verso posizioni sempre più conservatrici e verso un decennio di netta opposizione ai governi della Democrazia Liberale di Slovenia (LDS), un partito liberale di centrosinistra.

Il primo governo e il revisionismo come politica

Janša torna brevemente ministro della Difesa nel governo di Andrej Bajuk (giugno-novembre 2000), ma il vero salto di qualità arriva nel 2004, quando vince le elezioni e forma il suo primo governo da premier. È un governo di centrodestra che, nella Slovenia appena entrata nell’Unione Europea, si muove sull’asse europeo e atlantico mantenendo però una forte cifra identitaria nazionale. In questi anni Janša comincia a costruire sistematicamente la sua visione della storia slovena, che potremmo definire «revisionismo cattolico-nazionale»: la Seconda guerra mondiale non era una semplice guerra tra fascismo e antifascismo, ma una guerra civile in cui i comunisti titini erano responsabili di crimini almeno altrettanto gravi di quelli dei collaborazionisti.

La questione non è oziosa, perché tocca il nervo scoperto della memoria storica slovena. In Slovenia operarono durante la guerra i domobranci (i membri della Guardia territoriale slovena), forze collaborazioniste con i nazisti che combatterono contro i partigiani comunisti. Dopo la liberazione, i partigiani di Tito giustiziarono migliaia di domobranci e civili ritenuti collaborazionisti, in modo sommario e senza processo — i cosiddetti «dopoguerra nascosti», le fosse comuni rinvenute negli anni Novanta. Janša è uno dei più tenaci sostenitori della piena riabilitazione dei domobranci: li definisce patrioti che combatterono per difendere il popolo sloveno dal comunismo, rifiuta la narrativa antifascista della resistenza partigiana e arriva a dichiarare che «in Slovenia i comunisti sloveni in pochi mesi hanno ammazzato più sloveni che i fascisti in vent’anni». Una frase che, per chi conosce i vent’anni di fascismo sul confine orientale — le scuole slovene chiuse, i cognomi italianizzati con la forza, gli attivisti sloveni processati dal Tribunale Speciale, le case bruciate — ha il sapore di una deliberata provocazione. Janša usa la storia come leva elettorale, non come oggetto di studio. Il passato gli serve per dire ai suoi sostenitori: «abbiamo subito un torto, e so chi incolpare». La risposta alla domanda «chi?» è sempre la stessa: i comunisti e i loro eredi, la sinistra.

Il primo governo Janša dura quattro anni — dal 2004 al 2008 — e finisce con una sconfitta elettorale di misura. È un mandato tutto sommato ordinario, senza grandi strappi, in un paese che sta crescendo economicamente e che si prepara a presiedere il Consiglio dell’Unione Europea nel 2008. Alla retorica infuocata non corrispondono grandi atti concreti e la Slovenia del 2004-2008 è ancora lontana dalle tensioni istituzionali che caratterizzeranno i governi successivi.

Il caso Patria, la prigionia e la resurrezione politica

Il secondo governo Janša inizia nel febbraio 2012, dopo le elezioni anticipate del dicembre 2011 in cui l’SDS è il partito di maggioranza relativa. Dura poco più di un anno: nel marzo 2013 il governo cade per un voto di sfiducia, presentato dopo che la Commissione per la Prevenzione della Corruzione aveva accusato Janša e altri esponenti del governo di irregolarità patrimoniali. Pochi mesi dopo, il 5 giugno 2013, arriva la condanna in primo grado a due anni di reclusione e trentasettemila euro di penale nel cosiddetto «caso Patria».

Il caso Patria riguarda un appalto del 2006 per la fornitura all’esercito sloveno di 135 autoblindo della società finlandese Patria, del valore di 278 milioni di euro. L’accusa è che Janša e altri abbiano accettato la promessa di tangenti per favorire l’assegnazione del contratto. Janša nega sempre tutto, parla di «processo politico», di «toghe rosse», di complotto orchestrato dalla nomenclatura comunista che terrebbe ancora le fila del potere. La condanna viene confermata in appello, e nel giugno 2014 Janša comincia a scontare la pena nel carcere di Capodistria. Il suo partito, nel frattempo, lo mantiene presidente e lo presenta come candidato alle elezioni.

Nell’aprile 2015 la Corte Costituzionale slovena annulla la condanna per vizi procedurali e Janša viene scarcerato. La questione non si chiude lì: il caso viene riaperto, e resta fermo per anni, fino al maggio 2026: pochi giorni dopo la sua elezione a premier per la quarta volta, la Corte d’Appello di Capodistria ha confermato la sentenza di proscioglimento per prescrizione. Alla fine, dopo più di un decennio di vicende giudiziarie, tra condanne, sentenze annullate e prescrizione, Janša risulta innocente.

Vale la pena notare che in Finlandia, dove la Patria ha sede, tutti gli imputati sono stati assolti per insufficienza di prove e in Austria è stato condannato un intermediario. La vicenda è sufficientemente intricata da poter essere letta in modi diversi a seconda di ciò che si vuole credere. Quello che è indiscutibile è l’effetto politico: la detenzione ha trasformato Janša nell’ennesimo martire, ha consolidato la sua base elettorale e ha rafforzato la narrativa — cara a tutta la destra populista europea, da Orban a Trump — della persecuzione giudiziaria come strumento politico.

Nova24TV e l’impero mediatico

Nel 2016, mentre è all’opposizione, Janša contribuisce alla fondazione di Nova24TV, una rete televisiva e un portale online che diventerà il pilastro del suo sistema di comunicazione. L’operazione ha una struttura che ricorda molto da vicino quella ungherese: un network di media ideologicamente allineati, finanziati in parte da capitali vicini a Viktor Orban, che costruisce una narrativa parallela alla realtà dei media tradizionali. Nova24TV non si limita a sostenere Janša e l’SDS: attacca sistematicamente i giornalisti degli altri media, li definisce «comunisti», diffonde contenuti di disinformazione, amplifica le voci dell’estrema destra. Il professor Marko Milosavljevič, docente di giornalismo all’Università di Lubiana, la descriverà come «non un vero media ma un bollettino di partito». Il portale di fact-checking sloveno Oštro nel 2022 la classificherà come «una delle principali fonti di disinformazione in Slovenia».

La connessione con i capitali ungheresi non è casuale: è il riflesso di un rapporto politico e ideologico solido tra Janša e Orban che risale almeno ai primi anni Dieci. I due si frequentano, si sostengono, condividono la retorica anti-immigrati, la sfiducia nelle istituzioni europee, il culto della sovranità nazionale, il disprezzo per la magistratura indipendente, l’idea che la democrazia liberale sia una forma di egemonia culturale della sinistra travestita da neutralità. Janša è stato, per anni, il più fedele alleato di Orban all’interno delle istituzioni europee: il piccolo Orban sloveno, per usare una formula comoda anche se un po’ riduttiva.

La differenza, però, è importante: la Slovenia non è l’Ungheria. Ha istituzioni più solide, una società civile più vivace, una magistratura che ha saputo resistere alle pressioni. Nel 2020-2022, durante il terzo governo Janša, il premier tentò di replicare il modello ungherese: attacchi all’agenzia STA, definita «una disgrazia nazionale» e privata temporaneamente dei fondi governativi, proposte di legge per aumentare il controllo statale sui media, pressioni sulla televisione pubblica RTV Slovenia. La Corte Costituzionale bloccò o ridimensionò buona parte delle iniziative. Non era Budapest.

Il terzo governo e la sconfitta del 2022

Il terzo governo Janša nasce in circostanze insolite. È il marzo 2020, la pandemia da Covid-19 sta esplodendo in Europa, e il premier Marjan Šarec si dimette inaspettatamente, aprendo una crisi che Janša sfrutta con abilità per formare un governo di centrodestra. È un esecutivo che si muove sull’asse identitario con crescente aggressività: oltre agli attacchi ai media, vengono proposti tagli ai fondi per le ONG, rilanciata la retorica anti-immigrazione, intensificata la polemica contro la magistratura. Janša sviluppa anche una strana simpatia per Donald Trump: fu tra i primi leader europei a congratularsi con lui per la vittoria del 2020, prima ancora che venissero certificati i risultati, un gesto diplomaticamente bizzarro che scatenò un piccolo incidente istituzionale.

Sul fronte europeo, il terzo governo Janša è un’anomalia: un Paese che durante la sua presidenza di turno del Consiglio UE, nel secondo semestre 2021, usava la tribuna per polemizzare con le istituzioni europee anziché guidare il processo legislativo. Janša si schiera con il blocco di Visegrad — Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia — contro le politiche sull’immigrazione e sullo stato di diritto, in una posizione che crea tensioni con Bruxelles e con una parte consistente dell’opinione pubblica slovena.

Il giudizio degli elettori arriva il 24 aprile 2022: un tonfo. Il Movimento Libertà (Gibanje Svoboda) di Robert Golob, un ex manager energetico senza nessuna esperienza politica pregressa, vince con il 34,5 per cento dei voti e 41 seggi — il risultato più alto di un singolo partito dalla Slovenia indipendente. L’SDS di Janša prende poco più del 23 per cento. È una sconfitta netta, che molti commentatori interpretano come un voto di rigetto nei confronti dello stile di governo autoritario e divisivo di Janša. Il tappo di sughero, per una volta, è andato a fondo.

Il ritorno e il quarto governo

Ma il tappo risale. Le elezioni del 22 marzo 2026 producono un risultato quasi paradossale: il Movimento Libertà di Golob e l’SDS di Janša finiscono quasi alla pari — con Golob che ottiene appena un seggio in più. Golob prova a formare un governo, fallisce, e a quel punto il mandato passa a Janša, che il 22 maggio 2026 viene eletto premier con 51 voti su 90. Una maggioranza risicata, costruita su una coalizione con il sostegno esterno di Resni.ca.

Cosa ha prodotto questo risultato? La risposta facile è che Golob ha deluso: crescita economica debole, scandali minori, una gestione non sempre brillante del governo. Ma c’è anche qualcosa di più strutturale: una parte consistente dell’elettorato sloveno è semplicemente janšista, nel senso che non vota tanto per un programma quanto per un’identità. Janša rappresenta una visione del mondo — cattolica, nazionale, anti-comunista, diffidente delle élite liberal-progressiste — che per il 25-30 per cento degli sloveni è più vera di qualsiasi proposta economica.

Il quarto governo si insedia con un programma che include abbassamento delle tasse per i redditi più alti, sostegno all’istruzione e alla sanità privata, lotta alla corruzione — quest’ultimo punto, visti i precedenti, ha il sapore di una battuta — e decentralizzazione amministrativa. Janša parla di «uno stato più economico ma di qualità migliore», il che in traduzione libera significa tagli allo stato sociale riconfezionati come efficienza. Sull’Europa il tono è cauto: Janša è troppo intelligente per ripetere gli errori del terzo governo, sa che deve mantenere i rapporti con Bruxelles almeno formalmente, ma l’allineamento con la destra populista europea — ora orfana di Orban, sconfitto nelle elezioni ungheresi del maggio 2026 — rimane il suo orizzonte naturale.

Il rapporto con l’Italia merita un capitolo a parte, o almeno una nota. Janša ha sempre coltivato relazioni con la destra italiana, da Berlusconi a Meloni, in un asse cattolico-conservatore che trova punti di contatto sulla difesa dei valori tradizionali e sulla diffidenza verso le politiche di accoglienza. Allo stesso tempo, la sua tesi che senza il comunismo la Slovenia avrebbe mantenuto Trieste e Gorizia crea inevitabilmente una zona d’attrito: è un revisionismo anti-comunista che per paradosso contiene in filigrana una rivendicazione territoriale mai esplicitamente dichiarata. Il confine orientale italiano è un campo minato in cui le retoriche di destra dei due Paesi si trovano a collaborare e a contrapporsi allo stesso tempo. È il paradosso dell’Internazionale sovranista: alleati contro gli immigrati, la democrazia liberale, la sinistra, i diritti civili e pronti a scannarsi tra loro per vecchie rivendicazioni nazionaliste del XIX e XX secolo.

Cosa racconta Janša della Slovenia

La storia di Janez Janša è una storia di trasformazioni che non trasformano mai davvero. Il giovane comunista diventa dissidente, il dissidente diventa liberale, il liberale diventa conservatore, il conservatore diventa populista, il populista va in prigione, l’ex detenuto torna al governo. Ogni fase sembra smentire la precedente, eppure la traiettoria ha una sua coerenza sotterranea: Janša è sempre stato, fondamentalmente, un politico che combatte contro qualcosa. Prima contro il sistema jugoslavo, poi contro i suoi eredi post-comunisti, poi contro la magistratura, poi contro i media, poi contro Bruxelles. Il nemico cambia, la postura rimane. È in qualche modo il prototipo del leader e dell’elettore di destra nel mondo: un uomo arrabbiato con il mondo, che teme il futuro e sogna un passato immaginario.

Quello che la sua storia racconta della Slovenia è la profondità di una frattura che non si è mai rimarginata: tra chi vede il 1945 come liberazione e chi lo vede come sostituzione di una tirannia con un’altra, tra chi guarda all’eredità del Novecento come a una pagina da metabolizzare criticamente e chi vuole riaprirla per rovesciarla. Non è una divisione insolita in Europa orientale e la ritroviamo in varia misura in Polonia, in Croazia, in Romania, nei Paesi Baltici. Ma in Slovenia ha una peculiarità: ha un volto solo, invariato da trent’anni, riconoscibile a prima vista. Janez Janša, inaffondabile come sempre. Il quarto governo è cominciato, i conti con la storia sono ancora aperti, e il tappo di sughero è di nuovo in superficie. Come andrà? Si metterà in rotta di collisione con Bruxelles, sarà un nuovo e occasionale simpatizzante di Trump e Putin o, alla fine, sarà una Meloni slovena che di fronte agli obblighi europei si limiterà a vivacchiare dando in pasto alla propria curva più retorica che sostanza. Lo vedremo e non saprei cosa scommettere. Ma su una cosa mi sentirei di mettere qualche euro: alle prossime elezioni la destra slovena avrà sempre lui come capo, «l’angry white man» sulle rive della Ljubljanica.

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