Di Andrea Cardoni.
“Esiste nell’aiutare gli altri una vaga passione omicida che è difficile contenere in un sentimento meno sanguinario”. Lo ha scritto Fleur Jaeggy. Ed è una frase che mi risuonava mentre scrivevo il mio romanzo, “La parte migliore del Paese” (che la vostra associazione ha scelto di premiare con il Premio Visintin, GRAZIE!). Ma è una frase che risuona spesso, sempre di più, guardando ai social network.
Risuona e vibra a vedere un video pubblicato dal profilo del Ministero dell’Interno dove si sente la telefonata di un minorenne che chiede aiuto ai Carabinieri. Nel video si sente la voce del Carabiniere che cerca di calmarlo. Ad accompagnare il video c’è una descrizione che dice:
“Carabinieri Castellammare, prego”. “Buonasera, sono minorenne, non è un reato ma una cosa psicologica”. Inizia così la telefonata tra il vice brigadiere della centrale operativa e un ragazzo di 14 anni, tormentato da un forte disagio depressivo. Il militare, padre di due figli, comprende fin da subito che si tratta di una richiesta di aiuto importante e lo ascolta, lo rassicura. Mentre la conversazione continua, è già scattata la segnalazione alla gazzella che sta correndo verso gli scogli dove si trova il giovane, per riportarlo sano e salvo tra le braccia dei suoi genitori”.
Ecco. Un tempo forse qualcuno avrebbe reagito. Qualcuno avrebbe fatto notare che c’è qualcosa, in questa comunicazione, che se l’obiettivo è generare consenso sulle vicende di un ragazzo in difficoltà ha a che fare con qualcosa di sconveniente. È invece quanto presagiva lo scrittore Luca Rastello quando parlava di quanto il potere ricattatorio dell’azione solidale, attraverso un’autolettigimazione santificante (“il militare, padre di due figli”), conferisca una superiorità morale a prescindere, con il meccanismo narrativo che si propone sempre lo stesso obiettivo: essere rassicurante e commovente. Il bene fatto male.
Ma questo è solo uno dei tanti casi, in questo caso proveniente da un’istituzione, in cui una richiesta di aiuto viene trasformata in un’esperienza estetica, monetizzabile in termini di visibilità. Una messa a profitto del bene, delle relazioni, del disinteressato, della città, della salute, dello spazio pubblico che passa sempre più come norma.
Sta nascendo come è stato rilevato dalla sociologa Eva Illouz nel volume “Modernità esplosiva,” un tipo di società basata su un intenso sviluppo delle emozioni”. Dunque, anziché di fronte ad un’ “opinione pubblica”, ci troviamo ad aver a che fare con una vera e propria “emozione pubblica”, cioè un’emozione vissuta collettivamente e in maniera sincronica, le società si trovano a essere sempre più immerse all’interno di una condizione di eccitazione permanente, non di opinione pubblica.
E lo vediamo anche nelle rappresentazioni del bene che sembrano più innocue: un intrattenitore, quello che potrebbe rientrare nel folto novero delle celebrità benintenzionate, che fa intere tournee teatrali sulla disabilità, dove il paternalismo viene travestito da sensibilità. Una scrittrice che dichiara che il suo stesso libro è un libro politico. Ed è incriticabile. Altrimenti succede quel che sta succedendo a Valentina Tomirotti, oggetto di aggressioni e violenze, per aver criticato gli spettacoli dell’intrattenitore benintenzionato di cui sopra (un personaggio del mio romanzo li chiama gli “arraspatori da ceto presuntuoso”)
L’importante è l’occupazione dello spazio presenziando a talk, fiere, spazi online, utilizzando musiche di tendenza, editing motivazionali, citazioni preconfezionate per l’algoritmo. Sono queste le dinamiche di costruzione del senso con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno. Dove il dolore diventa contenuto e il soccorso si trasforma in estetica dell’empatia. Dove ogni contenuto viene pensato come gesto performativo per mostrarsi “dalla parte giusta”.
E succede anche nel mondo del soccorso dove ospedali e ambulanze diventano palcoscenico utile alla costruzione strategica della propria immagine pubblica adattando il soccorso alle logiche della viralità, a scapito della persona da soccorrere.
E oggi una persona da soccorrere è televisione, anche se pubblicata su un social network. Non è condivisione. Ecco perché il mio romanzo, anche se racconta le dinamiche social, finisce con un reality televisivo. E come scrive l’analista americano Derek Thompson, quando tutto (anche il soccorso a un ragazzo come nel caso del video del Viminale, ndrd), si trasforma in televisione, ogni forma di comunicazione inizia ad adottare i valori della televisione: “immediatezza, emozione, spettacolo, brevità”, scrive. “Nel bagliore di un notiziario locale, o di un feed di notizie indignato, lo spettatore si bagna in una vasca del proprio cortisolo”.
E in questa vasca di cortisolo ci siamo noi, tra l’osceno e la decenza.