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Complessità culturale, autoconservazione e populismo

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Di Davide Strukelj.

In questo breve articolo, vorrei provare a condurre una lettura sociologica, biologica e sistemica delle dinamiche conservative nelle società contemporanee (con banale riferimento alla realtà locale nella quale vivo, me estendendo idealmente il concetto a dinamiche nazionali e sovranazionali).

Parto dall’idea che ogni società umana, ogni organizzazione politica e perfino ogni comunità locale possa essere osservata (e assunta) come fosse un sistema vivente immerso in un ambiente instabile. Nessun sistema sociale esiste infatti in condizioni statiche: mutano le condizioni economiche, cambiano le tecnologie disponibili, si trasformano i rapporti inter-organizzazionali (locali e internazionali), evolvono i linguaggi (sia per loro evoluzione interna – intra – che per loro reciproca contaminazione – inter -), si modificano le identità e le gerarchie simboliche. In un contesto di tal fatta, il problema fondamentale di ogni struttura collettiva diventa la capacità di mantenere continuità senza perdere adattabilità.

La tesi di questo articolo è precisa e, per certi aspetti, scomoda: i sistemi sociali poveri, dal punto di vista culturale, tendono strutturalmente a sviluppare atteggiamenti conservativi, conformisti e populisti perché la sopravvivenza del singolo dipende in misura molto maggiore dalla conservazione dell’ordine esistente. Al contrario, i sistemi composti da individui culturalmente evoluti mostrano maggiore disponibilità al dissenso, minore paura del cambiamento e più elevata autonomia morale, poiché l’individuo che vi appartiene (extrema ratio) percepisce sé stesso come capace di sopravvivere dignitosamente anche al di fuori dell’organizzazione di appartenenza (o meglio a prescindere dalla stessa).

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È importante chiarire subito un punto essenziale. Quando parlo di “povertà culturale” non mi riferisco banalmente al titolo di studio o al livello di istruzione formale. La cultura, nel senso sociologico profondo del termine, coincide soprattutto con la capacità di sostenere la complessità esterna e la varietà interna. Un sistema culturalmente evoluto è un sistema capace di tollerare ambiguità, conflitto interpretativo, pluralità di visioni del mondo e persino l’incertezza. Un sistema culturalmente fragile, invece, tende a ridurre il numero delle interpretazioni accettabili della realtà, a semplificare i problemi e a percepire il dissenso come minaccia esistenziale.

Questa distinzione è fondamentale perché consente di comprendere il populismo non come semplice fenomeno ideologico o comunicativo, ma come strategia adattativa tipica dei sistemi a bassa complessità culturale.

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Dal punto di vista della teoria dei sistemi complessi, la cultura può essere interpretata come un aumento dello spazio delle possibilità cognitive disponibili a una collettività. Quanto più un sistema dispone di strumenti culturali sofisticati, tanto maggiore è il numero di interpretazioni che esso riesce a elaborare senza collassare in un conflitto distruttivo.

In altre parole, e in termini sistemici, la cultura aumenta la capacità adattativa. Un individuo culturalmente evoluto riesce a sostenere contemporaneamente più ipotesi interpretative, anche attribuendo loro un valore gerarchico, ed è capace di distinguere il proprio merito personale dall’appartenenza a un gruppo specifico, tollerando il dubbio e comprendendo che la realtà sociale raramente si lascia ridurre a formule semplici (ovvero assume quello che viene definito approccio organicista, in antitesi con un più facile approccio riduzionista).

Nei sistemi culturalmente poveri avviene l’opposto. L’incertezza viene vissuta come pericolo. La complessità genera ansia. Il pluralismo appare destabilizzante. La presenza di interpretazioni differenti non viene percepita come ricchezza cognitiva, ma come minaccia all’ordine collettivo.

Questa dinamica è sorprendentemente simile a quella osservabile negli ecosistemi biologici. Un ecosistema ricco di biodiversità è generalmente più resiliente perché possiede molteplici possibilità di adattamento, ovvero numerose vie tra loro alternative per raggiungere nuovi equilibri. Se una specie entra in crisi, altre possono compensarne la funzione sistemica. Viceversa, un ecosistema povero di biodiversità tende a essere molto più fragile: basta una perturbazione relativamente limitata per provocarne il collasso.

Le società umane funzionano in modo analogo. Dove esiste pluralismo culturale, autonomia cognitiva e mobilità sociale, il sistema riesce a metabolizzare meglio il conflitto e il cambiamento. Dove invece prevale l’omogeneità cognitiva, il sistema tende a irrigidirsi e a trasformare la conservazione in priorità assoluta.

Qui emerge il primo nodo centrale di questa ipotesi di analisi. I sistemi culturalmente fragili sviluppano un forte istinto conservativo, non tanto per convinzione ideologica, quanto per necessità adattativa.

L’individuo che possiede strumenti culturali limitati percepisce infatti la propria sicurezza come strettamente dipendente dal mantenimento dell’ordine esistente. La sua identità sociale, la sua appartenenza, la sua rete relazionale e spesso persino la sua sopravvivenza economica dipendono dalla stabilità del sistema di riferimento.

In queste condizioni, mettere in discussione il sistema equivale psicologicamente a mettere in discussione sé stessi.

L’individuo culturalmente autonomo vive invece una condizione radicalmente diversa. Egli possiede competenze trasferibili, maggiore capacità critica, reti relazionali più articolate e soprattutto una identità meno dipendente dall’approvazione del gruppo. Questo gli consente di sostenere posizioni critiche senza percepirle immediatamente come una minaccia alla propria sopravvivenza.

La differenza è enorme. Nei sistemi culturalmente evoluti il dissenso può essere integrato come elemento fisiologico del funzionamento collettivo. Nei sistemi culturalmente poveri, invece, il dissenso tende a essere percepito come rischio sistemico.

Da questo deriva una conseguenza politica estremamente importante: le società culturalmente fragili sviluppano maggiore disponibilità al conformismo morale.

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Theodor Adorno comprese molto bene questa dinamica nel suo celebre studio sulla personalità autoritaria. La sua intuizione fondamentale consisteva nel fatto che l’autoritarismo non nasce dalla forza psicologica, come parrebbe intuitivo, ma dalla debolezza.

L’individuo insicuro tende a ricercare strutture sociali rigide perché la rigidità riduce l’angoscia prodotta dalla complessità. La presenza di gerarchie chiare, nemici identificabili e sistemi morali semplici consente di abbassare il costo cognitivo dell’esistenza.

Il populismo moderno sfrutta precisamente questa necessità psicologica. Esso costruisce una realtà semplificata nella quale i problemi complessi vengono ridotti a conflitti immediatamente comprensibili: il popolo contro le élite, i cittadini contro gli stranieri, la nazione contro il nemico esterno, la moralità contro la decadenza.

Da un punto di vista strettamente cognitivo, il populismo funziona perché riduce drasticamente la quantità di informazione necessaria per interpretare la realtà.

La complessità sociale viene sostituita dalla narrazione.

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Di seguito, la teoria della spirale del silenzio di Elisabeth NoelleNeumann permette di comprendere come queste dinamiche si consolidino collettivamente, in modo sistemico e veloce.

È noto infatti che gli individui tendano naturalmente a evitare l’isolamento sociale. Quando percepiscono la propria opinione come minoritaria o pericolosa, preferiscono tacere. Questo silenzio produce un effetto auto-rinforzante per la posizione dominante, che appare ancora più maggioritaria, non tanto per il valore che possiede, quanto per il silenzio che induce nelle posizioni critiche.

Nei sistemi culturalmente fragili questa dinamica diventa particolarmente intensa perché il costo dell’esclusione sociale è molto elevato. Se l’identità personale dipende fortemente dal gruppo, dissentire significa rischiare non soltanto una sanzione simbolica, ma una vera perdita di sicurezza esistenziale.

Ecco allora che, in queste condizioni, il conformismo emerge non necessariamente da una convinzione autentica, ma da un adattamento strategico.

Questo è uno degli aspetti più sottovalutati del populismo contemporaneo. Molti sistemi populisti non si fondano su un consenso profondo e razionale, ma su una progressiva riduzione dello spazio psicologico disponibile per il dissenso.

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Molti studiosi hanno dimostrato come i sistemi mediatici moderni tendano a costruire consenso attraverso la semplificazione narrativa e la manipolazione emotiva. La politica populista rappresenta probabilmente la forma più efficiente di questo processo.

Il populismo non cerca di spiegare la realtà. Cerca di renderla emotivamente utilizzabile.

Per questo motivo privilegia slogan brevi, conflitti morali immediati e costruzioni identitarie elementari. La funzione di queste narrazioni non è conoscitiva, ma aggregativa. Esse servono a creare coesione interna riducendo il livello di complessità percepita; non esiste alcuna volontà educativa.

Proprio su tali basi, Umberto Eco aveva identificato il ruolo centrale del nemico in questi sistemi. Le società culturalmente fragili hanno bisogno di produrre continuamente figure antagoniste, perché il nemico consente di aumentare artificialmente la coesione interna.

Quando una collettività non riesce a costruire identità attraverso la ricchezza culturale, tende a costruirla attraverso l’opposizione.

Il nemico svolge allora una funzione strutturale. Non è un incidente emergente del discorso populista: è uno strumento necessario di stabilizzazione.

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Uno degli elementi più caratteristici dei sistemi populisti è la straordinaria disponibilità a modificare, negare o reinterpretare principi morali precedentemente proclamati.

Questo fenomeno viene spesso liquidato come “ipocrisia politica”, ma in realtà possiede radici molto più profonde.

Quando la sopravvivenza del gruppo diventa prioritaria, poiché autoconservativa, la coerenza morale tende a perdere valore autonomo. I principi vengono mantenuti finché risultano funzionali alla stabilità del sistema; quando diventano un ostacolo, vengono reinterpretati o abbandonati.

Nei sistemi culturalmente evoluti la coerenza morale tende invece a essere parte integrante dell’identità individuale. L’individuo percepisce il tradimento dei propri valori come una perdita di integrità personale.

Nei sistemi culturalmente fragili prevale invece una logica diversa: la conservazione del gruppo giustifica il compromesso morale.

Questo spiega perché molti movimenti populisti riescano a sostenere nel tempo posizioni reciprocamente contraddittorie senza perdere consenso significativo. La loro base elettorale valuta come più significativa la capacità di garantire la protezione identitaria di quanto non faccia con la coerenza logica o morale.

La fedeltà viene allora spostata dai principi alla funzione protettiva del sistema.

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A questo punto emerge con chiarezza il nucleo della questione.

Il populismo non è semplicemente una degenerazione comunicativa della politica democratica. È una strategia di autoconservazione estremamente efficiente per sistemi sociali poveri di complessità culturale.

Esso funziona perché riduce il costo cognitivo della realtà, produce appartenenza emotiva, neutralizza il dissenso, semplifica i conflitti e trasforma la paura in identità collettiva.

Ma proprio questa efficienza contiene un paradosso profondo.

I sistemi che sopravvivono riducendo artificialmente la complessità finiscono progressivamente per perdere capacità adattativa. Diventano più rigidi, più dipendenti dalla propaganda, più fragili rispetto ai cambiamenti esterni e sempre meno capaci di elaborare soluzioni sofisticate ai problemi complessi.

Nel breve periodo, il populismo può risultare straordinariamente efficace, sia elettoralmente che come panacea (e anestetico) morale. Nel lungo periodo, però, esso tende a impoverire ulteriormente il sistema che sostiene.

È esattamente il medesimo problema osservabile nelle monoculture biologiche: esse possono apparire efficienti nel presente, ma pagano questa efficienza con una crescente vulnerabilità strutturale.

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L’analisi sociologica, biologica e sistemica converge allora verso una conclusione difficilmente eludibile.

Le società culturalmente povere tendono strutturalmente a sviluppare forme di conservazione rigida, conformismo morale e populismo identitario perché la fragilità individuale rende il mantenimento del sistema una necessità esistenziale.

Il populismo prospera precisamente in questo spazio psicologico e culturale. Esso promette sicurezza in cambio di semplificazione, appartenenza in cambio di conformismo e protezione in cambio dell’elusione della complessità.

Le società culturalmente evolute, al contrario, tollerano meglio il dissenso perché l’autonomia degli individui riduce la dipendenza emotiva e materiale dal sistema collettivo. Dove esiste cultura diffusa, il conflitto non viene necessariamente percepito come minaccia distruttiva, ma può diventare strumento di adattamento.

La differenza fondamentale tra sistemi culturalmente forti e sistemi culturalmente fragili consiste precisamente in questo: i primi possono permettersi la verità anche quando destabilizza; i secondi necessitano della semplificazione anche quando impoverisce.

Edgard Schein ebbe a scrivere che le culture forti sono quelle che nel loro recente passato hanno superato le difficoltà che hanno incontrato, modificandosi, adattandosi ed elaborando nuove strategie. Al contrario, le culture deboli sono quelle che si sono conservate identiche a sé stesse, allontanando i problemi dal loro orizzonte operativo e addossando le colpe degli accadimenti a nemici (veri o immaginari), fino a rimuoverle completamente.

Ed è per questo che, nelle epoche di crisi, il populismo trova terreno fertile soprattutto laddove la complessità culturale è stata progressivamente erosa, la sicurezza individuale si è indebolita e la paura ha sostituito la capacità critica come principio organizzatore della vita collettiva.

Preservare la capacità di vivere nella complessità, di assumere il cambiamento a connotato strutturale del proprio esistere e di concepire la pluralità di idee come uno strumento di soluzione dei problemi è il compito di una minoranza necessaria. Una minoranza criticata nei tempi ordinari, ma chiamata ad agire nei momenti di maggiore stress sistemico.

Ridurre eccessivamente quella minoranza è un rischio che nessuna organizzazione può permettersi, pena la sua ineludibile estinzione. Ne prendano atto i leader populisti, perché, quando la nave è ormai affondata, è troppo tardi per chiamare aiuto.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org